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Fratello, dove sei? - O Brother, Where Art Thou?


Regia:Coen Ethan, Coen Joel

Cast e credits:
Soggetto
: dall’«Odissea» di Omero; sceneggiatura: Ethan e Joel Coen; fotografia: Roger Deakins; montaggio: Roderick Jaynes (Joel e Ethan Coen), Tricia Cooke; musica: T-Bone Burnett; scenografia: Gassner; costumi: Mary Zophres; interpreti: George Clooney (Everett Ulysses McGill), John Turturro (Pete), Tim Blake Nelson (Delmar), Charles Durning (Pappy O’Daniel), John Goodman (Big Dan Teague), Michael Badalucco (George Nelson), Holly Hunter (Penny), Stephen Root (l’uomo della stazione radiofonica), Chris Thomas King (Tommy Johnson), Wayne Duvall (Homer Stokes), Daniel Von Bargen (lo sceriffo Cooley), J. R. Horne, Brian Reddy (gli uomini dello staff di Pappy), Frank Collison (Wash Hogwallop), Del Pentecost (Junior O’Daniel), Ed Gale (il piccolo uomo), Ray MaKinnon (Vernon T. Waldrip), Royce D. Applegate (l’uomo col corno), Quinn Gasaway (Bog Hogwallop), Lee Weaver (l’indovino cieco), Milford Fortenberry (il venditore di pomate), John Locke (Mr. French), Mia Tate, Musetta Vander, Christy Taylor (le tre sirene); produzione: Ethan Coen per Working Title; distribuzione: Uip; origine: USA/Francia, 2000; durata: 106'.

Trama:Mississipi anni 30', durante la Grande Depressione. Ulysses Everett McGill, furbo, opportunista e bugiardo, fugge dai lavori forzati trascinandosi dietro Pete, che ha sempre qualcosa da ridire, e Delmar, un dolce idiota che si fida ciecamente degli altri due. Devono ritrovare un tesoro prima che l’acqua di un bacino idroelettrico in costruzione lo sommerga per sempre. Per prima cosa un vecchio cieco su un carrello ferroviario rivela il loro destino. Poi vanno dal cugino di Pete, Tommy Johnson, per farsi togliere le catene e lui li denuncia alla polizia ma riescono a fuggire. Nel loro viaggio incontrano anche dei battezzandi su un fiume (Pete e Delmar si fanno mondare dei loro peccati) e un chitarrista che ha venduto l’anima al diavolo, con cui incideranno un disco di gran successo (sotto il nome di Soggy Bottom Boys). Seguono notti all’addiaccio, l’amicizia con un gangster che vuole essere il più famoso del mondo ( e finirà ridendo sulla sedia elettrica) e tre ninfe ammaliatrici che denunceranno Pete (mentre Delmar è convinto che l’abbiano trasformato in rospo). C’è poi un venditore di bibbie con un occhio solo che li picchia e ruba loro i soldi, una nuova fuga di Pete dai lavori forzati (e da un poliziotto diabolico), la rivelazione da parte di Ulysses che il tesoro non esiste e l’approdo nella sua città per riconquistare la moglie Penny che sta per risposarsi.
Durante una serata elettorale pro-Homer Stokes, aspirante governatore riformista che in realtà guida la sezione locale del Ku Klux Klan, i tre evasi più il chitarrista nero (salvato dai razzisti) salgono sul palco e cantano il pezzo dei Soggy Bottom Boys conquistando la folla. Stokes li contesta e viene portato via con la forza, il governatore conservatore Pappy O’Daniel invece ne approfitta per farsi pubblicità e li grazia tutti. Il poliziotto cattivo però non ha ancora rinunciato a impiccarli: li cattura e mentre li sta giustiziando, e Ulysses chiede un intervento divino, la vallata viene invasa dall’acqua (quella del bacino idroelettrico). I buoni si salvano, gli altri no. Everett ora può risposarsi con Penny, ma lei non vuole farlo fino a quando verrà ritrovata la sua vecchia fede nuziale che ormai sta in fondo al lago.

