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Regia:Bolognini Mauro

Cast e credits:
Soggetto: da un racconto Vinicio Gioli, Matteo De Majo; sceneggiatura: Piero De Bernardi, Leo Benvenuti; fotografia: Carlo Carlini; musiche: Carlo Rustichelli; montaggio: Roberto Cinquini; scenografia: Mario Garbuglia; costumi: Orietta Nasalli Rocca; interpreti: Totò (Nonno Illuminato), Peppino De Filippo (Peppino Armentano), Franca Valeri (Siberia), Lola Braccini (Sora Gina), Vittorio Caprioli (Pino Calamai), Cathia Caro (Bianca Armentano), Luigi De Filippo (un commilitone), Achille Majeroni (il nonno istriano), Marcello Paolini (Nicola Armentano), Enrico Olivieri (Salvatore Armentano), Cristina Gajoni (Maria Berta Armentano); produzione: Riama Cineriz; distribuzione: Cineteca Nazionale; origine: Italia, 1959; durata: 106’.
Vietato 16

Trama:Dopo la guerra c'è stata a Roma, per alcuni anni, una grande penuria di alloggi. Ciò ha reso necessaria la coabitazione, in uno stesso appartamento, di due nuclei famigliari: una famiglia di profughi istriani e la famiglia di Peppino Armentano, callista, che comprende, oltre al capo, la moglie, il suocero, due figlie e due figli. Nel 1958 le condizioni sono cambiate ed è disponibile un gran numero di appartamenti, Peppino decide di cercarsi un altro alloggio. Gli accade d'incontrare un certo Pino Calamari che gli offre un appartamento spazioso e comodo, che viene appigionato ad un prezzo irrisorio. Peppino accetta l'offerta e si trasferisce con la famiglia nella nuova abitazione. L'ingresso dei nuovi inquilini provoca le risate di scherno dei vicini e numerose telefonate burlesche: l'appartamento era stato in precedenza una "casa chiusa", ora abolita in virtù di una nuova legge. Da questa situazione nascono numerosi equivoci, tanto che la signora Armentano decide di lasciare l'appartamento ma alla fine tutto s'accomoda.

Critica (1):Si deve convenire che questo film di Bolognini, pur non discostandosi fondamentalmente dal filone della commedia cinematografica dialettale, compiacentemente illustrativa di un'Italia volgare e qualunquistica, oziosa e cinica, che trova la sua emblematica raffigurazione nell'attore-personaggio Alberto Sordi, si fa notare poi per una più decorosa e misurata esecuzione e per un cauto tentativo di sostituire alla consueta e compiaciuta indolenza morale un atteggiamento di distacco e di giudizio attraverso il ricorso alla notazione satirica e all'ironico contrappunto. Basti pensare, per contrasto, a un altro film italiano che sta riscuotendo in questi giorni il più largo successo di pubblico, Costa Azzurra di Vittorio Sala, la cui torbida e irritante volgarità è una ennesima riprova della vocazione e dei metodi esplicitamente ideologici della nostra censura clericale, così sollecita nel soffocare sul nascere ogni esperienza che si muova all'insegna delle idee e della cultura e così generosa invece nel dare via libera, anzi nell'incoraggiare un cinema di evasione e di mortificazione dell'intelligenza; anche se questo comporti il rischio calcolato della pornografia e dell'indecenza.
Il film di Bolognini invece si fa notare subito per l'accuratezza e la dignità della realizzazione che si avvale di una sceneggiatura fluida e scorrevole, di un dialogo vivace e brillante, di un'interpretazione calzante e priva di sciatteria di Laura Adani (la cui scelta per il ruolo della protagonista è già un fatto significativo e lodevole) e di un De Filippo e un Totò che si impegnano, con risultati talora felici, a non affidare interamente le loro parti al tranquillo e monotono calco di un logoro cliché. Ma queste qualità di esecuzione, di correttezza formale, sarebbero ben povera cosa, costituirebbero un risultato modesto e marginale, se il film non si segnalasse per l'immediatezza con cui sa cogliere taluni volgari luoghi comuni e pregiudizi ipocriti del costume italiano, dandone una versione ironica e divertita, di un divertimento ambiguo però, a mezzo tra le velleitarie impennate satiriche e gli effetti comici di dubbio gusto.
Nel proporci il caso di una modesta e numerosa famiglia che, assillata dalla necessità di trovare un'abitazione, finisce di sistemarsi in una ex casa di tolleranza, Bolognini tocca un motivo inconsueto, non tanto alla luce delle isolate e interessate proteste suscitate dalla recente disposizione legislativa, quanto per le implicazioni e le risonanze che un simile tema può rivestire sul piano di una indagine di costume spregiudicata, della rivelazione dei tradizionali atteggiamenti e delle tenaci incrostazioni conformistiche dell'italiano medio intorno al tabù del sesso e dei suoi problemi.
Il limite di Bolognini è invece quello di fermarsi all'aspetto più facile, anche se non più inutile, della polemica, prendendo di mira i nostalgici delle "case" e le loro povere ossessioni (e si vedano infatti l'espressione di stolido rimpianto che si disegna sul volto del fattorino e tutta la sequenza finale con quell'affluire eccitato e disordinato dei militari) e di trarre partito dalla singolarità della situazione per ricavarne il consueto repertorio di effetti comico-sentimentali e di divertimento epidermico e talora volgare. Tuttavia si avverte qua e là la presenza dispersa di un atteggiamento più serio e meditato, una volontà di partecipazione e di giudizio (…) nel disegnare le figure del protagonista, con le sue dignitose e preoccupate reazioni, e della moglie ossessionata dal prevalere dei pregiudizi ipocriti e morbosi che sono in lei e negli altri. E si pensi ancora alla mordace animosità di talune battute, di certi ironici e inconsueti sottintesi. E c'è poi in quella ricorrente commistione della religione con gli affari e le scommesse, in quell'accostamento dell'opulento monsignore col sedicente regista di "fumetti sacri", una certa prontezza nel cogliere, in chiave di modesta e superficiale riduzione di taluni modi felliniani, aspetti e episodi della malsana confusione del nostro costume.
Adelio Ferrero,
Recensioni e saggi 1956-197, Edizioni Falsopiano, 2005

Critica (2):

Critica (3):

Critica (4):
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