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Clerks - Commessi - Clerks

Regia:Kevin Smith
Vietato:14
Video:Polygram Filmed Entertainment Video, L'Unità Video
DVD:
Genere:Commedia - Drammatico
Tipologia:Disagio giovanile
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Kevin Smith
Sceneggiatura:Kevin Smith
Fotografia:David Klein
Musiche:Scott Angley
Montaggio:Kevin Smith
Scenografia:
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Jeff Anderson, Marylin Ghigliotti, Brian O'halloran, Lisa Spoonauer
Produzione:Scott Mosier, Kevin Smith
Distribuzione:Mikado
Origine:Usa
Anno:1994
Durata:

91'

Trama:

Dante Hicks, uno svogliato ventiduenne, è incappato in una giornata veramente deprimente: il titolare dell'emporio di New Jersy, il Quick Stop, dove fa il commesso, lo ha obbligato nel suo giorno di riposo a sostituire il collega e lui freme perché alle due ha una partita di Hockey. Al negozio hanno messo il chewing gum nei lucchetti e può aprire solo la porta laterale. Qui un tizio inizia una personale campagna antifumo coinvolgendo i clienti finché la sua ragazza, Veronica, non scopre che il tizio è un rappresentante di chiclet. Poi costei svela all'allibito Dante di aver avuto rapporti orali con trentasei uomini. L'annuncio sul giornale del matrimonio con un architetto asiatico della sua ex fidanzata liceale, Caitlin, turba non poco Dante, che Randal, l'amico del cuore che gestisce l'attiguo video-shop, tenta di convertire ad una visione più realistica della vita. Passano vari clienti, tra cui un maniaco che cerca una dozzina di uova perfette, o la masturbatrice di animali a scopo riproduttivo. Tra una disquisizione e l'altra, Randal e Dante trovano il tempo di organizzare lo stesso la partita di hockey, sul tetto dell'edificio. Poi un vecchio si ritira nel bagno dell'emporio, con omaggio di carta igienica e rivista porno; quindi un funzionario affibbia a Dante una multa di 500 dollari per la vendita di sigarette ad una bimba di 4 anni, opera del solito Randal che va ad affittare una videocassetta porno dal suo concorrente perché di migliore qualità delle sue. Infine arriva Caitlin, che è indecisa se sposare l'asiatico; recatasi al bagno, che è al buio per la rottura della lampadina, scambia il vecchio, morto mentre si masturbava, per Dante, ed ha un rapporto necrofilo che le causa una crisi psichica che ne consiglia il ricovero. Frattanto Randal consiglia a Veronica di lasciare Dante che invece si convince di amarla, e i due litigano, mettendo a soqquadro l'emporio; poi si riappacificano.

Critica 1:Cronaca di una giornata del commesso di un emporio della cittadina di Leonardo, New Jersey. Prodotto qualcosa di meno di basso costo: 27575 dollari, dice il press-book scritto e diretto da un esordiente di 23 anni. Echi di Jim Jarmush. E al tempo stesso divertente, grottesco e desolante, segnato da un evidente affetto per i personaggi che è anche comprensione e complicità. Rivelazione del Sundance Film Festival 1994 e premiato alla Semaine de la Critique di Cannes.
