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Jonas che avrà 20 anni nel 2000 - Jonas qui aura 25 ans en l'an 2000

Regia:Alain Tanner
Vietato:No
Video:Fonit Cetra Video
DVD:
Genere:Commedia
Tipologia:Diventare grandi
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:John Berger, Alain Tanner
Sceneggiatura:John Berger, Alain Tanner
Fotografia:Renato Berta
Musiche:Jean Marie Senia
Montaggio:Brigitte Sousselier
Scenografia:
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Miou-Miou (Marie), Rufus (Mathieu Vernier), Jean-Luc Bideau (Max Satigny), Myriam Boyer (Mathilde Vernier), Jacques Denis (Marco Perly), Roger Jendly (Marcel Certoux), Jonas, Dominique Labourier (Marguerite Certoux), Myriam Mezieres (Madeleine)
Produzione:Citel Films Ginevra - Action Films Parigi - Societe' Française de Production-Ssr - Yves Gasser - Yves Peyrot
Distribuzione:Cineteca dell’Aquila
Origine:Francia - Svizzera
Anno:1976
Durata:

110’

Trama:

A Ginevra, nel sottobosco della moderna metropoli e negli ultimi angoli rurali dei dintorni, vivono otto persone generose e anticonformiste che il caso e le ideologie rivoluzionarie stringeranno intorno al piccolo Jonas, il bambino che nel 2000 avrà 20 anni e che tutto il gruppo ritiene spiritualmente figlio. Mathieu, tipografo disoccupato, accetta un lavoro assai umile nella fattoria di Marcel e Marguerite, sino a che non aprirà nella stessa una anticonformistica scuola per fanciulli di contadini. Mathilde, sua moglie, ama la maternità come una ragione di vita e genererà Jonas. Marcel, il fattore, a differenza della moglie Marguerite pragmatista, ama sognare e racconta storie naturalistiche che sarebbero piaciute al filosofo ginevrino J.J. Rousseau. Max, degradato da giornalista al rango di correttore di bozze, è un ex combattente del '68 e si appaia perfettamente con l'iconoclasta Madeleine che induce a rubare i segreti di finanzieri di cui è segretaria, così da vanificarne i piani di speculazione terriera. Marco, invece, è un docente di storia che si fa licenziare per le idee incendiarie e finisce per fungere da animatore in un ricovero per anziani. A lui si lega sentimentalmente Marie, una frontaliera che di notte dorme in Francia e di giorno lavora come cassiera presso un supermercato ginevrino ove, essendo solita ridurre fortemente i conti ai clienti modesti, viene scoperta e consegnata alla prigione.

Critica 1:Nel 1975 a Ginevra Mathieu e Mathilde Vernier attendono un bambino che avrà 25 anni nel 2000 (in Italia fu distribuito nel ‘'79 col titolo corretto): sperano che allora il mondo sarà migliore. Intorno a loro ruotano altri sei personaggi, tutti con nomi che cominciano con Ma... Diciamo allora che questo film sulle speranze e le delusioni del '68 è Magnifico. Parabola politica che oscilla tra pessimismo e ottimismo, tra sogno (desiderio) e realtà, tra contestazione e utopia, è un film tonico: stimola, dà vigore, corrobora perché attraverso personaggi originali, ma riconoscibili, amabili, simpatici, sa unire ironia e tenerezza, arguzia e generosità. Dialoghi tradotti da Stefano Benni.
Autore critica:
Fonte criticaIl Morandini – Dizionario dei film, Zanichelli
Data critica:



Critica 2:Prendere il tempo come soggetto (e insieme strumento) di analisi richiama subito alla memoria uno degli «exploit» di Jonas, la lezione di storia di Marco, il professore interpretato da Jacques Denis. Lezione di storia che consiste nel taglio in classe di una salsiccia, presa a simbolo dello svolgersi della attività umana (una delle più forti irruzioni della metafora nel film, talmente organica da trasformarsi in una specie di microallegoria secentesca). La tesi del resto accettabile, di Marco è che «nella società contadina gli uomini pensavano che il tempo fosse fatto a cicli, a stagioni», sempre uguali, una infinita ripetizione, fino a che «il capitalismo porterà l'idea del tempo-autostrada», del progresso, dello sviluppo verso un fine che è paradossalmente inattingibile. «Essi (i capitalisti) trasformarono il tempo in un cavatappi di cui loro erano la punta»; il tempo si distende orizzontalmente, ma l'intervento dell'uomo ne trasforma la percezione in qualcosa che si avvita a spirale su se stesso (il cavatappi): «con questa violenza arrivò una paura nuova, la paura del passato». Marco non lo dice, ma in questa maniera, con il concetto progressivo del tempo portato dal capitalismo, si sviluppa anche la nozione di cambiamento e quindi della possibilità dell'utopia rivoluzionaria, una funzione storicamente positiva del capitalismo che è un po' grossolano passare sotto silenzio per un professore di storia. Ma, in qualche modo, Marco mira più a comunicare l'immediata evidenza delle sue idee che non a sviluppare tutte le implicazioni: così, per lui l'utopia sta piuttosto nei «buchi» della salsiccia, nelle «pieghe del tempo» attraverso cui guardano prima i profeti e, a posteriori, gli storici. I contenuti di questa «lezione» non sono in verità nuovissimi. E, infatti, chi non ha amato Jonas lo ha trovato - per prima cosa - una accozzaglia di luoghi comuni. È l'inevitabile altra faccia del cosiddetto «vissuto». Anche il famigerato Porci con le ali ambiva a questa dimensione, eppure credo che nessuno possa nemmeno immaginare un paragone con Jonas. Jonas ha un suo «modo» originale (che ovviamente si può anche rifiutare) di affrontare tremendi problemi come quelli sopra menzionati, dandone una rappresentazione accessibile ma non banale e, per usare un altro luogo comune, «aperta». E, in ultima analisi, rappresentare è il problema fondamentale con cui si deve misurare qualunque film.
È quindi la chiave della rappresentazione che si deve indagare prima di tutto. Ho già dato come acquisito che Jonas sia una «favola»: e da qui, ovviamente, una tendenza alla metafora incline, come già rilevato per Marco, ad organizzarsi complessivamente in allegoria. Basti considerare gli otto protagonisti: tutte programmatiche derivazioni da una radice «Ma» («Ma» come Maggio, naturalmente): Max, il vecchio militante deluso; Madeleine, la mistica orientale; Mathieu, il sindacalista incallito; Mathilde, la donna «biologica», saldamente legata alla fisicità delle cose; Marcel, il contadino che odia l'industria; Marguerite, contadina lunatica ma ben cosciente dei problemi economici; Marco. il professore di storia «alternativo»; Marie, la frontaliera.
Per quanto metafore di altrettante realtà, gli otto personaggi non sono semplicemente maschere o marionette che simboleggiano una idea: di fatto sfuggono a una definizione che li rinchiudeva perchè esprimono piuttosto delle contraddizioni che dei valori. In questo ambito sono dialettici (e si può accettare il richiamo a una struttura epica in senso brechtiano che lo stesso Tanner ha rivendicato); ma per quanti momenti di confronto ci siano nel film, gli otto «piccoli profeti» non si spostano un centimetro dalla loro condizione iniziale. Ne è una spia fin troppo scoperta lo sketch dell'aumento del prezzo delle sigarette che apre e chiude il film. Siamo dunque nei termini classici dell'allegoria, esattamente sulla sponda opposta dell'analisi psicologica. E già a questo livello il film - grazie alla grande intesa tra regista e attori (Tanner ha detto: «Il punto di partenza del film... è stata la scelta, definitiva e radicale, degli otto attori») - funziona.
