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Mask - Dietro la maschera - Mask

Regia:Peter Bogdanovich
Vietato:No
Video:Cic Video
DVD:
Genere:Drammatico
Tipologia:Le diversità
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Anna Hamilton Phelan
Sceneggiatura:Anna Hamilton Phelan
Fotografia:Laszlo Kovacs
Musiche:Bob Seeger
Montaggio:Barbara Ford, Eva Gardos
Scenografia:Norman Newberry
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Sam Elliott (Gar), Eric Stoltz (Rocky Dennis), Laura Dern (Diana), Lawrence Monoson (Ben)
Produzione:Martin Starger
Distribuzione:Cecchi Gori
Origine:Usa
Anno:1984
Durata:

115'

Trama:

La terribile disgrazia che ha colpito Rocky Dennis - una leontiasi, cioè una rarissima, mostruosa deformazione del cranio e del viso - trova una felice compensazione nell'amore profondo che per il figlio sedicenne nutre Rusty e nella affettuosa amicizia e protezione di una banda di scioperati inoffensivi. Rusty, a suo tempo abbandonata dal marito e padre del ragazzo, si è rifugiata nella droga, passando dalle braccia dell'uno a quell'altro nel suo "clan". Con lei e con Rocky vive un ex amante (Gar), che ha ripreso i contatti con la donna mai dimenticata e che a lui è affezionatissimo. Il ragazzo supera quotidianamente la sfida impostagli dalla vita, e sempre con dignità e quasi con ironia, grazie al suo limpido carattere, al suo coraggio e, soprattutto, alla forte intelligenza. Dopo gli ottimi risultati della scuola media, anche al termine del primo anno di liceo il ragazzo stravince, ottenendo le classifiche migliori, tra i consensi dei docenti e gli applausi dei compagni, che ormai lo hanno pienamente accettato e gli vogliono bene. Non manca fra madre e figlio qualche urto: Rocky detesta che la donna si droghi e lei fa anche qualche tentativo per vincersi. Anche per togliersi un po' dall'ambiente, Rocky accetta un giorno di recarsi, in qualità di assistente, in un campeggio di adolescenti non vedenti di ambo i sessi. Anche lì gli è facile farsi tutti amici (né alcuno, ovviamente, potrebbe avvertire per lui un senso di ripugnanza). Un tenero, puro sentimento si stabilisce tra il ragazzo e la giovane Diana, ma il campo finisce e i genitori della bella, quanto infelice, ragazza, dopo il rientro a casa, le sottraggono le lettere di Rocky, che invano la cercherà anche per telefono. Deluso ed avvilito, Rocky parte per cercare Diana e la troverà in un maneggio: ogni equivoco viene così chiarito e i due capiscono che l'amore fiorito tra loro è ancora ben vivo. Ma Diana deve raggiungere presto una scuola assai lontana e Rocky capisce subito che la perderà. Anche Ben, il suo grande amico, quello con cui per anni ha progettato i dettagli di un fantastico viaggio in moto nei più bei Paesi dell'Europa, ha trovato un lavoro e deve andarsene dalla cittadina. Ogni speranza sembra crollare. E una notte Rocky muore nel sonno, forse mentre per l'ultima volta sogna dell'amore e di tante altre meravigliose scoperte, mentre a Rusty - ormai uscita dal funesto "tunnel" della droga - non restano che le lacrime su quel figlio tanto tenero ed infelice.

Critica 1:Affetto da una rara malattia (leontiasi) che gli deforma mostruosamente il cranio e il viso, il sedicenne Rocky Dennis è risarcito dall'amore della madre sgallettata e dalla protezione di una banda di simpatici punk. Alle prese con una storia non lontana da Elephant Man, Bogdanovich ha il merito di aver fatto un film commovente senza indulgere né agli effetti né al sentimentalismo. Ottima l'interpretazione di Cher nella parte della madre.
Autore critica:
Fonte criticaIl Morandini - Dizionario dei film, Zanichelli
Data critica:



Critica 2:Targets, Paper Moon, Daisy Miller, Saint Jack, Bogdanovich continua la sua galleria di “diversi” coi più diverso di tutti, Rocky Dennis, ragazzo dal volto mostruoso vissuto ad Azusa presso Los Angeles dal 1964 al 1980.
Rocky con i diversi ci sta bene, e loro con lui. Una banda di motociclisti, i Turks (il termine deriva dal gaelico “torc”, cinghiale selvatico), il cui nome significa forza, imponenza, disponibilità all'ira, lo adotta insieme a sua madre Rusty, lo coccola, lo difende, lo adora. L'america di Mask non è quella acqua e sapone già messa alla berlina in Ma papà ti manda sola? AI professore stupido qui fa da pendant l'allievo intelligente capace di ricordarsi non solo la combinazione del suo armadietto ma anche di quello dei vicino, capace di raccontare la storia deli'Iliade come uno stand-up comedian riscuotendo l'applauso di tutti.
Hanno torto coloro che han visto nel film un tentativo di patetizzare una storia già patetica. Se qualcosa di tale vi è in essa si tratta se mai dell'incredibile capacità di silenzio della madre (una Cher grandissima su cui ritorneremo), dell'iniziale indisponibilità di coloro che a scuola avvicinano Rocky, il quale peraltro sa conquistarli molto presto con la sua intelligenza, il suo spirito, le sue maniere dolci.
Mask è davvero un film sulla maschera, ma non tanto quella evidente dei protagonista (almeno un paio di volte qualche ragazzo si rivolgerà a lui dicendogli di togliersela), che è invece una maschera vera, quanto sulla maschera degli altri, su Rusty che copre il suo animo avviluppandolo nella droga e vive - ormai donna matura - un orribile rapporto di disagio con il padre, su Dozer che rifìuta di parlare mascherando la comunicazione con la forza bruta, sui compagni di scuola, ad uno dei quali lo stesso Rocky in un accesso dì furia (per lui inaudita) dirà che egli si toglierà la maschera quando l'avrà fatto anche l'altro.
Un mondo en masque allora, ma senza alcunché di carnevalesco, senza il piacere del celare e dello svelare. Anche qui si cela e si svela, naturalmente, ma - appunto - senza piacere: la maschera, insomma, diventa metafora dell'esistenza senza l'allegro fasto della ritualità. In certo senso anzi l'orrore di Rocky è tutto qui: attorno a lui non c'è ritualità, egli è un elemento dì (involontario) disturbo nella “normalità” degli altri. Non a caso lo spettatore sì sente più a suo agio quando il ragazzo è insieme ai Turks, quando cioè sì instaura nella storia un sia pur debole elemento di ritualità come nei saluti, nelle corse in moto, nei picnic ecc. (per non dire dell'elaborato rituale del saluto al medico durante il controllo periodico). Non è, si noti, una ritualità astratta, bensì quella che cementa un gruppo sociale, anzi li primo gruppo sociale: la famiglia. “Sono la mia famiglia”, dice orgoglioso Rocky al direttore mentre sta ricevendo il terzo premio ed in fondo alla sala i Turks stanno scatenando un pandemonio di allegria.
Il disturbo della normalità è tanto più ingiustificato se si pensa al modo in cui Bogdanovich ha costruito le scene in cui Rocky compare, da solo o in mezzo agli altri. La prima sequenza - una interminabile panoramica in campo lunghissimo dei colli e delle autostrade che si conclude con una ripresa ravvicinata della via poi della casa in cui Rocky vive e dalla quale esce della normalissima musica rock. Un'ombra vi si aggira tranquilla, basta un altro stacco per comprendere che quelI'ombra non ha nulla di normale se non i movimenti. È un procedimento hitchcockiano, quello di partire dal generale per entrare vieppiù nei dettaglio, ma questa volta il dettaglio si rivela la sostanza stessa del film: la diversità del giovane. Ma ecco che subito tale diversità, proprio nel momento della sua evidenza, viene attutita: l'arrivo di Rusty coi bellimbusto. Questi rimane a bocca aperta davanti a Rocky, leì invece gli si indirizza nel modo più normale del mondo. L'uomo, si noti, è l'unico “square”, l'unico borghese con cui Rusty sembra avere intenzione di intrattenere un qualche rapporto. In seguito - viste le frequentazioni della donna - tale scelta apparirà alquanto strana, ma essa, è evidente, è stata fatta unicamente perché nessuno dell'ambiente di Rusty avrebbe potuto permettersi della meraviglia di fronte al volto dei ragazzo.