Autore critica:
Fonte criticaIl Morandini - Dizionario dei film, Zanichelli
Data critica:



Critica 2:In Clerks si parla di tutto. Dal sesso (argomento principe) nelle sue mille e una variante (pompini, "palle di neve", scopate, tradimenti, ecc.), alle partite di hockey da giocare ad ogni costo, per finire con le riflessioni (inevitabili) su quanto sono stronzi certi clienti. Naturalmente ci sono disamine, più o meno svogliate, sull'importanza del binomio funzione-ruolo e, ciliegina sulla torta, pillole di saggezza assortite sulla necessità di avere una propria individualità ben definita. Da questo punto di vista dunque Clerks riserva poche sorprese. Si tratta infatti del tipico film no-budget indipendente Usa, le cui principali caratteristiche si sono sistematizzate definitivamente con l'affermazione mondiale di Stranger Than Paradise. L'aspetto più curioso del film di Smith risiede semmai nella sua somiglianza strutturale con le modalità di produzione low-fi di certo rock alternativo americano. Infatti così come la Jon Spencer Blues Explosion “Orange” è il disco del momento) aggredisce i pezzi del proprio repertorio in sala d'incisione (e dal vivo) con un attitudine del tipo "buona la prima", rifiutando quindi le superproduzioni levigate di certo mainstream rock, allo stesso modo il film di Smith trasuda immediatezza e fretta. Ansia di velocità e voglia di fare. È evidente che in tale atteggiamento (ri)vive una delle tensioni più genuine del punk-rock, dove alla tecnica (produttiva, strumentale) veniva preferita la passione, l'espressione dei sentimenti, la velocità. Per dirla con Jon Savage, unanimemente considerato il massimo studioso di punk-rock: “La prima cosa di cui ti rendevi conto era la velocità: era come essere inseriti direttamente in una presa elettrica”. Quindi dopo i fasti dei furori dell'hard-core californiano dei primi anni '80 (successivo alla decadenza del punk britannico), emerge nel tessuto del rock più autentico una nota di indolente pigrizia che rielabora in strutture musicali povere, l'urgenza del punk. Per intenderci: provate ad ascoltare l'ultimo Sonic
Youth (“Experimental Jet Set, Trash And No Stars”), il folk sbilenco dei Palace Brothers oppure, cambiando versante, le strutture geometriche delle sonorità dei Jesus Lizard, Shellac e Girls Against Boys (alcune di queste band sono presenti anche nel disco della colonna sonora di Clerks). Tutti questi gruppi hanno in comune una predisposizione verso suoni minimali, crudi che permette loro di rielaborare il modernismo punk in direzioni inedite assolutamente originali. E quindi da questo tipo di ricerca che si articola quello che Claudio Sorge ha definito molto acutamente, rock narcolettico. Il punk finisce sullo sfondo, ma determina sempre, in profondità, le strutture dei suoni, confondendo in questo modo tutte le ipotesi di letture univoche.
Di questa attitudine il film di Kevin Smith sembra essere la trasposizione puntuale a livello cinematografico (anche se su “Variety” Todd McCarthy si dice convinto che Clerks sia il grunge-movie “par excellence"). B/n sporco & sgranato, unità di tempo e luogo, lunghi piani-sequenza (uno di questi, uno scontro tra Brian O'Halloran (Dante) e Lisa Spoonauer (Caitlin) dura addirittura sette minuti) che esaltano la centralità drammaturgica dell'attore, nonché (di conseguenza, quasi ... ) un dialogo mitragliato, sboccato, che vive in simbiosi osmotica con i personaggi messi in scena, dei quali si può realmente affermare che sanno da dove parlano.
Se dunque ci siamo dilungati con le analogie musicali è perché siamo convinti che ad uno spettatore a digiuno di rock potrebbe sfuggire che il codice d'accesso (o chiave di lettura se preferite ... ) privilegiato per addentrarsi nel microuniverso dei "clerks" è proprio la strafottenza punk. Per carità, niente velleità politiche o anarcoidi (il '77 è finito da un pezzo) e neppure flirt autodistruttivi (“Sid's gone but not forgotten ... ”, semmai un silenzioso aggiornamento del no future classico, calato in una quotidianità vissuta da Smith con una partecipazione e adesione quasi loachiana, se non fosse per il fatto che per Kevin sembra non esserci ideologia alcuna cui fare riferimento per riscattare la propria blank generation. Al limite se proprio si volesse cercare per i protagonisti di Clerks una definizione, si potrebbe azzardare quella di generazione X proletaria... ma siamo convinti che Smith non si consideri neppure nei suoi incubi peggiori esponente di una qualsivoglia generazione e quindi tutti i tentativi di affibbiare a Clerks delle etichette falliscono miseramente (come è d'altronde giusto che sia).
Noia. Alla base di Clerks c'è la noia. La noia di una vita sempre uguale, dalla quale non c'è via di scampo, se non la ripetizione all'infinito di una serie di gesti sempre identici. E la noia è il sentimento punk per eccellenza: la fonte del nichilismo. Tra la noia e il nichilismo ci sembra che si situi, in definitiva, quella la-tente dimensione narcolettica che affiora a tratti nel film quando le inquadrature vengono sommerse placidamente dalle parole e il ritmo narrativo si sfalda piacevolmente. A ben guardare Clerks è proprio un film disperato e più Smith tenta di dissimulare l'angoscia che muove e divora i suoi personaggi, questa emerge ghignante. Dalle nostre parti per trovare una sensibilità si-mile a quella rapresentata da Smith bisogna andare a cercarla nel libro di Giuseppe Culicchia “Tutti giù per terra” (Garzanti):
stessa passione punk, stessa noia, stesse routine, stessa sensazione di vita andata a male oppure nei romanzi-fumetti-saggi di Andrea Pa-zienza. Per la serie come sta messo male il nostro (meglio: loro!) cinema).