Ma la dinamica profonda di Jonas, come accennato, è un'altra. Sul modulo rappresentativo fornito dall'allegoria - e a partire da un'attenzione peculiare al problema del tempo - i due assi portanti che un po' si oppongono, un po' si individuano reciprocamente, un po' si rovesciano l'uno nell'altro sono la natura e la storia. Non solo per la compresenza di personaggi di campagna e di città, ma soprattutto per una generale tendenza a far apparire, per analogia - appunto come facevano i secentisti, il tutto in ogni parte. Marcel, il contadino, gioca in questo senso un ruolo fondamentale: a parte il suo amore per le balene (che sono un po' il nume tutelare del film e di Jonas) egli considera l'uomo prima di tutto come un animale: «Gli uomini sono in declino come specie» - e da qui diventa ammissibile la comparazione dei tempi vitali e storici
dell'uomo (qualche scena prima descritti da Marco) con i tempi biologici della zecca che, come racconta Marcel, può aspettare decine di anni prima di compiere il suo ciclo vitale che dura un giorno solo. Storia e Natura illuminano i loro paradossali rapporti. Ma è certo un procedimento rischioso, perchè questa relativizzazione della storia dell'uomo ai cicli della natura può portare all'impossibilità della comprensione («Tutto è un mistero nella natura» - Marcel) o alla finale confusione del tutto nel nulla («II pensiero senza oggetto» - Madeleine). Certo, l'opposto dogmatismo di Max, l'ex-militante, non risolve molto, perchè è intrappolato in un «fare» senza orizzonti; per quanto rovini gli affari agli speculatori è Max stesso che dice: «La politica non serve più a niente». E non risolvono molto nemmeno le coniugazioni «brillanti» del contradditorio rapporto Storia-Natura: «La cipolla è un ortaggio democratico...», come canta Mathieu, il sindacalista licenziato, mentre prepara lo stufato.
Ma è proprio Mathieu che indica l'elemento-chiave intorno a cui è ancora possibile sperare, combattere e armonizzarsi ai Massimi Sistemi. Non è un caso che sia lui il padre di Jonas, lui il portavoce di tutti gli altri nella lunga sequenza di chiusura. Perchè è lui che individua con il massimo livello di coscienza il perno intorno al quale ruota l'orbita del tempo della natura attraversato dalla traiettoria rettilinea della Storia. Quel perno è il lavoro, l'attività produttiva degli uomini, quello che, come si legge «ortodossamente» in Marx, li differenzia dagli animali. È il lavoro che può intervenire sulla natura e cambiarla, creando la storia, e ne viene a sua volta condizionato. Ma il lavoro non è un'idea iperuranica: è qualcosa di molto concreto e, insieme, di vitale. È un concetto storico ed è anche una relazione con la materialità delle cose. Mathieu che attraversa la parabola operaio - contadino - operaio lo sa bene. Lavorare la terra, ad esempio, non è una fuga: è certo un lavoro diverso per qualità dalla linea di montaggio, ma si deve misurare ugualmente con rapporti di proprietà e di dipendenza. Ed è la prima cosa che dice a Marcel e a Marguerite quando lo assumono. Il lavoro è una questione di sfruttamento e di conflittualità, oltre che di realizzazione della potenzialità dell'uomo. Jonas rappresenta una galleria di condizioni del lavoro: la proprietà, il lavoro indipendente, il lavoro marginale, il lavoro salariato (intellettuale, fisico, impiegatizio), risolto e interpretato da Marie, la cassiera, nel suo rovescio naturale: il furto (facendo pagare meno agli anziani la merce del supermercato e impossessandosene essa stessa). Di fronte allo sfruttamento del lavoro nel capitalismo (e, quindi, alla sua cattiva relazione con la natura) è logico che l'individuo, come tale, si sente frustrato e impotente. Come, in ultima analisi, si sentono tutti i personaggi di Jonas - come Mathieu, in motorino, fermo al rosso, quando grida una delle più belle battute di tutto il film: «Semaforo di merda!».
Autore critica:Davide Ferrario
Fonte critica:Cineforum n. 191
Data critica:

1-2/1980

Critica 3:
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Data critica:



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