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Anni ‘40 - Hope and Glory

Regia:John Boorman
Vietato:No
Video:Columbia
DVD:
Genere:Drammatico
Tipologia:I bambini ci guardano, La guerra
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:John Boorman
Sceneggiatura:John Boorman
Fotografia:Philippe Rousselot
Musiche:Peter Martin
Montaggio:Ian Grafford
Scenografia:Anthony Pratt
Costumi:
Effetti:Martin Gutteridge
Interpreti:Sarah Miles (Grace), David Hayman (Clive), Sebastian Rice-Edwards (Bill), Ian Bannen (Nonno George), Jean-Marc Barr (Bruce), Sammi Davis (Dawn), Geraldine Muir (Sue), Derrick O'Connor (Mac), Susan Wolldridge (Molly)
Produzione:Davros Production Services Limited - Columbia - Nelson Entertainment - Goldcrest
Distribuzione:Non reperibile in pellicola
Origine:Gran Bretagna
Anno:1987
Durata:

112'

Trama:

La dichiarazione di guerra del '40, le discese notturne in cantina o nel rifugio, gli aerei nemici, il razionamento, i bombardamenti a tappeto, le case incendiate, tutto è rivissuto dopo quasi cinquant'anni e visto come fu percepito allora, quasi uno strano esercizio ludico dei grandi, su cui i bambini riuscivano a scherzare. Il piccolo Bill, con la sorellina e la sorella quindicenne Dawn, il soldato canadese innamorato di lei (e poi inevitabile papà del nascituro), il genitore Clive partito subito volontario, la mamma Grace (che ha preferito avere i figli con sé a Londra, anzichè inviarli al sicuro in Australia), lo zio Mac, antico innamorato di lei, nonchè i nonni, che accolgono in campagna la famigliola, dopo l'occasionale incendio della casa londinese, tutto riaffiora nella rievocazione. Perfino quella meravigliosa mattina in cui, arrivato a scuola, Bill trovò una grande eccitazione ed un tripudio di gioia: non che fosse scoppiata la pace con gli aborriti tedeschi, il fatto è che una bomba, caduta sull'edificio durante la notte, aveva assicurato una insperata giornata di vacanza a lui e a tutti i suoi compagni.

Critica 1:Lo scoppio della guerra visto dalla parte di un ragazzino che vive, nel 1939, in un quartiere popolare di Londra. Che bello frugare tra le macerie, dopo i bombardamenti, e che gioia quando una bomba distrugge la scuola! Film "british" per eccellenza, per la qualità dell'umorismo ora tenero, ora impertinente filo conduttore di un'acuta descrizione di una società rigidamente strutturata in classi ieri come oggi vista con gli occhi di un bimbo.
Autore critica:
Fonte criticaIl Morandini - Dizionario dei film, Zanichelli
Data critica:



Critica 2:La mdp zooma lentamente su di una vecchia foto di famiglia e si ferma sul primo piano del volto dei giovane Bill, proprio mentre nei credits appare il nome del regista, John Boorman. L'identificazione è così resa esplicita fin dall'inizio: ciò che vedremo è una sorta di autobiografia infantile ambientata nella Londra degli anni di guerra. Hope and Glory non è un film realistico: gli eventi reali di cui siamo resi testimoni passano attraverso un duplice filtro: quello della soggettività del ragazzino di nove anni Bill Rehan e quello del narratore, un Boorman ormai adulto, che ricorda.
Anche se lontano dalle ultime, magniloquenti avventure del regista (Excalibur, La foresta di smeraldo), il film ha comportato uno sforzo produttivo consistente: lo stesso Boorman sottolinea con compiacimento che il set ricostruito in studio di Rosehill Avenue, la strada dei sobborghi dove c'è l'abitazione ("Bhin-Tal") della famiglia Rohan, è il più grande che si ricordi in Inghilterra dalla fine della Guerra. E lo si comprende, data la centralità di questo ambiente per lo sviluppo del film: la sfilza di casette tutte uguali, con il giardino sul retro, lo stesso "ordine", comunicano il senso di una esistenza soffocante e monotona, impregnata di perbenismo e di innaturalità.
In questo senso, l'arrivo della guerra offre una insperata via di uscita dal grigiore: il padre di Bill, un ometto abbastanza mediocre, può riarruolarsi - anche se in una posizione amministrativa: "Batterò a macchina per l'Inghilterra!" - e illudersi di avere uno scope e una importanza, quella che non avverte più in una famiglia di cui non riesce a essere il leader. Come dice a un suo ex-commilitone, "Siamo rimasti addormentati per venti anni". Anche la moglie è in fondo contenta: la guerra le dà un momento di tregua da un matrimonio senza passione, può stare vicino a Mac, l'uomo che avrebbe voluto sposare al posto dello scialbo marito: per lei, al massimo, la guerra è qualcosa che non dovrebbe sciupare una bella giornata di fine estate. Dal canto suo, la sorella maggiore, la quindicenne Dawn, approfitta dell'assenza del padre e dell'atmosfera incerta e provvisoria dei giorni di guerra per crescere in fretta, innamorarsi, sposarsi e fare un figlio: la sua reazione, ai primi bombardamenti sulla città, è di uscire per strada cantando e paragonando gli scoppi a dei fuochi di artificio.
Ma il massimo di impatto lo si riscontra sul ragazzino Bill: per lui, abituato a Hopalong Cassidy e a giocare ai soldatini, la guerra rappresenta un avvenimento mitico, l'irruzione dell'avventura e dell'azione, un'occasione irripetibile per la scoperta personale del mondo. Non a caso, Boorman fa coincidere il fatidico annuncio di Chamberlain dell'entrata in guerra contro la Germania con il momento in cui Bill gioca in giardino maneggiando le figure di piombo di Mago Merlino e di Lancillotto come se si trovasse all'interno di una foresta incantata: in questa chiave, la guerra è come evocata dal ragazzo come necessità mitica, una necessaria e naturale continuazione favolistica della leggenda del Sacro Graal. Più tardi questi soldatini rimarranno fusi durante l'incendio - fortuito - della casa: il ciclo è compiuto. Bill farà l'esperienza della guerra come di una serie di accadimenti slegati (Boorman costruisce attentamente il film giustapponendo una serie di episodi-quadretto legati tra loro dal significato che gli attribuisce il ragazzo e non tanto dallo scorrere del tempo di cui l'infanzia è per lo più inconsapevole), vivendo con gioia i 'raids' tra le macerie con gli amici - c'è una inquadratura, splendida, che li coglie in fila tra i muri devastati, sullo sfondo di un cielo rossastro, come sul crinale di una collina western - la raccolta di schegge di bombe, di proiettili inesplosi, di distintivi militari.
La guerra reale, che tarda, almeno all'inizio, a farsi sentire, è poi paragonata con quella, mitica, che scorre sugli schermi cinematografici. I modellini di aerei da guerra e gli aerei veri, quelli che bombardano e seminano distruzione e morte, sono tra loro equivalenti e interscambiabili. La morte stessa, quando arriva (l'uccisione della madre di Charity), è pretesto per scherzi e scommesse infantili. In questa dimensione di "gioco", e in un mondo in cui imperano giardinaggio, cricket, radio e cinema, la routine della scuola e degli allarmi aerei è interrotta da avvenimenti "fantastici": il lento atterraggio col paracadute di un aviatore tedesco abbattuto, che si siede su una panca a fumarsi una sigaretta prima di essere accompagnato via da un poliziotto tra due ali di pubblico a bocca aperta, oppure il varo di un dirigibile e la sua successiva distruzione dopo che ha strappato i fili e minaccia di abbattersi sui tetti delle case.
Hope and Glory si configura così come un film su di una iniziazione giovanile, un Bildungsroman non dissimile da altri investigati da Boorman. Il passaggio alla maturità di Bill è bene reso dalla metafora del tiro ad effetto nel cricket, il cosiddetto "googly". Il padre lo insegna al figlio, come un segreto da tramandare nel caso non tornasse più dalla guerra, immediatamente prima della splendida sequenza della partenza sulla strada, quando i due si rilanciano la palla, con un movimento alternato di reciproco avvicinamento e allontanamento; più tardi, davanti alla casa sul fiume, il bambino batterà il padre proprio utilizzando questo colpo. "È la legge della vita", commenta il nonno lì accanto, sardonico. E questa simbolica sconfitta richiama e si illumina di un precedente commento del padre alla vista del figlio che bighellonava tra le macerie: "Sta diventando un selvaggio".
In effetti, se scaviamo questo film all'apparenza "minore", ritroviamo quella mitologia tipicamente boormaniana, una rivisitazione di Rousseau, che oppone una sua personale versione dell'Uomo Naturale alle astrazioni assurde e anonime della tecnologia moderna: il giovane Bili che ruba le pesche come il Lee Marvin che in Point Blank fa a pezzi un'auto o Connery che distrugge il fasullo mondo di Zardoz o gli indios che si oppongono alle ruspe di Emerald Forest... Non a caso ritorna prepotente la metafora centrale di Boorman, quella dei fiume: fiume come natura, libertà, movimento senza ostacoli, contrapposto, in Hope and Glory, alla strada del quartiere, che rappresenta una esistenza piena di limiti e di restrizioni. II Tamigi a Shepperton, che Bili, novello Huckleberry Finn, incontra verso la fine dei film nel cottage dei nonni e che scopre come proprio paradiso - altro che l'Eden Park Estate di Rosehill Avenue! - echeggia il Cahuiawassee River di Deliverance o il corso amazzonico di Emerald Forest. Su di esso si va in barca, lungo le sue rive ci si distende su di un ramo per pescare o rubare le uova degli uccelli, e succedono anche i miracoli, come la bomba che cade nell'acqua e uccide centinaia di pesci...
È la riappropriazione della natura, che diventa ottenimento di una condizione naturale. L'ultima battuta di Bill, e dei film, dopo che un'altra provvidenziale bomba ha distrutto la sua scuola "costringendo" il nonno a riaccompagnarlo da lui, è (nell'originale) "... My school lay in ruins; the river beckoned with the promise of stolen days". Una volta di più, il romanticismo boormaniano viene temperato dal distacco e dall'ironia.
Autore critica:Alberto Morsiani
Fonte critica:SegnoCinema n. 67
Data critica:

1988

Critica 3:
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Fonte critica:
Data critica:



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