Ciò che diverte in questo Kammerspiel-gioco al massacro (e che ci fa sospettare che Smith covi una sua personale idea di messinscena) è che più le conversazioni si fanno logorroiche, estenuanti, più la m.d.p. indugia sui personaggi, quasi a rivelarne il nulla che li abita. Da un lato quindi le parole servono a coprire alla meno peggio vite alla deriva, dall'altro la m.d.p., implacabile, rivela il vuoto esistenziale dei "parlanti" attraverso una fissità che più che essere un espediente linguistico dovuto alle ovvie limitazioni di budget, sembra volersi offrire come il punto di vista del regista.
Ma non possiamo fare a meno di notare come queste due dimensioni sembrano più che altro vivere all'insegna di una mera giustapposizione, senza mai fornire l'impressione che Smith abbia una qualche idea di regia su come articolare dialetticamente tale antinomia, farla muovere. Quindi è come se Clerks fosse abitato contemporaneamente da due anime stilistiche che non riescono a costituirsi come discorso e/o racconto. Motivo per cui il minimalismo punk di Smith rimane un po' al palo, non riuscendo (quasi) mai a far lievitare compiutamente la tensione linguistica del suo film che alla lunga sembra risolversi (purtroppo) come una serie di episodi slegati gli uni dagli altri. Ma forse sbagliamo. Forse risiede proprio in questa struttura narrativa così frammentaria e frammentata il senso più profondo di Gerks. Esibizione consapevole quindi (ecco la disperazione) dell'impossibilità di costruire discorsi interi che riescano a riflettere il mondo; tutto il mondo e non solo il Quick Stop Groceries. Di conseguenza Smith (da buon punk) è come se dicesse: “Voi parlate pure dei massimi sistemi, io parlo del mio drugstore”. Come si fa a non essere dalla sua parte? Ciò comunque non impedisce a Smith di infilare nel film degli omaggi ad una serie di registi amati-ammirati: primo tra tutti John Waters. Infatti l'uomo con la fissazione per le uova è (evidentemente) una citazione della “disgustosa” Edith Massey di Pink Flamingos che s'ingozzava di uova dalla mattina alla sera. Insomma Smith in questo modo porge i suoi rispetti ai padri del no-budget. D'altronde l'amico di Dante, Randal, fa il commesso in una videoteca e dopo Tarantino e Serial Mom (nonché il già cult Ed Wood di Tim Burton) non dovrebbe più essere un mistero per nessuno il valore educativo di certo cinema consumato in videocassetta. Comunque è bene ricordarsi che Smith ha solo 24 anni e che ha realizzato il suo film d'esordio (che non è, va da se, un Citizen Kane) con soli 27.000 $ raccattati alla meno peggio. Soprattutto non bisogna dimenticare che Smith dimostra di essere un ottimo direttore d'attori e uno sceneggiatore (specialmente per quanto riguarda ì dialoghi) assolutamente dotato. Non è affatto poco.
Piuttosto ci sarebbe da rilevare che con l'avvento di Tarantino sembra essere emersa un'intera scuola di registi che hanno (ri)iniziato a provare gusto nello scrivere sceneggiature articolate, piene di situazioni argute e linguaggio autentico, parlato dalla gente che normalmente non va al cinema. Per sapere se si tratta solo di una coincidenza o di una vera e propria tendenza non ci resta da fare altro che attendere ulteriori sviluppi.
“Quando eravamo al Sundance, verso il quinto giorno, tutti iniziarono ad interessarsi di noi. La stampa iniziò a cercarci e tutti sembravano preoccupati della questione dei 27.000 $. All'inizio sembrava che questa storia dovesse soffocare il film, ma alla fine dei dieci giorni di festival, la storia era lì non potevi rinnegarla, ma così la gente sembrava apprezzare di più il film. Non mi dà fastidio quindi se si parla del budget. A tutti piace sentire la storia del poveraccio, soprattutto se è una storia-tipo come la nostra: "Quei fessi non sapevano neanche cosa stavano facendo ed eccoli che si presentano con un film. Carino". Ma fin quando parlano anche del film, del linguaggio, della sceneggiatura, possono parlare del budget per tutto il tempo che vogliono. Non abbiamo mai pensato che la gente potesse essere tanto coinvolta dal costo del film, ma si tratta, evidentemente, di un'ottima strategia di marketing. La gente ha sempre voglia di parlare del budget (...).
