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Grande abbuffata (La) -

Regia:Marco Ferreri
Vietato:14
Video:Deltavideo
DVD:Repubblica
Genere:Drammatico
Tipologia:Storia del cinema
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Raphael Azcona, Marco Ferreri
Sceneggiatura:Raphael Azcona, Francis Blanche, Marco Ferreri
Fotografia:Mario Vulpiani
Musiche:Philippe Sarde
Montaggio:Claudine Merlin, Gina Pignier
Scenografia:Michel De Broin
Costumi:Gitt Magrini
Effetti:Paul Trielli
Interpreti:Marcello Mastroianni (Marcello), Michel Piccoli (Michel), Ugo Tognazzi (Ugo), Philippe Noiret (Philippe), Andrea Ferreol (Andrea), Solange Blondeau (Danielle), Monique Chaumette (Madeleine), Florence Giorgetti (Anne), Michele Alexandre (Nicole), Henri Piccoli (Hector), Cordelia Piccoli (Barbara), Maurice Dorleac
Produzione:Mara Films (Parigi) - Films 66 - Capitolina Produzioni Cinematografiche (Roma)
Distribuzione:Cineteca Nazionale – Athena – Istituto Luce – Cineteca dell’Aquila
Origine:Francia - Italia
Anno:1973
Durata:

123’

Trama:

Ugo cuoco, Michel produttore televisivo, Marcello pilota, Philippe magistrato, sono amici e membri di un ristretto club di buongustai. Per un week-end gastronomico essi raggiungono la fatiscente villa di Philippe ove un tempo soggiornò Boileau. Mentre iniziano i lauti pasti, Marcello fa giungere tre prostitute che, tuttavia, se ne vanno non appena s'avvedono dell'indifferenza ed estrema banalità degli ospiti. Solo Andrea, una maestra che ha condotto gli alunni ad ammirare il "tiglio di Boileau" accetta l'invito di tornare alla villa per tutta la durata della tragedia. Di tragedia, infatti si tratta, poiché il continuo, abbondante e raffinato "abbuffarsi" risulta fatale per i quattro. Marcello rimane congelato nel giardino, di notte su una rabberciata Bugatti. Michel tira le cuoia nel corso degli sforzi per liberarsi di gas intestinali. Ugo rimane stecchito tra le contrazioni dell'impossibile digestione e da una masturbazione meccanica praticatagli da Andrea, Philippe muore nel giardino, mangiando ancora. Metre i cani urlano i commessi della "macelleria" portano nuove vivande.

Critica 1:Quattro amici, un giudice (P. Noiret), un pilota di linea (M. Mastroianni), un ristoratore (U. Tognazzi), un produttore TV (M. Piccoli) si riuniscono in una villa fuori Parigi, decisi a compiere un quadruplice harakiri gastronomico-erotico. Li accompagna, pingue angelo della morte, un'insaziabile e materna maestra (A. Ferréol). Scritto con Rafael Azcona, è probabilmente il più grande successo internazionale (di scandalo) nell'itinerario di M. Ferreri. Questo apologo iperrealista ha gli scatti di una buffoneria salace e irriverente, i toni furibondi di una predica quaresimalista e, insieme, l'empietà provocatrice di un pamphlet satirico; e chi lo prende per un film rabelaisiano, non ne ha inteso la sacrale tristezza. C'è piuttosto l'umor nero, la salute, la disperazione di uno Swift. Con qualcosa in più: la pena. La sua forza traumatica risiede nella calma lucidità dello sguardo, e nell'onestà di un linguaggio che Ferreri conserva anche e soprattutto quando non arretra davanti a nulla. Se si esclude parzialmente Mastroianni, forse il meno riuscito del quartetto, i personaggi non sono mai volgari. Nonostante le apparenze realistiche (di un neorealismo fenomenico e irrazionalistico), sfocia nel clima allucinato di un apologo fantastico come certi segni e invenzioni suggeriscono. Fotografia di Mario Vilpiani, costumi di Gitt Magrini, pietanze di Fauchon (Parigi). Premio Fipresci a Cannes 1973.
Autore critica:
Fonte criticaIl Morandini - Dizionario dei film, Zanichelli
Data critica:



Critica 2:La grande abbuffata ci riporta ai grandi temi ferreriani dell'isolamento, della morte, della dittatura dell'oggetto (erotico o materiale che sia, rudimentale o perfezionato al limite delle possibilità), della cucina, dell'erotismo, della fuga interrotta, della degradazione/regressione. Presenze tematiche esasperate nella loro continuità ininterrottamente esibita sullo schermo e sottolineate in senso paradossalmente materialistico da una macchina da presa che si trasforma veramente in demiurgo nei confronti della realtà (anche quella strettamente filmica o della immaginazione filmica). Presenze esasperate anche nella direzione di una sottolineatura delle complesse unità di senso cui rinviano, e che sono le unità di senso proprie dell'universo ideologico ferreriano e, insieme, proprie della sua posizione nei confronti del cinema. Ancora una volta la biografia si fonde con il lavoro, con la propria attività e le funzioni riconosciutele (o negatele); e, insieme, con un «progetto» autobiografico molto vicino al progetto artistico, estetico, politico.
Tutto ciò è reperibile, per esempio, nella sottolineatura di una sorta di «rovesciamento dei valori», e non piú, e non solo, nella linea di una «abolizione dei valori» che era stata per lo piú caratteristica nei film di Marco Ferreri. In tal modo si può cogliere con sufficiente certezza il capovolgimento nella inversione di senso che assumono alcune unità tematiche ferreriane in La grande abbuffata: l'isolamento come scelta determinata coscientemente e sorretta da una sicura inevitabile coerenza culturale, e non piú imposta dall'esterno e magari falsamente recuperata per autodifesa; la morte come decisione consapevole anche nel senso di un suo sensibile «avvicinamento » e conseguimento; l'oggetto recuperato e ricostituito in una dimensione per lo piú rassicurante; la cucina riassunta come luogo delle trasformazioni non piú ostilmente aberranti, ma inevitabilmente accolte nella loro «necessità» favorita ed esasperata come scongiuro e come esorcismo; la fuga interrotta come riappropriazione del blocco prescelto e realizzato, fondato anche nella dimensione di una sua affermazione nella materialità fenomenica; la degradazione,/regressione come segno positivo di un accostamento della fine. Certamente questa riassunzione di certe unità tematiche e di senso con segno invertito passa attraverso una serie impercettibile di mediazioni intellettuali estremizzate e abnormi; possa attraverso l'illusione della « positività » di quelle mediazioni date come « reali » e « veritiere », e non come « reazione » a situazioni alienanti e castranti. Ma non è questo il punto. Il problema sta nella proposta del disgusto, e nella « innaturalità » delle presenze materializzate di decisioni paradossali, come unica e possibile «risposta» da dare alla cancrena del «mondo civile» che ci invade da ogni parte. Cosí la degradazione, il de potenziamento e la regressione (alla «animalità» paga e indifferente del suo stato; alla sostanza di «puri stimoli» di un erotismo e di una voracità materiali; al fenomenismo mostruoso e amplificato della dimensione corporale, ecc.) vengono assunti «positivamente» come obbiettivo di una geografia fenomenologica del percorso verso la morte: ultimo enorme lusso e privilegio dell'intelletto sconfitto e disarmato.(...)
Tale drammatica dialettica dell'utopia infinita e negativa rintracciabile nel cinema di Marco Ferreri e, soprattutto, in La grande abbuffata, è quella che decreta (come si è già osservato, per altri versi, a proposito de La cagna) la fine dell'utopia nel suo senso piú illusorio e consolatorio, nel suo impiego piú mistificato. Una fine dell'utopia consolatoria (e, poi, anche di quella negazione), se la cultura si riconosce (o viene denunciata: il che è lo stesso) nel suo aspetto di «coperchio di lordura». Una «lordura» che viene ricercata ed esibita dai protagonisti di questo film. I quali, non a caso, sono o intellettuali (custodi e ancelle del «coperchio di lordura») o sono la controparte effimera, la manifestazione " pratica " di una esistenza fondata sul riconoscimento dei modelli e dei miti di una cultura fasulla e di una organizzazione socio-economica repellente: quindi da rifiutare. Ad ogni modo si configurano come emblemi: e questa è senz'altro una "debolezza" del film, nel senso che favoriscono la sua riduzione ad apologo astratto e fortemente ideologizzato (e percorso da plurali suggestioni ideologiche e culturali non sempre armonizzate e coerenti). I quattro «gentiluomini» amici che si rinchiudono in una villa alla periferia di Parigi per «morire mangiando» - aiutati nel loro difficile percorso (che prevede anche una raffinata messa in scena dello spazio del dissolvimento e la teatralità del conseguimento della affermazione della morte/distruzione) da un'altra figura emblematica, quella della maestra -, non sono quattro amici qualsiasi. Rappresentano: la cultura come norma della società civile (Philippe Noiret, il magistrato), la cultura come comunicazione e contraffazione (Michel Piccoli, l'intellettuale-operatore televisivo) i primi due. Rappresentano: la reificazione dei modelli e dei miti imposti dalla cultura e dalla organizzazione politica e sociale capitalistica gli altri due. Il raffinato cuoco (Ugo Tognazzi) è l'inventore e l'esecutore di forme gastronomiche elegantemente vistose e vissute come bellezza e perfezione esteriore, come inganno e trucco; il pilota, l'uomo di mondo, l'amante (Marcello Mastroianni) incarna il modello dell'«uomo di successo», vacuo, bello, virile: l'espressione istituzionalizzata della superficialità.
Eppure i quattro vivono la coscienza del vuoto e del nulla (anche se meccanicamente, anche se ciò viene esibito quasi come un «dato» caratteriale, o come una funzione tematica). Decidono perciò di riempire quel vuoto di morte e di oscenità alimentari ed escrementizie e dissolutamente erotiche (la compagnia delle prostitute che fuggono di fronte all'odore di morte e di disfacimento che emana dagli uomini e dalla loro messa in scena della morte). Decidono per il nulla-pieno, illusorio, immaginario: una immaginazione reificata nel fenomenismo di una morte che deve sopraggiungere, di cui ci si deve impossessare, in cui ci si deve immergere, come nel ventre caldo e misterioso del sesso. E il nulla-pieno deciso dai protagonisti de La grande abbuffata è l'estrema illusione e l'ultimo inganno rivolto contro se stessi e contro la pietà nei confronti di se stessi; una pietà e una comrniserazione che riguardano la nostra fragilità, i cedimenti, le debolezze, il rifiuto della maturità. (…)
Autore critica:Maurizio Grande
Fonte critica:Marco Ferreri, Il Castoro Cinema
Data critica:

6/1975

Critica 3:
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Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
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