Ma un personaggio fra questi ultimi va osservato con particolare attenzione: Gar. Gar entra in scena come l'amore della madre, ma egli è nondimeno l'amore del figlio. La sua sicurezza, il rispetto che incute, il portamento e soprattutto lo sguardo ne fanno in certo modo l'anti-Rocky, quello che Rocky vorrebbe essere per gIi altri (ovviamente, in particolare per la madre). Rocky dunque vive l'amore della madre altrimenti deturpato, avvilito, frustrato - attraverso quello di Gar per lei. Nulla sfugge all'occhio di Gar, Bogdanovich riprende quasi sempre l'uomo di tre quarti a sinistra o a destra mentre osserva con chiara espressione intensamente allusiva quel che capita attorno a lui, soprattutto fra Rusty e Rocky. Gar è una sorta di detective dello spirito, osserva tutto e tutto comprende, ma al tempo stesso non si intromette: il buon padre capisce che tra madre e figlio i conti vanno regolati privatamente.
Lo sguardo di Gar è peraltro il pendant del buio di Diana, la ragazza di cui Rocky si innamora al campeggio. D'accordo, da questo momento in avanti tutto il film ne esce compromesso: l'amore fra handicappati, grande tema di orrende bufale come Luna arrabbiata, dovrebbe essere bandito dagli schermi, non certo per eufemismo, ma solo per incapacità registica davanti al tema. In ogni caso, è anche vero che Rocky si situa fra la “luce” di Gar e l'“oscurità” di Diana, dea cacciatrice, le ricorda giustamente il ragazzo, ma anche aggiungiamo noi - dea della luna, cioè di un corpo celeste che vive di luce riflessa. La luce riflessa di Diana è evidentemente quella di Rocky, il quale si ingegna in cento modi per riuscire a metterla in grado di vedere (la sequenza dei colori - calori essendo in questo senso sicuramente la più riuscita, una sorta di esercizio rimbaudiano tattile).
Vista, tatto, suono, Mask è fatto di una serie di esercitazioni sui sensi che esaltano la presenza e la funzione di un corpo in certa misura anomalo, e dunque richiamato, recuperato tramite essi alla normalità.
Il momento forse più intenso dell'intero film in questo senso è nella funhouse, quando Rocky, davanti allo specchio deformante, dice all'amico di andare a chiamare la madre. Noi inizialmente non vediamo che cosa è riflesso in quello specchio, ma lo intuiamo facilmente. Ed infatti quando la madre arriva un controcampo ci rivela un volto pressoché normale, il volto maschio di un giovane che per un solo attimo ha avuto anch'egli un'esperienza narcisistica dei proprio aspetto.
Ecco allora che Mask non è soltanto, come invece vuole l'agiografia dei quotidiani, una pellicola sulla verità dei sentimenti e dell'intelligenza, sull'ipocrisia dei “normali” e sulla dolorosa condizione dei “diversi” (a starci attenti non uno di questi temi esiste per più di pochi minuti), bensì anche e soprattutto un film sull'indipendenza degli affetti, o meglio ancora sulla lotta per ottenerla. Non c'è dubbio che Rusty ami Rocky, ma per giungere a questo affetto la donna deve passare attraverso terreni accidentatissimi e pericolosi (la droga, il sesso), terreni che ella peraltro affronta volentieri dal momento che per tutta la vita ha avuto sotto gli occhi un rapporto parentale fallito, quello fra lei e suo padre.
Nessuno, intendo dire, deve lottare per sentire un qualche affetto per Rocky: il ragazzo l'affetto degli altri sa guadagnarselo da solo. La lotta comincia dopo, per mantenere quell'affetto al livello della normalità in un mondo per il quale la normalità è un'altra cosa. È un problema che Gar compendia benissimo quando racconta al ragazzo del primo incontro avuto con sua madre, della donna che esce di casa con in braccio Rocky che a quel tempo avrà avuto cinque anni e che si reca dai medici per un controllo. La gente li guarda nella sala d'aspetto, Gar si volta verso Rusty e da quel giorno, come egli stesso dice, non ha mai visto donna più bella. Rusty funge qui da “mediatrice” fra Gar e Rocky il mostro, esattamente come la droga fra lei e suo figlio.
Se poi la madre è interpretata da Cher si può star sicuri che il modello ne esce tesissimo, straordinariamente umano, dominato da quegli occhi scuri che sembrano ritrarsi, da quegli sguardi silenziosi che senza la più tenue accentuazione mimica esprimono i sentimenti più diversi (amore, odio, disprezzo, preoccupazione, trepidazione, ecc.).
Comunque Mask non è il film della pietà, dell'incomprensione, della meschinità, è il film della mediazione fra normale e mostruoso, fra stupido e intelligente, fra meschino e generoso, fra vero e falso. Un film non su ciò che tace, ma su ciò che paria, non su ciò che facciamo finta di avere, ma su ciò che non abbiamo.
Autore critica:Franco La Polla
Fonte critica:Cineforum n. 248
Data critica:

10/1985

Critica 3:
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