“Nella prima versione del film Dante veniva ammazzato. Un tizio qualunque entrava nel negozio, gli sparava e poi lo derubava. A me sembrava la gag più divertente di tutto il film. Sai Dante ha avuto proprio una giornata di merda, peggiora sempre e alla fine lo ammazzano, proprio nel giorno in cui non avrebbe nemmeno dovuto andare a lavorare. Ma poi lo abbiamo fatto vedere alla gente. Noi abbiamo portato circa dieci persone alla proiezione, in tutto il cinema ce n'erano almeno dodici (compresi i nostri, ovviamente). Abbiamo fatto vedere lo stesso il film ed era divertente, fino appunto a quando pigliava questa piega drammatica. Quando ho finito di scrivere la sceneggiatura, l'ho letta e ho detto: "Accidenti è solo una sequela di barzellette sporche..." e mi chiedevo "Cosa posso fare per renderlo più vero?...". Allora ho pensato: "Oh si, ucciderò qualcuno, così funzionerà". Quindi ci infilo dentro questa storia solo per salvarmi il culo, ma quando abbiamo finito le riprese, ci siamo accorti che non ci piaceva più e l'abbiamo eliminata.
( ...)”.
La mia generazione di cineasti è quella che si suppone debba essere stata influenzata da Scorsese. Storie di tizi con pistole incastrati in un posto del mondo dal quale non hanno scampo e che si sparano tra di loro. Questo tipo di storie è stato realizzato molto bene, quindi non credo di avere nulla da aggiungere a quanto è già stato fatto. Comunque Scorsese rimane un grande cineasta e mi ricordo che mentre guardavo Mean Streets rimasi affascinato dal modo con cui introduceva e presentava al pubblico i personaggi e i loro nomi. Normalmente quando stai scrivendo una scena e vuoi presentare dei personaggi devi far sì che questi si chiamino per nome in continuazione in modo che il pubblico li conosca. Piuttosto che fare questo ho deciso di semplificare. Sbattiamo i nomi dei personaggi sullo schermo in modo che tutti sappiano chi sono. Sai che noia quando scrivi una scena e c'hai i personaggi che si chiamano continuamente per nome ( ... )”.
“Ho sempre avuto questa predisposizione per i dialoghi. Mi piacciono molto i fumetti. Il mio preferito è Devil. I fumetti sono un medium visivo, ma si basano moltissimo sui dialoghi. Il mio modo di scrivere deriva un po' dai fumetti, ma anche dal cinema, considerato che divoro film da sempre. Inoltre mi piace leggere. Tempo fa scrivevo racconti brevi: le storie facevano schifo e le descrizioni erano peggio, ma i dialoghi funzionavano sempre. Probabilmente però dipende principalmente dal fatto che lavoravo in un videostore e in attesa dei clienti avevo la possibilità di guardare un sacco di film. In questo modo ascoltavo dialoghi in continuazione ( ... )”.
“Adesso sto lavorando a Dogma, una satira del cattolicesimo, per quelli della Miramax. Poi è la volta di Mall Rats con la Universal, un film sulla gente che perde tempo e gironzola negli shopping center. Sarà il secondo della trilogia iniziata con Clerks. Poi tocca al terzo film, Busing con la Hollywood Pictures ( ... )”.

