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Gallipoli - Gli anni spezzati - Gallipoli

Regia:Peter Weir
Vietato:No
Video:Cic Video
DVD:
Genere:Drammatico
Tipologia:La guerra, Diventare grandi
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Peter Weir
Sceneggiatura:David Williamson
Fotografia:Russell Boyd
Musiche:Brian May
Montaggio:William Anderson
Scenografia:Wendy Weir
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Mel Gibson, Mark Lee, David Argue, Ron Graham, Robert Grubb, Bill Hunter, Bill Kerr, Tim Mckenzie, John Morris, Gerda Nicolson
Produzione:Paramount
Distribuzione:Uip
Origine:Australia
Anno:1981
Durata:

106'

Trama:

È una pagina della storia nazionale australiana o meglio della tragica conclusione sulle rocce di Gallipoli di un assalto comandato, nel nome del re e dell'impero d'Inghilterra, al corpo di spedizione australiano considerato, dal comando inglese, solo e semplicemente carne da cannone per distrarre il nemico da uno sbarco che le truppe inglesi avrebbero fatto un poco più in là. Un massacro che non risparmia il protagonista la cui corsa, cominciata nei prati vicino a casa, si spezzerà di fronte all'ultima pallottola nell'estremo, assolutamente inutile, assalto.

Critica 1:Più che un film bellico sulla futilità della guerra è un racconto picaresco di viaggi, avventure, amicizie virili. Weir ha mano felice nell'affettuosa descrizione dei personaggi, nella rievocazione di un'epoca.
Autore critica:Laura e Morando Morandini
Fonte criticaTelesette
Data critica:



