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Gran Torino - Gran Torino

Regia:Clint Eastwood
Vietato:No
Video:
DVD:Warner Bros.
Genere:Drammatico
Tipologia:Conflitti sociali, Le diversità, Minoranze etniche
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Dave Johannson, Nick Schenk
Sceneggiatura:Nick Schenk
Fotografia:Tom Stern
Musiche:Kyle Eastwood, Michael Stevens (II), la canzone “Gran Torino” è di Clint Eastwood e Jamie Cullum (musica), Kyle Eastwood e Michael Stevens (musica e parole)
Montaggio:Joel Cox, Gary Roach (Gary D. Roach)
Scenografia:James J. Murakami
Costumi:Deborah Hopper
Effetti:
Interpreti:Clint Eastwood (Walt Kowalski), Christopher Carley (Padre Janovich), Bee Vang (Thao Vang Lor), Ahney Her (Sue Lor), Brian Haley (Mitch Kowalski), Geraldine Hughes (Karen Kowalski), Dreama Walker (Ashley Kowalski), Brian Howe (Steve Kowalski), John Carroll Lynch (Barbiere Martin), William Hill (Tim Kennedy), Brooke Chia Thao (Vu), Chee Thao (Nonna), Choua Kue (Youa), Scott Reeves (Trey), Sonny Vue (Smokie), Arthur Cartwright (Prez), Michael E. Kurowski (Josh Kowalski), Conor Liam Callaghan (David Kowalski), Tom Mahard (Mel), Doua Moua (Spider), Davis Gloff (Darrell), Nana Gbewonyo(Monk), Cory Hardrict (Duke), John Johns (Al), Austin Douglas Smith (Daniel Kowalski), Julia Ho (Dott.ssa Chang), Maykao K. Lytongpao (Gee)
Produzione:Clint Eastwood, Bill Gerber, Robert Lorenz Per Double Nickel Entertainment, Gerber Pictures, Malpaso Productions, Media Magik Entertainment, Village Roadshow Pictures, Warner Bros
Distribuzione:Warner Bros. Italia
Origine:USA
Anno:2008
Durata:

116’

Trama:

Walt Kowalski è un veterano della guerra di Corea con un carattere ruvido che gli fa preferire una vita solitaria con un solo grande amore, quello per la sua auto, una Ford Gran Torino del 1972. Dovrà affrontare i suoi pregiudizi razziali e ritrovare la sua vena migliore quando Thao e Sung, fratello e sorella di origine asiatica e suoi vicini di casa, si metteranno nei guai con una street gang.