In Clerks si parla di tutto. Dal sesso (argomento principe) nelle sue mille e una variante (pompini, "palle di neve", scopate, tradimenti, ecc.), alle partite di hockey da giocare ad ogni costo, per finire con le riflessioni (inevitabili) su quanto sono stronzi certi clienti. Naturalmente ci sono disamine, più o meno svogliate, sull'importanza del binomio funzione-ruolo e, ciliegina sulla torta, pillole di saggezza assortite sulla necessità di avere una propria individualità ben definita. Da questo punto di vista dunque Clerks riserva poche sorprese. Si tratta infatti del tipico film no-budget indipendente Usa, le cui principali caratteristiche si sono sistematizzate definitivamente con l'affermazione mondiale di Stranger Than Paradise. L'aspetto più curioso del film di Smith risiede semmai nella sua somiglianza strutturale con le modalità di produzione low-fi di certo rock alternativo americano. Infatti così come la Jon Spencer Blues Explosion “Orange” è il disco del momento) aggredisce i pezzi del proprio repertorio in sala d'incisione (e dal vivo) con un attitudine del tipo "buona la prima", rifiutando quindi le superproduzioni levigate di certo mainstream rock, allo stesso modo il film di Smith trasuda immediatezza e fretta. Ansia di velocità e voglia di fare. È evidente che in tale atteggiamento (ri)vive una delle tensioni più genuine del punk-rock, dove alla tecnica (produttiva, strumentale) veniva preferita la passione, l'espressione dei sentimenti, la velocità. Per dirla con Jon Savage, unanimemente considerato il massimo studioso di punk-rock: “La prima cosa di cui ti rendevi conto era la velocità: era come essere inseriti direttamente in una presa elettrica”. Quindi dopo i fasti dei furori dell'hard-core californiano dei primi anni '80 (successivo alla decadenza del punk britannico), emerge nel tessuto del rock più autentico una nota di indolente pigrizia che rielabora in strutture musicali povere, l'urgenza del punk. Per intenderci: provate ad ascoltare l'ultimo Sonic
Youth (“Experimental Jet Set, Trash And No Stars”), il folk sbilenco dei Palace Brothers oppure, cambiando versante, le strutture geometriche delle sonorità dei Jesus Lizard, Shellac e Girls Against Boys (alcune di queste band sono presenti anche nel disco della colonna sonora di Clerks). Tutti questi gruppi hanno in comune una predisposizione verso suoni minimali, crudi che permette loro di rielaborare il modernismo punk in direzioni inedite assolutamente originali. E quindi da questo tipo di ricerca che si articola quello che Claudio Sorge ha definito molto acutamente, rock narcolettico. Il punk finisce sullo sfondo, ma determina sempre, in profondità, le strutture dei suoni, confondendo in questo modo tutte le ipotesi di letture univoche.
Di questa attitudine il film di Kevin Smith sembra essere la trasposizione puntuale a livello cinematografico (anche se su “Variety” Todd McCarthy si dice convinto che Clerks sia il grunge-movie “par excellence"). B/n sporco & sgranato, unità di tempo e luogo, lunghi piani-sequenza (uno di questi, uno scontro tra Brian O'Halloran (Dante) e Lisa Spoonauer (Caitlin) dura addirittura sette minuti) che esaltano la centralità drammaturgica dell'attore, nonché (di conseguenza, quasi ... ) un dialogo mitragliato, sboccato, che vive in simbiosi osmotica con i personaggi messi in scena, dei quali si può realmente affermare che sanno da dove parlano.
Se dunque ci siamo dilungati con le analogie musicali è perché siamo convinti che ad uno spettatore a digiuno di rock potrebbe sfuggire che il codice d'accesso (o chiave di lettura se preferite ... ) privilegiato per addentrarsi nel microuniverso dei "clerks" è proprio la strafottenza punk. Per carità, niente velleità politiche o anarcoidi (il '77 è finito da un pezzo) e neppure flirt autodistruttivi (“Sid's gone but not forgotten ... ”, semmai un silenzioso aggiornamento del no future classico, calato in una quotidianità vissuta da Smith con una partecipazione e adesione quasi loachiana, se non fosse per il fatto che per Kevin sembra non esserci ideologia alcuna cui fare riferimento per riscattare la propria blank generation. Al limite se proprio si volesse cercare per i protagonisti di Clerks una definizione, si potrebbe azzardare quella di generazione X proletaria... ma siamo convinti che Smith non si consideri neppure nei suoi incubi peggiori esponente di una qualsivoglia generazione e quindi tutti i tentativi di affibbiare a Clerks delle etichette falliscono miseramente (come è d'altronde giusto che sia).