Critica 2:Maggio 1915. Un'alba del Western Australia. Il ragazzo respira profondamente per ossigenarsi prima della corsa. Il vecchio, con aria burbera, lo scruta e lo incita. “Che cos'hai nelle gambe?”, gli chiede. “Molle d'acciaio”, risponde il ragazzo. “E come andrai?”. “Veloce come un leopardo”.
Sono passati pochi mesi. Un fischietto brilla sotto il sole turco, identico a quello con cui il vecchio dava il via alle corse del velocista. Il ragazzo è ancora in pista, rannicchiato in una trincea prima dello scatto verso le postazioni nemiche.
La gara però è persa fin dall'inizio: baionette contro mitragliatrici. Archy si ripete la formula magica di tante vittorie sportive: “Che cos'hai nelle gambe? Molle d'acciaio. E come andrai? ... ”. Un colpo di pistola è lo start. I compagni cadono dopo neanche cinque metri. Archy corre; per un attimo si ha la sensazione assurda che quel corpo, proteso verso le pallottole, possa evitarle. Poi lo schianto: con un fotofinish che si scurisce sulle note solenni di Albinoni, Weir congela l'immagine dell'esuberanza giovanile, che fa tutt'uno con quella di un Paese giunto alla ribalta della Storia prima ancora di essersi dato una coscienza storica della propria identità.
Peter Weir si è ispirato, per la rappresentazione della tragica battaglia nella penisola di Gallipoli, alla cronaca di Bill Gammage nel libro “The Broken Years” e alla storia ufficiale di C.E.W. Dean. Quella campagna fu tra le più sanguinose e inutili della prima guerra mondiale: allo scopo di riaprire lo stretto dei Dardanelli, bloccato dall'esercito ottomano con il cospicuo aiuto di armi e ufficiali tedeschi, vennero impiegati migliaia di uomini in una lotta corpo a corpo per la conquista volta a volta di pochi metri di terreno. L'attacco alla baionetta che corona il film avvenne nell'agosto del'15 e lasciò sul campo gran parte dei trentamila giovani dell'ANZAC, il corpo di spedizione australiano e neo-zelandese, che avrebbe pagato un ulteriore tributo di sangue alle potenze occidentali il gennaio successivo, coprendo la ritirata delle truppe dell'intesa dall'infida penisola turca.
Che cosa avessero in animo quei volontari che partirono dall'emisfero boreale per partecipare a una guerra, di cui avrebbero beneficiato esclusivamente pochi stati dell'altra metà dei mondo, è ciò che ha interessato Weir, il quale ha condensato l'azione bellica nell'ultima mezz'ora di film e la presenza dei nemico in non più di due inquadrature. La guerra, cioè, diventa per intero una proiezione australiana: uno scenario spostato, assurdo, onirico, incredibilmente “bello” e vago in alcuni scorci (quello dello sbarco, ad esempio, con riprese a fil d'acqua di nebbie tagliate dai riflettori, o quello della notte che precede l'attacco, illuminata da centinaia di fiammelle sulla montagna e dalle luci di una nave alla fonda, come in una cartolina di Portofino by night); un luogo immaginario quindi, vissuto da quei soldati ex-contadini in maniera goliardica o come avventura esotica, ma mai in presa diretta sui fatti, sulle conseguenze dell'agire e sulle finalità storiche.
Già Bruce Beresford in Breaker Morant, che è dei '79, ci aveva mostrato australiani in divisa sbalzati come bestie sacrificali sul palcoscenico di una guerra - quella boera dei 1899 che non li riguardava: li il colonialismo britannico si rifaceva una verginità dopo i massacri semilegalizzati, processando tre membri di un corpo di spedizione aussie, accusati di ritorsioni contro prigionieri e civili. Il film di Beresford è scandito dalle udienze dei processo secondo un cerimoniale e un'iconografia che appaiono sempre più astratti ed estranei allo svolgimento non premeditato dei fatti e alla violenza primitiva dei luoghi rievocati dai flash-back. Una contrazione - codificazione spaziale (l'aula) è opposta alla rarefazione e all'alterità del paesaggio naturale; un freddo raziocinio, superiore agli uomini e alle cose, e una concatenazione temporale stabilita a tavolino (l'inquisitoria) si scontra con l'indicibilità degli eventi, con il tutto-possibile di una situazione (quella della guerriglia), in cui la sfida uomo a uomo e il legame di sangue hanno sostituito tattiche e gerarchie.
Gli stessi dualismi si ritrovano ne Gli anni spezzati, dove gli “esterni” a perdita d'occhio che costellano i primi novanta minuti dei film non hanno senso se non in relazione all'imprigionamento finale dell'azione in una trincea, e dove le continue goliardiche competizioni senza cronometro, “al primo che arriva”, sono in sottile rapporto con quell'ultimo duello all'arma bianca congegnato sulla perfetta coincidenza delle lancette di due orologi i quali invece fanno cilecca, causando il massacro. Complice è il freddo calcolo tattico di un colonnello che a distanza parlando in una cornetta, dà l'ordine di continuare l'attacco. Frank, prima concorrente e poi grande amico di Archy, cerca invano, come portaordini, di battere sul tempo il telefono, ma un miracolo simile sarebbe quello dei ragazzo che a piedi era andato più veloce di un uomo a cavallo non si ripete, proprio quando invece sarebbe necessario, proprio quando la sfida goliardica al “primo che arriva” avrebbe finalmente un'utilità.
Gli australiani di Weir rimangono organicamente degli adolescenti, condannati a correre contro il tempo o senza tempo massimo, comunque disinnescati dalla coscienza dell'obbiettivo, dal calcolo delle opportunità, dal proporzionamento dei risultato ai mezzi. Tre giorni prima di un'importante gara di velocità Archy è disposto a mettere a repentaglio la vittoria quasi certa per correre a piedi scalzi nella sterpaglia contro un bovaro a cavallo. Successivamente, con uguale mancanza di misura, affronterà il deserto australiano con le sole gambe e una boraccia d'acqua; il tutto per arruolarsi - lui che non ha l'età - in una guerra di cui conosce soltanto gli slogan della propaganda nazionalistica.