Critica (1):I Coen affrontano la questione omerica. Un giornalista (di «Les Inrockuptibles») ha loro chiesto: «Quando avete letto l’Odissea?». Risposta, con risate: «Non l’abbiamo mai letta!». Domanda: «Allora ve l’avrà letta qualcuno?». Risposta: «Abbiamo visto la versione cinematografica del 1954, l’Ulisse di Mario Camerini con Kirk Douglas. E conoscevamo vagamente la storia. È un po’ come il gioco del telefono: qualcuno che aveva letto l’Odissea di Omero l’ha raccontata a qualcun altro che ci conosceva e che l’ha raccontata a noi. Per questo tipo di storie ci si affida alla tradizione orale».
Dicano o no bugie, i Coen risalgono su fino ad Omero, aprono il film con il proemio del poema, poi si tuffano nel delta del Mississipi al tempo della Grande Depressione quando tutti cantavano il blues, il country, gli spiritual, le marcette da parata e gli inni da chiesa: da «In the Big Rock Candy Mountain», la canzone sul paese della cuccagna sognato dai condannati ai lavori forzati, a motivi come «You Are My Sunshine», a canti battesimali come «O Lord Show Me the Way», al blues delle sirene («Sono andati tutti a raccogliere il cotone e il mais e sono sola con il mio piccolo») ai lugubri canti del Ku Klux Klan tra forche, croci di fuoco e discorsi antidarwiniani contro neri, ebrei e «tutti quelli che dicono che discendiamo dalle scimmie», alla canzone che i tre fuggiaschi registrano nell’antro di un ciclope che fissa nel vinile vecchie e nuove ballate. L’Odissea dei Coen non ha niente di epico: è una malinconica commedia musicale on the road, tutta filtrata in tono marroncino, in cui Ulisse è preoccupato per la capigliatura che spalma regolarmente di brillantina e che tiene in piega la notte con l’apposita reticella. Dell’Odissea, i Coen conservano lo spirito: fanno i vagabondi con i loro tre minimi Ulissidi nell’America degli anni Trenta e si affidano al musical (che è il poema popolare americano fissato nei film e nei dischi come Omero potrebbe aver fissato i canti degli aedi?). Così, O Brother, Where Art Thou? non somiglia a nessuno dei loro film precedenti. È un film vagabondo, come se, per la prima volta in carriera, i Coen non si fossero preoccupati di ricreare, nella narrazione e nella messinscena, una qualche perfetta figura geometrica (Mister Hula Hoop lavorava sul cerchio, Fargo sulle linee nette e sul piatto) ma si siano stavolta concessi il piacere di andare all’avventura. Come cantano i tre aedi appena scappati di prigione: «In questo mondo siamo condannati a vagare». Sono appena fuggiti dal campo di lavoro e già si lamentano di dover vagare. Dev’essere proprio questo il punto: O Brother, Where Art Thou? scopre, per la prima volta, con tutto il suo girovagare senza un percorso rigido, il versante malinconico del cinema dei Coen. A casa c’è una Penelope insopportabile (che si chiama Penny e vorrebbe sposare un buon partito), Ulisse continua a dirsi pater familias ma non lo è mai per davvero, il tesoro da trovare non è mai esistito (come in tutti i film dei Coen) e alla fine, dopo un catastrofico intervento provvidenziale che spazza via il vecchio mondo, dopo un’alluvione causata da una qualche rooseveltiana Valley Authority, dalle acque emerge una bara. O Brother, Where Art Thou? è una commedia musicale malinconica sullo sfondo di un dramma sociale dentro un mondo che scompare per far posto ad un altro. Un velocissimo momento, all’inizio, ci mette sulla strada giusta: Ulisse salta sul carro di un treno merci, seduti sul fondo vede dei pove­racci, chiede se c’è un fabbro, non sente la risposta perché viene trascinato giù dai due compagni incatenati a lui che non riescono a star dietro al treno. I Coen si affacciano sul mondo dei poveri disgraziati, se ne ritraggono quasi spaventati, si rimettono a guardarlo, gli vagabondano intorno, cercano nelle canzoni un po’ di consolazione perché sanno che alla fine dal diluvio emergerà una bara. Everett Ulysses McGill, che si crede ovviamente molto intelligente e astuto, ha una spiegazione scientifica per il fenomeno: hanno costruito le dighe, l’elettrificazione porterà il progresso, il Sud cambia, finiscono le superstizioni. Dopo la bara, appare anche una mucca su un tetto come aveva profetizzato il decrepito indovino cieco, versione southern di quel Tiresia che Ulisse nell’Odissea vera andava ad interrogare nell’Ade. L’elettricità, la mucca sul tetto, la bara. Nel vecchio mondo, si poteva pensare che un uomo venisse trasformato in rospo. Adesso il progresso e l’America dei politici stanno cancellando il vecchio Sud. Il mito e l’innocenza lasciano il posto alle comunicazioni di massa (e al controllo delle masse). Anche i detenuti vengono portati al cinema (e i Coen rendono omaggio al grande Preston Sturges di I dimenticati, bellissimo film dal titolo originale molto omerico, Sullivan’s Travels). Il ciclope dice che la gente cerca risposte. Ulisse dice che nella crisi tutti cercano la loro risposta. Penny dice che le sue figlie cercano risposte. Le risposte che prima si cercavano da una parte adesso si cercheranno da un’altra.
O Brother, Where Art Thou?, oltre che malinconico, è anche un film mimetico. Omericamente mimetico. Il raffinato Orazio («Ars poetica», v. 359) sostiene, come si sa, che quandoque bonus dormitat Homerus. I Coen imitano perfettamente il vate, ogni tanto dormicchiano, si mettono a cantare, girano in tondo, si fermano dalle sirene, ad un comizio elettorale, ad un battesimo nel fiume. Stavolta non sono meccanici e lucidi. Si lasciano andare. Due versi dopo aver ricordato che anche Omero dormicchiava, Orazio fa un’altra affermazione ugualmente famosa. Dice che ut pictura poesis, che la poesia è come la pittura. E spiega che ci sono una poesia e una pittura che attirano se viste da vicino e una poesia e una pittura che devono essere guardate da lontano. O Brother, Where Art Thou? va visto tranquillamente, da lontano, senza preoccuparsi di dove va e di dove arriva. Basta andargli dietro. Omericamente. Anche dormicchiando.
Bruno Fornara, Cineforum n. 396, luglio 2000

Critica (2):

Critica (3):

Critica (4):
Joel Coen
(Progetto editoriale a cura di); (Progetto editoriale a cura di) Redazione Internet; Redazione Internet (Contenuti a cura di); (Contenuti a cura di) Ufficio Cinema; Ufficio Cinema
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