Noia. Alla base di Clerks c'è la noia. La noia di una vita sempre uguale, dalla quale non c'è via di scampo, se non la ripetizione all'infinito di una serie di gesti sempre identici. E la noia è il sentimento punk per eccellenza: la fonte del nichilismo. Tra la noia e il nichilismo ci sembra che si situi, in definitiva, quella la-tente dimensione narcolettica che affiora a tratti nel film quando le inquadrature vengono sommerse placidamente dalle parole e il ritmo narrativo si sfalda piacevolmente. A ben guardare Clerks è proprio un film disperato e più Smith tenta di dissimulare l'angoscia che muove e divora i suoi personaggi, questa emerge ghignante. Dalle nostre parti per trovare una sensibilità si-mile a quella rapresentata da Smith bisogna andare a cercarla nel libro di Giuseppe Culicchia “Tutti giù per terra” (Garzanti):
stessa passione punk, stessa noia, stesse routine, stessa sensazione di vita andata a male oppure nei romanzi-fumetti-saggi di Andrea Pa-zienza. Per la serie come sta messo male il nostro (meglio: loro!) cinema).
Ciò che diverte in questo Kammerspiel-gioco al massacro (e che ci fa sospettare che Smith covi una sua personale idea di messinscena) è che più le conversazioni si fanno logorroiche, estenuanti, più la m.d.p. indugia sui personaggi, quasi a rivelarne il nulla che li abita. Da un lato quindi le parole servono a coprire alla meno peggio vite alla deriva, dall'altro la m.d.p., implacabile, rivela il vuoto esistenziale dei "parlanti" attraverso una fissità che più che essere un espediente linguistico dovuto alle ovvie limitazioni di budget, sembra volersi offrire come il punto di vista del regista.
Ma non possiamo fare a meno di notare come queste due dimensioni sembrano più che altro vivere all'insegna di una mera giustapposizione, senza mai fornire l'impressione che Smith abbia una qualche idea di regia su come articolare dialetticamente tale antinomia, farla muovere. Quindi è come se Clerks fosse abitato contemporaneamente da due anime stilistiche che non riescono a costituirsi come discorso e/o racconto. Motivo per cui il minimalismo punk di Smith rimane un po' al palo, non riuscendo (quasi) mai a far lievitare compiutamente la tensione linguistica del suo film che alla lunga sembra risolversi (purtroppo) come una serie di episodi slegati gli uni dagli altri. Ma forse sbagliamo. Forse risiede proprio in questa struttura narrativa così frammentaria e frammentata il senso più profondo di Gerks. Esibizione consapevole quindi (ecco la disperazione) dell'impossibilità di costruire discorsi interi che riescano a riflettere il mondo; tutto il mondo e non solo il Quick Stop Groceries. Di conseguenza Smith (da buon punk) è come se dicesse: “Voi parlate pure dei massimi sistemi, io parlo del mio drugstore”. Come si fa a non essere dalla sua parte? Ciò comunque non impedisce a Smith di infilare nel film degli omaggi ad una serie di registi amati-ammirati: primo tra tutti John Waters. Infatti l'uomo con la fissazione per le uova è (evidentemente) una citazione della “disgustosa” Edith Massey di Pink Flamingos che s'ingozzava di uova dalla mattina alla sera. Insomma Smith in questo modo porge i suoi rispetti ai padri del no-budget. D'altronde l'amico di Dante, Randal, fa il commesso in una videoteca e dopo Tarantino e Serial Mom (nonché il già cult Ed Wood di Tim Burton) non dovrebbe più essere un mistero per nessuno il valore educativo di certo cinema consumato in videocassetta. Comunque è bene ricordarsi che Smith ha solo 24 anni e che ha realizzato il suo film d'esordio (che non è, va da se, un Citizen Kane) con soli 27.000 $ raccattati alla meno peggio. Soprattutto non bisogna dimenticare che Smith dimostra di essere un ottimo direttore d'attori e uno sceneggiatore (specialmente per quanto riguarda ì dialoghi) assolutamente dotato. Non è affatto poco.
Piuttosto ci sarebbe da rilevare che con l'avvento di Tarantino sembra essere emersa un'intera scuola di registi che hanno (ri)iniziato a provare gusto nello scrivere sceneggiature articolate, piene di situazioni argute e linguaggio autentico, parlato dalla gente che normalmente non va al cinema. Per sapere se si tratta solo di una coincidenza o di una vera e propria tendenza non ci resta da fare altro che attendere ulteriori sviluppi.
