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Jeannette, l'enfance de Jeanne d'Arc


Regia:Dumont Bruno

Cast e credits:
Soggetto: dai testi di Charles Péguy; sceneggiatura: Bruno Dumont; fotografia: Guillaume Deffontaines; musiche: Igorrr , Nils Cheville, Laure Le Prunenec, Aline Charles, Elise Charles, Anaïs Rivière; montaggio: Bruno Dumont, Basile Belkhiri; costumi: Alexandra Charles; interpreti: Lise Leplat Prudhomme (Jeannette), Jeanne Voisin (Jeanne), Lucile Gauthier (Hauviette a 8 anni), Victoria Lefebvre (Hauviette a 13 anni), Aline Charles (Madame Gervaise), Elise Charles (Madame Gervaise), Nicolas Leclaire (Durand Lassois), Gery De Poorter (Jacques d'Arc), Régine Delalin (Isabeau d'Arc), Anaïs Rivière (Saint Michel); produzione: Jean Brehat, Rachid Bouchareb, Muriel Merlin Per Taos Films, Arte France, Pictanovo; origine: Francia, 2017; durata: 105’.

Trama:Domrémy, 1425. Jeannette non è ancora Giovanna d'Arco, ma all'età di 8 anni vuole già cacciare gli inglesi dal Regno di Francia. Ispirato agli scritti di Charles Péguy, il film rivisita gli anni giovanili della futura Santa in chiave musicale.

Critica (1):È costruita su due poemi – o meglio, Mystères lyriques – di Charles Péguy (1873-1910), Jeannette, la nuova, galvanizzante, cine-follia di Bruno Dumont. Che ci tiene, presentando il film al pubblico della Quinzaine, a ricordare che quei testi furono scritti quando il poeta francese era ancora ateo e socialista: sicuramente il primo, Jeanne d'Arc, uscito nel 1897 per la Librairie de la Revue Socialiste, mentre il secondo, Le Mystère de la charité de Jeanne d'Arc, accompagnava, nella sua tormentata redazione, la conversione al cattolicesimo dell'autore. Due testi che non si concentrano sugli atti del processo, come avviene nella maggior parte della letteratura sulla Pucelle d'Orlean, ma sull'ante-fatto, sulla vocazione, e quindi, per Dumont, divengono le tracce di un'ostinazione adolescenziale, di un essere-pucelle, che prescinde da un'effettiva adesione al messaggio spirituale. Due Mystères che si fanno libretto di una rock-opera che del mistero teatrale medievale mantiene scansione e paratassi: una scelta antinaturalista che, a conti fatti e a film finito, sembra naturalmente l'unica percorribile.
Dumont, pur negando di avere avuto altro timone figurativo oltre alla lingua di Peguy, sembra guardare alla tradizione pittorica franco-fiamminga che da sempre gli è cara; per esempio le stesse miniature dei fratelli Limbourg e di Jean Fouquet che ispirarono Dreyer per scenografie mai incluse nel montaggio definitivo della Passion de Jeanne d'Arc. Lo spostamento di Domremy, il borgo natale di Jeannette, dall'abbraccio verdeggiante dei Vosgi alle dune riarse del Nord – siamo, come sempre negli ultimi Dumont, tra il Pas de Calais e Boulogne-sur-mer – reinventa in una luce completamente nuova i pascoli di quelle miniature, attraversati da pecorelle interdette. Interdette dal canto, registrato in presa diretta, di Jeannette, dell'amica Hauviette, della sdoppiata Madame Gervaise, dello zio di Jeanne, via via accompagnato, sottolineato, talvolta contrastato, dalla musica electro-metal con più di qualche cadenza epica di Gautier Serre, conosciuto anche come Igorrr. È ovvio che la memoria non può che andare, mutato il genere musicale, a una della più deliranti scene di P'tit Quinquin, il primo tassello del "nuovo corso" dumontiano, ovvero la scena della canzone pop cantata a ugola spinta a un funerale, culmine di quel senso del tragi-comico che il regista vuole far affiorare. La struttura della musica di Igorrr, che combina elementi elettronici, metal, barocco-sinfonici, sembra infatti aver attirato Dumont proprio per l'immescibilità, perlomeno apparente, degli ingredienti, e per la capacità, al tempo stesso, di lasciar emergere, tra le maglie di una tessitura serrata, qualcosa di autenticamente drammatico, se non tragico, il mystère, verrebbe da dire.
Così accade pure per i gesti, forgiati nelle coreografie di Philippe Decouflé, solo in apparenza ridotte all'osso, dove si riconosce, di nuovo non esplicitato, qualcosa della ricerca di Merce Cunningham, e forse anche della Bausch prima maniera: ma sarà in fondo la convergenza, ancora, con i modelli figurativi quattrocenteschi, pittorici e scultorei, coi loro gesti archetipici e bloccati, che diventano palesi nella sdoppiata Madame Gervaise, che pare scappata, sorridendo, da un compianto di Niccolò dell'Arca più che da Claus Sluter; o nella geniale apparizione, un trittico in carne e seta sospeso tra gli alberi, dei santi Caterina, Margherita e Michele, che incitano Jeannette alla rivolta, e che sembrano mischiare sfacciatamente la pittura piccarda del '400 ad echi hindu-bollywoodiani.
Bisognerà ammettere, però, come già si doveva fare per Ma Loute, che anche questo nuovo film di Dumont rimanda a un palinsesto di riferimenti, quelli elencati qui e tanti altri ancora, senza assomigliare a nulla di preciso: con Jeannette: l'enfance de Jeanne d'Arc, il regista di La vie de Jesus cerca una via autonoma, laica, tra i cromatismi bidimensionali di Perceval le Gallois di Rohmer e la solenne metrica di Lancelot du Lac di Bresson, con in mente magari anche Aaron und Moses di Straub e Huillet, così come cerca una sua strada Jeanne, avviata verso il martirio, verso l'annullamento, verso un orizzonte incorniciato dalle sponde sabbiose di una fiumara del Nord.
Alessandro Uccelli, cineforum.it, 23/5/2017

