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Kolja - Kolja

Regia:Jan Sverak
Vietato:No
Video:Lucky Red Home Video
DVD:
Genere:Drammatico
Tipologia:I bambini ci guardano
Eta' consigliata:Scuole elementari; Scuole medie inferiori
Soggetto:Pavel Taussig
Sceneggiatura:Zdenek Sverak
Fotografia:Vladimir Smutny
Musiche:Ondrej Soukup
Montaggio:Alois Fisarek
Scenografia:
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Andrej Chalimon (Kolja), Libuse Safrankova (Klara), Ladislav Smoljak (Signor Houdek), Jan Sverak (Frantisek Louka), Ondrez Vetcky (Signor Broz), Stella Zazvorkova (Madre)
Produzione:Eric Adraham, Jan Sverak
Distribuzione:Lucky Red
Origine:Cecoslovacchia, Francia, Gran Bretagna
Anno:1996
Durata:

105'

Trama:

A Praga nel 1988 il violoncellista Frantisek ha avuto un alterco con un funzionario del partito comunista ed ora non lavora più, ridotto a suonare esclusivamente in occasione di funerali. Ha bisogno di soldi, e un giorno un amico gli propone di sposare una giovane russa che ha bisogno di documenti cechi per espatriare. In cambio riceverà una buona somma di denaro. Dopo molte esitazioni, Frantisek accetta, ma poco dopo il matrimonio, ha una sgradita sorpresa: la moglie è scappata in Germania dove c'è il suo innamorato ma ha lasciato a Praga il figlioletto di cinque anni che viene depositato davanti alla porta di casa di Frantisek. Questi è all'inizio disperato e smarrito, il bambino parla solo russo, i due non si capiscono e lui non sa come fare per accudirlo. La polizia lo interroga ripetutamente, ma Frantisek riesce a non cedere, tiene con sè il piccolo e, dopo un periodo iniziale difficile, tra i due nasce un rapporto caloroso ed affettuoso. Ora Frantisek capisce di dover pensare alla felicità e al futuro della creatura che gli è capitata, e così insieme fanno un viaggio attraverso la campagna ceca. Quando arriva il 1989, con la caduta del muro di Berlino, la mamma di Kolja torna a Praga per riprendersi il figlio e chiedere il divorzio. Tutto va come previsto, ed anche Frantisek riprende il suo posto all'orchestra Filarmonica. ma il ricordo di Kolja lo accompagnerà per sempre.

Critica 1:Praga, 1988. L'anziano Louka (Z. Sverak), esimio violoncellista disoccupato, indebitato e scapolo sottaniere, accetta per denaro di sposare una russa (L. Safrankova), madre di Kolja (A. Chalimon) di cinque anni, per permetterle di acquisire la cittadinanza ceca. Ottenutala, la donna se ne va in Germania, lasciando Kolja alla nonna che, però, ha un infarto e muore. Kolja passa a Louka. Rapporto difficile: il musicista non parla il russo, il bambino non sa il ceco. Intanto la macchina burocratica si mette in moto. Si vorrebbe mandare Kolja in un brefotrofio russo, ma è ormai la fine del 1989, il regime socialista crolla. Finale logico e agrodolce. Opus n. 4 di J. Sverak, figlio del protagonista Z. Sverak, noto attore ceco di commedia, è un film - piccolo, in apparenza, ma ricco a livello tematico e stilistico - sul mestiere (l'arte?) della paternità. Qui è acquisita e provvisoria, ma pur feconda di cambiamenti: nella vita del violoncellista Kolja è un segno straordinario che si manifesta nel quotidiano e ne permette la mutazione. "È fatto di spostamenti progressivi del "sentire" l'emozionante avvicinamento tra il vecchio e il bambino. Per il musicista si tratta di scoprire il luogo della comunicazione da dove arrivano i messaggi del bambino: la reticenza, il dolore, la solitudine, l'istinto al gioco" (Silvio Danese). (...) Oscar 1997 per il film straniero.
Autore critica:
Fonte criticaIl Morandini - Dizionario dei film, Zanichelli
Data critica:



Critica 2:Attenzione al nome di Jan Sverak: nominato all'Oscar nel '92 per la sua opera prima Scuola elementare , vincitore nel '94 del Premio della Critica a Venezia con la parodia fantascientifica Accumulator I e ora di nuovo nella cinquina dell'Academy per il miglior film straniero con Kolya, il giovane regista ceko è un autore che potrebbe conquistare le simpatie di Hollywood. Gioca sui generi più disparati in maniera abile, tanto che le sue pellicole in patria sono grandi successi di botteghino. Siamo a Praga nell'88, dove il violoncellista Frantisek Louka, la cui carriera di solista è stata distrutta da una rispostaccia data a un burocrate comunista, vivacchia come può, suonando ai funerali e rinnovando le incisioni sulle pietre tombali. Scapolo impenitente, ma attratto dall'idea di potersi pagare i debiti e comprare un'utilitaria, il musicista accetta di sposare a pagamento una bella russa. Non sa il poveretto che per la donna si tratta di un primo passo strategico verso l'Occidente. Presto la moglie fasulla se ne fugge in Germania, dove l'aspetta il fidanzato, lasciando il figlioletto di 5 anni affidato alle cure della nonna, che si ammala e muore. Nel mirino della polizia segreta, Louka è costretto a occuparsi del bambino come se fosse davvero il papà; e per di più Kolya ha la nazionalità e parla la lingua dell'odiato invasore. Contrappuntata dalle visite del protagonista all'anziana madre patriottica, alla quale non ha il coraggio di confidare i suoi guai, e da piccole avventure fra la lacrima e il sorriso, la relazione dell'adulto con il bambino passa prevedibilmente dalla diffidenza all'amore; mentre la rivoluzione di velluto arriva giusta giusta a consentire a Kolya di ricongiungersi alla mamma e a Louka di riprendere l'attività artistica interrotta. Realizzato in famiglia perché Jan è figlio di Zdenek Sverak, sceneggiatore ed eccellente protagonista del film (benissimo doppiato dal nostro Omero Antonutti) Kolya è il prodotto di un'identità nazionale riconquistata dopo decenni di repressione. La chiave è leggiadra: ci sono parecchi spunti umoristici in quella tipica vena cecoslovacca che ritroviamo anche nei titoli americani di Milos Forman, un'accattivante voglia di tenerezza e un'ottimistica capacità di tradurre il dramma in commedia.
Autore critica:Alessandra Levantesi
Fonte critica:La Stampa
Data critica:



Critica 3:Praga, 1988. František Louka è un violoncellista espulso dalla Filarmonica di Praga. Indebitato, accetta per denaro di sposare una russa, madre di un bambino di cinque anni, Kolya, desiderosa di acquisire la cittadinanza ceca. Raggiunto lo scopo, la donna fugge in Germania lasciando il bambino alla nonna. Quando quest'ultima è vittima di un infarto, Kolya viene affidato al musicista. Kolya non parla ceco, František non comprende il russo. Il musicista cerca di sbarazzarsi del bambino ma le procedure per l'affidamento sono complesse. I due sono quindi costretti a convivere e a trovare una qualche forma di comunicazione. František viene interrogato dalla polizia, che ha dei sospetti sul suo matrimonio, e gli istituti educativi intendono affidare Kolya a un brefotrofio russo. I due riescono a fuggire ma, poco dopo, crolla il regime comunista. La madre di Kolya torna; František viene riammesso alla Filarmonica.
Benché apparentemente la narrazione si concentri sul personaggio del musicista František Louka, il vero protagonista del film, come del resto recita il titolo, è il piccolo Kolya (Kolja nella versione originale), un bambino russo di cinque anni. Sin dall'inizio appare evidente la sua situazione di abbandono, che si dispiega in fasi successive, sempre più drammatiche. Poco sappiamo di lui, della sua famiglia e del suo pur breve passato: la madre è rimasta sola e ha bisogno di un nuovo passaporto per lasciare definitivamente l'Unione Sovietica e andare a cercare lavoro in Europa Occidentale. Una volta "pagato" il matrimonio con lo spiantato František, che si è ridotto a suonare il violino ai funerali, la donna fugge in Germania e affida il figlio alla nonna. L'infarto che la colpisce costringe František, suo malgrado, a occuparsi di Kolya.
L'abbandono di Kolya è progressivo poiché procede di pari passo con le sue difficoltà di comunicazione. Con la madre il bambino parla la propria lingua, il russo, ed è perfettamente a suo agio, anche se incapace di comprendere davvero che cosa stia succedendo intorno a lui. La donna lo rassicura, gli parla, gli è sempre vicina. Quando viene lasciato alla nonna, Kolya, pur potendo continuare a comunicare nella sua lingua, sembra chiudersi sempre più in se stesso e gli scambi verbali si riducono significativamente, anche a causa della differenza generazionale e della scarsa confidenza che ha con l'anziana donna. A casa di František, il piccolo si sente ancor più smarrito e solo, avverte che l'adulto lo considera un peso, un ostacolo alla sua vita già piuttosto complicata. I due non riescono a comunicare e i loro tentativi di dialogo falliscono miseramente. Le false similitudini tra il russo e il ceco producono dei veri e propri fraintendimenti, come quando, di fronte alla bandiera sovietica che sventola in una piazza di Praga, Kolya commenta: “Krasnaja” ("rosso" nella sua lingua ma "bello" in ceco). Il musicista ribatte: “Che cosa ci trovi di bello?”. La situazione inizia a migliorare quando l'uomo accetta la presenza di Kolya nella sua vita e attiva un sistema di comunicazione non verbale che, lentamente ma costantemente, produce buoni risultati. Entrano in gioco, dunque, il linguaggio gestuale, una dialettica degli sguardi assai elaborata e il tentativo di comunicare attraverso la musica, che diventa il medium con cui esprimere sentimenti, stati d'animo, pensieri elementari.
Passando dal piano personale a quello politico-sociale, ci si trova di fronte all'ossatura portante della narrazione, ossia alla critica nei confronti dei totalitarismi. Al di là del personaggio di František, che ha perso il lavoro a causa di un burocrate di partito, è proprio Kolya a essere vittima di un sistema politico incapace di comprendere le esigenze di libertà e di iniziativa dell'individuo. Le difficili condizioni di vita in Unione Sovietica costringono infatti all’emigrazione la donna e il bambino, che trovano rifugio in Cecoslovacchia, ed è solo con un matrimonio combinato che diventa possibile per la madre di Kolya quella fuga in Germania che le consentirà di mantenere il figlio, seppure a distanza. Durante la permanenza a casa di František, la vera minaccia per Kolya è lo Stato, che indaga sul matrimonio del musicista e che prospetta l'ipotesi del brefotrofio. I due, quindi, finiranno per diventare sempre più legati l'uno all'altro, sempre più solidali e complici, proprio perché costretti alla fuga da un regime sordo e violento. La caduta del muro di Berlino e la conseguente crisi dei governi socialisti restituirà a entrambi la libertà: a Kolya quella di crescere con la madre e a František quella di lavorare e, magari, di costruirsi un futuro con la donna che sta per dargli un figlio.
Autore critica:Stefano Boni
Fonte critica:Aiace Torino
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
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