“Quando eravamo al Sundance, verso il quinto giorno, tutti iniziarono ad interessarsi di noi. La stampa iniziò a cercarci e tutti sembravano preoccupati della questione dei 27.000 $. All'inizio sembrava che questa storia dovesse soffocare il film, ma alla fine dei dieci giorni di festival, la storia era lì non potevi rinnegarla, ma così la gente sembrava apprezzare di più il film. Non mi dà fastidio quindi se si parla del budget. A tutti piace sentire la storia del poveraccio, soprattutto se è una storia-tipo come la nostra: "Quei fessi non sapevano neanche cosa stavano facendo ed eccoli che si presentano con un film. Carino". Ma fin quando parlano anche del film, del linguaggio, della sceneggiatura, possono parlare del budget per tutto il tempo che vogliono. Non abbiamo mai pensato che la gente potesse essere tanto coinvolta dal costo del film, ma si tratta, evidentemente, di un'ottima strategia di marketing. La gente ha sempre voglia di parlare del budget (...).
“Nella prima versione del film Dante veniva ammazzato. Un tizio qualunque entrava nel negozio, gli sparava e poi lo derubava. A me sembrava la gag più divertente di tutto il film. Sai Dante ha avuto proprio una giornata di merda, peggiora sempre e alla fine lo ammazzano, proprio nel giorno in cui non avrebbe nemmeno dovuto andare a lavorare. Ma poi lo abbiamo fatto vedere alla gente. Noi abbiamo portato circa dieci persone alla proiezione, in tutto il cinema ce n'erano almeno dodici (compresi i nostri, ovviamente). Abbiamo fatto vedere lo stesso il film ed era divertente, fino appunto a quando pigliava questa piega drammatica. Quando ho finito di scrivere la sceneggiatura, l'ho letta e ho detto: "Accidenti è solo una sequela di barzellette sporche..." e mi chiedevo "Cosa posso fare per renderlo più vero?...". Allora ho pensato: "Oh si, ucciderò qualcuno, così funzionerà". Quindi ci infilo dentro questa storia solo per salvarmi il culo, ma quando abbiamo finito le riprese, ci siamo accorti che non ci piaceva più e l'abbiamo eliminata.
( ...)”.
La mia generazione di cineasti è quella che si suppone debba essere stata influenzata da Scorsese. Storie di tizi con pistole incastrati in un posto del mondo dal quale non hanno scampo e che si sparano tra di loro. Questo tipo di storie è stato realizzato molto bene, quindi non credo di avere nulla da aggiungere a quanto è già stato fatto. Comunque Scorsese rimane un grande cineasta e mi ricordo che mentre guardavo Mean Streets rimasi affascinato dal modo con cui introduceva e presentava al pubblico i personaggi e i loro nomi. Normalmente quando stai scrivendo una scena e vuoi presentare dei personaggi devi far sì che questi si chiamino per nome in continuazione in modo che il pubblico li conosca. Piuttosto che fare questo ho deciso di semplificare. Sbattiamo i nomi dei personaggi sullo schermo in modo che tutti sappiano chi sono. Sai che noia quando scrivi una scena e c'hai i personaggi che si chiamano continuamente per nome ( ... )”.
“Ho sempre avuto questa predisposizione per i dialoghi. Mi piacciono molto i fumetti. Il mio preferito è Devil. I fumetti sono un medium visivo, ma si basano moltissimo sui dialoghi. Il mio modo di scrivere deriva un po' dai fumetti, ma anche dal cinema, considerato che divoro film da sempre. Inoltre mi piace leggere. Tempo fa scrivevo racconti brevi: le storie facevano schifo e le descrizioni erano peggio, ma i dialoghi funzionavano sempre. Probabilmente però dipende principalmente dal fatto che lavoravo in un videostore e in attesa dei clienti avevo la possibilità di guardare un sacco di film. In questo modo ascoltavo dialoghi in continuazione ( ... )”.
“Adesso sto lavorando a Dogma, una satira del cattolicesimo, per quelli della Miramax. Poi è la volta di Mall Rats con la Universal, un film sulla gente che perde tempo e gironzola negli shopping center. Sarà il secondo della trilogia iniziata con Clerks. Poi tocca al terzo film, Busing con la Hollywood Pictures ( ... )”.
Autore critica:Giona A. Nazzaro
Fonte critica:Cineforum n. 342
Data critica:

3/1995

Critica 3:
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Data critica:



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