Critica 1:In Gran Torino (dal nome di un’auto) Eastwood affronta i temi di vita e morte raccontando la storia di Walt, ex operaio misantropo, segnato dalla guerra in Corea. Che cosa sa della vita Walt Kowalski (Clint Eastwood)? E che cosa della morte? A queste domande risponde Gran Torino (Usa e Australia, 2008, 116’). Lo fa senza alzare la voce, come se quella scritta da Nick Schenk, a partire da un racconto di Dave Johannson, fosse solo una piccola storia a proposito di un vecchio stizzoso, che passa il suo tempo sulla veranda di casa, con un birra in una mano e un fucile nell’altra. In questo sta la grandezza del cinema di Clint Eastwood: nella sua leggerezza, nella sua semplicità, e nella sua capacità di sentire e di far sentire quello che più è umano. Chi è Walt? È un polacco, come gli piace ripetere. Nel quartiere di Detroit dove vive ci sono gli italiani, gli irlandesi, i messicani, i neri. Ci sono anche i musi gialli. Sono tutti americani, ma ognuno lo è per gruppo, e spesso anche per banda. Così sembra loro di non essere soli, abbandonati alla quotidiana, singolare fatica di campar la vita. Quanto al vecchio polacco, c’è poi la consapevolezza d’aver passato decenni alla catena di montaggio. È stato operaio. Lo è stato quando significava stare dentro una “storia personale” ben certa. È ancora orgoglioso di quello che le sue mani hanno fatto e montato, a partire dal volante della sua Ford Gran Torino.
Ma è anche vecchio, Walt. Ed è sconfitto. Attorno a lui tutto è cambiato, dai prati di fronte alle case alle facce di chi le abita. Ora che la moglie non c’è più, gli sembra d’essere ogni giorno costretto a difendere la frontiera tra il buon vecchio mondo quasi scomparso e un nuovo mondo barbarico che parla lingue incomprensibili, e che mangia cibi immangiabili. È razzista. Ed è pieno di astio. Eppure c’è in lui una sapienza profonda, o meglio un dolore mai del tutto espresso e che tuttavia “gli parla” dai tempi della guerra in Corea.
Qui sta la sua conoscenza della vita e della morte. E qui sta la radice della sua ancora viva capacità di sentire, vedere, amare. Non è la morte rischiata il cuore profondo del suo antico dolore. Lo dice lui stesso rispondendo a padre Janovich (Christopher Carley). È la morte data che davvero gli resta nella memoria. Poi, così dice ancora al prete con la faccia da bambino, a pesare di più sulla coscienza di un uomo non è quello che gli hanno ordinato di fare, ma quello che non gli hanno ordinato. Queste sue parole inaspettate suggeriscono di non confonderlo con uno stupido razzista. Allo stesso modo, e da decenni, conviene non confondere la poetica di Eastwood con la visione del mondo che fu del suo Dirty Harry, il poliziotto di Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo (Don Siegel,1971).D’altra parte, basterebbe la sequenza dell’impiccagione del serial killer in Changeling (2008) a mostrare quanto è forte nel suo cinema l’orrore per la violenza che uccide, comunque la si giustifichi. C’è poi qualcos’altro nella storia di Walt, oltre al suo mestiere di operaio della Ford: è un padre mancato, forse per colpa dei figli, o forse per colpa propria. In ogni caso, come in molti film di Eastwood, anche in Gran Torino la paternità è al centro del racconto. E infatti Thao (Bee Vang), un “muso giallo”, diventa per lui un figlio nuovo, un figlio cui può dare quello che non ha dato a Mitch (Brian Haley) e a Steve (Brian Howe). A lui, soprattutto, può insegnare la cosa più importante: che cosa sia la vita, e che cosa la morte. A questa trasmissione di conoscenza è orientato il film. A poco varrebbe la scoperta che Walt è molto meno razzista di quanto egli stesso creda, se il racconto non rispondesse alla domanda del pretino. A poco varrebbe la splendida leggerezza della storia, se la regia e la sceneggiatura non avessero il coraggio di misurarsi con il peso della verità più vera. Che cosa sa della vita e della morte Walt Kowalski, dunque? Alla risposta il vecchio polacco si prepara con cura. Prima si fa fare un abito scuro su misura, lui che mai ne ha avuto uno. Poi si confessa a padre Janovich. Ho tradito mia moglie, gli dice, e una volta non ho pagato le tasse («È come rubare»). Inoltre, riconosce, non sono mai riuscito a parlare ai miei figli. Ma niente dice al prete della Corea. Si tratta di una questione sua, che non riguarda padre Janovich, e forse nemmeno Dio. E poi ancora fa quello che solo può salvare Thao dalla violenza, da quella subita e da quella inferta: lo rinchiude in cantina per impedirgli di uccidere e di essere ucciso, e si presenta inerme di fronte alle pistole di una banda di musi gialli. Questa è la verità della morte, dell’attimo che chiude una storia personale e le dà senso: un uomo la dovrebbe scegliere, dovrebbe farla sua, magari per amore di un figlio, o magari per pagare un vecchio debito con la propria coscienza. E questa è la verità della vita, alla fine.
Autore critica:Roberto Escobar
Fonte criticaIl Sole-24 Ore
Data critica:

22/11/2009

Critica 2:Le prime notizie arrivate su Gran Torino parlavano di un Eastwood di pregio, però più semplice, più da “grande pubblico” del solito: non un capolavoro. Ma allora, da che cosa si riconosce un capolavoro? Intanto, la semplicità – quando è unita alla capacità di dire cose importanti – è un pregio, non un difetto. E Clint dice cose molto importanti con estrema, classica semplicità. Nel raccontarci la storia di Walt Kowalski, metalmeccanico in pensione reduce dalla guerra di Corea e fresco vedovo, convoca temi come il razzismo, il rapporto padri-figli, nientemeno che la capacità di amare. Interpretato da Clint, Kowalski è un misantropo che ringhia come un mastino, sta sempre a un passo dal suo fucile M-1, manifesta odio per i “musi gialli” che gli hanno invaso il quartiere. Eppure Walt sa amare, molto più dei suoi grassi e squallidi figli, bravi padri di famiglia americani cui il film riserva tutto il suo disprezzo. Diventato eroe per caso della comunità cinese, il vecchio solitario s’incaricherà dell’educazione – virile, sentimentale, al lavoro – di un timido adolescente asiatico, Thao, proprio quello che ha tentato di rubare la sua auto-feticcio, la Gran Torino del ‘72 centro simbolico della storia. Un grande romanzo di formazione, e in due sensi: non solo “cresce” il ragazzino, ma anche l’uomo al tramonto della vita. Kowalski consegna al ragazzo le chiavi per il mondo degli adulti, impara che si possono avere molte più cose in comune con i musi gialli della porta accanto che con i propri figli. Semplice ed epico, Clint è più eroico quando estrae un accendino (l’epilogo) di quando, giovane Callaghan, tirava fuori la sua 44 Magnum. Non basta? In un film che flirta di continuo con la morte, inserisce pause da commedia geniali. Come in tutti i tragici, in Clint alberga l’ anima di un grande comico. Che occorre, ancora, per fare un capolavoro?
Roberto Nipoti, La Repubblica, 13/11/2009
Autore critica:Roberto Nipoti
Fonte critica:La Repubblica
Data critica:

13/11/2009

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