Non c'è, d'altro canto, nel film un personaggio, anche adulto, che sia portatore di consapevolezza storica: non il vecchio Jack, allenatore di Archy, che rispecchia semmai la nostalgia dell'Eden adolescenziale (si veda la sua lettura commossa delle ultime pagine dei “Libro della giungla”, dove Mowgli dà l'addio alla foresta e va nella civiltà), non il maggiore Barton, al quale, nell'imminenza dei massacro, non resta che il cliché dell'ubriacatura e la solita retorica: “Ricordatevi che siete uomini del Western Australia”. Franck, che è figlio di irlandesi, può ancora ricordare un nonno impiccato dagli inglesi; eppure anche lui, dopo un'iniziale riluttanza, finisce militare dalla parte di Sua Maestà per il semplice bagliore di una divisa da cavaliere e per non perdere gli amici, tutti interventisti per semplice amore del cambiamento,
La polemica anti-britannica, che nel film di Beresford era assai più circostanziata e caustica, qui cede il posto al compianto elegiaco sulla perdita di uno stato di grazia preimperialista, caratterizzato dalla libertà di movimento, dall'assenza di barriere spaziali e temporali, dal gioco e dalla scommessa sul l'impossibile. “Ci vediamo quando capita, se non capita prima”, è la battuta con cui Franck congeda gli amici, ma la casualità non esclude frequenti, impensati reincontri anche nella confusione della guerra. In un universo ludico tutto in realtà diventa possibile.
Franck, simpatico millantatore, viene escluso per manifesta incapacità dalla cavalleria dove invece è entrato Archy ma arando pure lui sull'età. I trucchi (del racconto) continuano, e così Franck, in fanteria, ritrova i compagnoni che lavoravano con lui alla ferrovia; successivamente in Egitto riaggancia anche Archy e naturalmente riesce a farsi reclutare a i cavalieri. I due si reincontrano - o meglio si scontrano durante un'esercitazione che, coerentemente allo spirito goliardico, diventa una pantomima, con finti feriti e codazzo di egiziani che vendono le arance. Neppure sotto le granate turche gli australiani smettono di scherzare, anche se qui l'allegria appare malata, come dimostra l'episodio del bagno in mare, con premio al primo che viene ferito dal nemico.
Il finale a ranghi serrati, senza più le scappatoie del gioco e l'illusione di un movimento senza limiti su sfondi continua-mente inediti e fantasmizzabili, rovescia in un certo senso il progredire che Weir aveva impresso a Picnic a Hanging Rock, dall'ordine iniziale dei collegio vittoriano alla decom-posizione di norme, gerarchie e distanze nel contatto con un paesaggio immenso e preistorico, che annullava il signi-ficato stesso del prima e del dopo, del qui e del là, dell'es-serci e del non esserci più. Specchio ambiguo dell'inco-scienza (nell'accezione letterale di mancanza di coscienza, che è per il regista il senso vero dell'“adolescenza” austra-liana), Hanging Rock diveniva l'esatta proiezione della terra di nessuno di una civiltà che si è insediata in una natura che l'ha preceduta di millenni.
Ne Gli anni spezzati si ha a tratti la felice interpretazione di questa vacuità sostanziale, che si annida nel comportamen-to ribaldo e dissacrante o nella curiosità inesausta: ad esempio, l'episodio egiziano del soldato che, durante una concitata partita di football, si arresta a fissare affascinato e un po' atterrito la Sfinge, percependo improvvisamente in quello sguardo l'abisso di un enigma millenario e subendo l'effetto Medusa dì Hanging Rock. L'effìmero e l'eterno, la storia (come illusione) e il mito: la scelta dell'Egitto si rivela quanto mai adatta a esprimere i contrasti che stanno a cuo-re a Weir. Agli inestricabili geroglifici (che già trovavamo ne L'ultima onda come premonizione di apocalissi) si sovrappongono le iscrizioni delle civiltà e degli eserciti che hanno attraversato quelle sabbie senza lasciar traccia, solo mes-saggi ormai “sospesi” e al fondo misteriosi.
Franck e Archy lasciano la loro firma su una piramide ac-canto a quella di un soldato di Napoleone; l'implicita affer-mazione, che quel gesto contiene, di appartenere alla Storia muore sullo sfondo impenetrabile e “muto” del deserto, mentre i moderni discendenti dei Faraone, che dei loro pas-sato conservano solo souvenirs, non fanno che riflettere, su un piano volgare, la mancanza di identità e di futuro dei sol-dati.
Queste rappresentazioni dell'assenza, che illuminano a sprazzi il film, cozzano però con un finale che cerca la pie-nezza dell'elegia, quasi che l'irregimentazione degli austra-liani e dei loro sogni avesse come corrispondente una chia-mata all'ordine del regista (tale chiamata, se effettivamente c'è stata, va imputata alle intenzioni spettacolari di una pro-duzione miliardaria, che ha messo insieme i soldi di Stig-wood, il finanziatore per intenderci di Jesus Christ Super-star, La febbre del sabato sera e Grease, a quelli di Mur-doch, proprietario di un impero editoriale).
Comunque sia andata, il finale commovente e strombazzan-te non appartiene al vero Weir, e quell'impiego reiterato dell'adagio di Albinoni - che, fra l'altro, è già stato utilizzato da più di un regista - risulta stucchevole. Molto meglio sa-rebbe stata una conclusione farsesca e glaciale, magari con musica frastornante ma dissacratoria, in cui si ritagliassero le vuote silhouettes di una grande illusione.
Autore critica:Lodovico Stefanoni
Fonte critica:Cineforum n. 215
Data critica:

Giugno 1982

Critica 3:
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Libro da cui e' stato tratto il film
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