Critica (2):Che non sarà un musical classico, Jeannette l’enfance de Jeanne d’Arc di Bruno Dumont, lo si intuisce fin dalla prima scena: siamo in Francia nel 1425 e una piccolissima Giovanna d’Arco sta sorvegliando le pecore, appena fuori dal villaggio di Domremy; sta cantando, Jeanette, ma non c’è nessuna nota ad accompagnarne le parole; sta ballando, ma nessun movimento di macchina ne segue i movimenti. Ha solo 8 anni, ma è già consapevole di quello che sarà il suo destino: si ritrova quindi intrappolata in un ambiente non suo, in uno spazio che non le appartiene, da cui dovrà per forza di cose fuggire per poter essere finalmente se stessa.
Non esiste al cinema un genere più adatto del musical per raccontare una fuga dalla realtà, per amplificare e rendere epici sentimenti e situazioni, per rifugiarsi nei propri sogni. Questo Dumont, ovviamente, lo sa; e così, per raccontare una giovane Pulzella d’Orléans con le ali tappate, decide di costruire un anti-musical, di destrutturare il genere dall’interno demolendone le fondamenta: il risultato è quello di un’opera capace di restituire un effetto tanto straniante quanto intrigante.
In Jeannette non esistono canzoni orecchiabili, non esistono coreografie complesse, non esiste una melodia ben integrata col contesto; non esistono movimenti di macchina virtuosistici, non esistono i colori sgargianti tipici del genere. A tratti pare quasi di trovarsi di fronte ad una recita scolastica, in cui nulla è in armonia e quasi tutto sembra improvvisato.
Ma non è un film che si ferma alla propria idea di partenza, quello di Dumont: se infatti da una parte il senso di non appartenenza ad un luogo e ad una situazione viene rispecchiato alla perfezione dall’uso paradossale del genere, dall’altro il regista francese adatta la propria scelta narrativa all’evoluzione della protagonista, sempre più lanciata verso la leggenda; in questo senso, con il passare dei minuti, ecco che gli elementi da musical si fanno sempre più marcati: la musica cresce nella sua complessità, il modo di cantare di Jeanette si fa sempre più convinto. In ogni caso, non si arriverà al musical per come lo conosciamo: non è ancora il momento per scene ma-dri e coreografie spettacolari. Per quello bisogna aspettare la Storia. Non è un film "dedicato ai folli e ai sognatori”, insomma.
Francesco Ruzzier, cineforum.it, 22/5/2017

Critica (3):

Critica (4):
(Progetto editoriale a cura di) Redazione Internet (Contenuti a cura di) Ufficio Cinema
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