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Edward mani di forbice - Edward Scissorhands

Regia:Tim Burton
Vietato:No
Video:20th Century Fox Home Entertainment
DVD:20th Century Fox Home Entertainment
Genere:Fantasy
Tipologia:Le diversità
Eta' consigliata:Scuole elementari; Scuole medie inferiori; Scuole medie superiori
Soggetto:Tim Burton, Caroline Thompson
Sceneggiatura:Caroline Thompson
Fotografia:Stefan Czapsky
Musiche:Danny Elfman
Montaggio:Richard Halsey
Scenografia:
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Alan Arkin, Kathy Baker, Johnny Depp, Roberta Olivieri, Vincent Price, Winona Ryder, Dianne Wiest
Produzione:Denise di Novi e Tim Burton
Distribuzione:Fox
Origine:Usa
Anno:1990
Durata:

103'

Trama:

Una bimba chiede l'origine della neve alla nonna che le racconta la storia di Edward, con forbici al posto delle mani. Lasciato incompiuto dal suo inventore, morto quando stava per terminare l'opera, Edward ha vissuto solitario in un castello, finché Peg non lo ha condotto in famiglia. I vicini lo accolgono bene, colpiti dalla sua abilità nel tagliare. Ma quando Edward rifiuta le avance dell'attempata Marge e manda a rotoli una trasmissione televisiva, viene visto con sospetto. È innamorato di Kim, figlia di Peg, ma il suo fidanzato Jim fa di tutto per ostacolarlo. Intristito, Edward regala a Kim una scultura di ghiaccio: mentre la sta ultimando sembra che nevichi. Anche Kim ama Edward, ma Jim s'ingelosisce. In uno scontro cruento al castello Jim muore. Edward dovrà restare da solo per sempre. L'anziana Kim finisce la storia: ogni volta che nevica sa che Edward pensa a lei.

Critica 1:Pur con qualche ingorgo verso la fine, è la favola più originale uscita da Hollywood da molti anni, nella sua miscela di tenerezza e crudeltà. Il talento grafico di Burton (il quartiere residenziale di pistacchio e caramello, l'assurdo e minaccioso castello, Edward che con le sue cesoie tosa i cani e modella cespugli) è al servizio di un universo intensamente "poetico".
Autore critica:
Fonte criticaIl Morandini - Dizionario dei film, Zanichelli
Data critica:



Critica 2:Dopo l'interessante prova d messa in scena offerta in Batman, era lecito aspettare con curiosità questo quarto lungometraggio del regista che già qualcuno indica come il più importante rappresentante della generazione post-Spielberg. Attesa tanto più motivata dal fatto che Edward si annunciava come il primo film “personale” di Burton: se, infatti, i tre precedenti lavori erano stati interamente di regia, in questo il nuovo ragazzo d'oro di Hollywood aveva firmato anche il soggetto, se non ancora la sceneggiatura. La storia è quella di una “creatura” a cui il suo costruttore è riuscito a dare l'anima, morendo poi prima di costruirgli le mani; al posto di queste, Edward possiede due sistemi di affilatissime forbici, con cui sa fare meraviglie. Dopo la morte improvvisa del suo “genitore”, viene scoperto per caso e poi ospitato da una signora, abitante della cittadina che si stende ai piedi del castello; dapprima coccolato da tutte le matrone del quartiere, verrà poi progressivamente rifiutato (due le cause scatenanti: il suo rifiuto alle avances della più focosa delle sue protettrici, e il suo innamoramento, inammissibile anche perché a un certo punto ricambiato, per la giovane figlia della sua ospite) e alla fine espulso dalla comunità. Tutti, meno la sua giovane innamorata che lo ha aiutato a fuggire, lo credono morto, mentre in realtà Edward ha trovato rifugio ancora nel castello, dove continuerà a vivere nascosto, per sempre giovane, e a regalare al villaggio la neve (nuvole di polvere gelata volano nell'aria quando lui lavora a fantastiche statue di ghiaccio lassù, in alto, sulla collina). Tutta la vicenda è narrata proprio dalla sua innamorata, ormai vecchia e nonna, alla nipotina durante una di queste nevicate. Come si vede, la parabola è quanto di più scontatamente elementare si potesse escogitare per parlare del “diverso” e del suo malinconico destino di incompreso in una società che al massimo può vezzeggiarlo come gadget eccentrico, solo fino a quando sappia tenerlo sotto controllo negandone la consistenza di individuo a tutti gli effetti. Gli elementi narrativi vengono offerti nella loro valenza archetipica e mai sottoposti a un vero, conseguente sviluppo, ad un'elaborazione che ne promuova una visione più complessa. È evidente che a Burton non interessa la storia in sé: alla banalità che la contraddistingue vanno aggiunti i “buchi” di sceneggiatura che la costellano, esibiti con tranquilla consapevolezza e con la precisa convinzione che ciò che conta nel film sta altrove.
L'altrove, per l'appunto, sta ancora nel lavoro di messa in scena a cui la storia viene sottoposta, nell'elaborazione specificamente cinematografica in cui prendono corpo personaggi, ambiente, azioni, sentimenti. In questo ambito, Burton dimostra ancora una volta le sue singolari capacità; il punto di partenza è il limite (nella sua accezione principale di “confine”) a cui il cinema, sicuramente almeno quello che si fa in ambito hollywoodiano, è arrivato: una reiterata autoriproduzione a partire pressocché esclusivamente dai materiali accumulati, e debitamente classificati per una scelta più rapida e funzionale, nell'immenso deposito di modelli che è ormai diventata la sua storia. Burton si muove agevolmente tra i pezzi esposti in questo sconfinato magazzino dell'immaginario (mi si passi ancora e solo per questa volta il termine) a lui, come è ovvio, del tutto familiare. Le suggestioni personali che poi lo ispirano nella scelta rimandano abbastanza evidentemente ai metodi di spossessamento, più o meno traumatico, applicati nella lettura della realtà dalle arti plastico/visive di area pop-art. I segni che veicolano questa propensione sono diversi: l'inopinata violazione del castello tenebroso da parte di una scombinata venditrice di prodotti Avon; l'abbinamento Harry Langdon /Freddy Krueger nel corpo della “creatura”, abbinamento che si riproduce in più direzioni nelle diverse situazioni in cui Edward si trova coinvolto; le ripercussioni cromatiche dello snaturamento climatico/sociale a cui la cittadina viene sottoposta nel procedimento di astrazione che la consegna alla sua funzione “esemplare”. La cifra che rimanda all'universo extra-filmico prima definito, quale griglia esplicativa del lavoro di straniamento / contaminazione accennato, è quella della “serietà” che presiede all'operazione: nel film, anche nelle sue componenti e nei suoi momenti più estremi, non compare mai alcun intento parodistico, e quando ironia c'è si tratta di un'ironia comunque già esplicita e “scritta” nei modelli di riferimento.(...)
Autore critica:Adriano Piccardi
Fonte critica:Cineforum n. 304
Data critica:

5/1991

Critica 3:Il film appare in primo luogo una riflessione sulla dialettica tra inclusione ed esclusione, accettazione e rifiuto. Edward è un diverso, non solo fisicamente ma anche socialmente: non conosce i codici di comportamento del villaggio e deve imparare molte cose, come un bambino, pur sapendone fare molte altre. Il suo handicap, le mani di forbice come simbolo di una mancanza, può apparire una limitazione - nella sequenza a tavola o sul letto ad acqua - ma a ben vedere spesso risulta una risorsa. La sua maestria nel tagliare diventa presto l'ultima moda per le annoiate signore del vicinato, dalle siepi ai cagnolini fino a giungere, in un'irriverente e divertita sostituzione, alle pettinature.
Burton riflette quindi sul fatto che l'attribuzione di diversità sia spesso soggettiva, a seconda di come la si valuti. La parabola del protagonista, che da curiosità aliena si trasforma gradualmente in ospite imbarazzante e infine in presenza dichiaratamente non gradita, contro cui riversare le proprie frustrazioni e ossessioni, esemplifica bene il funzionamento del pregiudizio, che letteralmente attribuisce un giudizio - sia esso positivo o negativo, conta poco - a prescindere da un reale confronto con l'altro. Lo slittamento verso il negativo traduce definitivamente il pregiudizio in discriminazione.
Queste tematiche sono generali, ma nel film la presenza adolescenziale le connota in modo particolare. Di fronte ai sentimenti vissuti da Edward e Kim, alla loro necessità di andare oltre ogni apparenza e convenzione sociale, spicca non tanto la mostruosità del diverso, ma di quella diffusa "normalità" adulta che nei fatti si rivela assolutamente invivibile e artefatta. In questo senso, la provincia ideale messa in scena dal film, non appare tanto una categoria geografica, ma piuttosto uno stato mentale. I colori pastello delle case che fanno pendant con le auto e i vestiti, l'incapacità di essere originali, per cui ogni moda si diffonde all'istante, gli stessi ritmi di vita scanditi dai mariti che vanno o tornano dal lavoro, le rigidissime divisioni di genere, traducono nei comportamenti ciò che Burton ha reso scenograficamente: un'assoluta orizzontalità, piattezza quotidiana che dietro l'apparenza leggiadra cela un vuoto pneumatico.
A fronte di questa piattezza, irrompe la verticalità del diverso, il suo castello oscuro, ma soprattutto la prospettiva, per Kim, di vivere finalmente un sentimento totalizzante e senza compromessi come l'amore passionale. L'amarezza sta nel fatto che tale dimensione appare possibile solo nelle favole, o in momenti di assoluta magia, come accade nella sequenza della scultura di ghiaccio, in cui il dolore si trasforma in poesia, con la neve che appare per la prima volta in un paese in cui anche il Natale sa di polistirolo.
L'irriducibilità di Edward a qualsiasi schema pregresso segna non a caso la condanna da parte della maggioranza e l'amore da parte di chi lo frequenta realmente. Prima della passione con Kim, Edward ha trovato accoglienza nella sua famiglia, con Peg che offre quell'affetto genitoriale che non ha mai potuto sperimentare. Nella loro semplicità, i Boggs sono persone attente, che capiscono il disagio di chi non è identico a loro, ma lo accettano senza giudicarlo, attenti piuttosto a fornirgli indicazioni per il suo ambientamento. E forse non è un caso che sia proprio Peg a trovare e adottare Edward: lei che, venditrice ambulante di cosmetici è sistematicamente messa alla porta dalle vicine, conosce il prezzo dell'esclusione.
Autore critica:Michele Marangi
Fonte critica:Aiace Torino
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
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