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Mi chiamo Sam - I am Sam

Regia:Jessie Nelson
Vietato:No
Video:Warner Home Video
DVD:Warner Home Video
Genere:Drammatico
Tipologia:Le diversità
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Kristine Johnson, Jessie Nelson
Sceneggiatura:Kristine Johnson, Jessie Nelson
Fotografia:Elliot Davis
Musiche:John Powell; canzoni di John Lennon e Paul Mccartney
Montaggio:Richard Chew
Scenografia:Aaron Osborne
Costumi:
Effetti:Ron Bolanowski
Interpreti:Sean Penn (Sam Dawson), Michelle Pfeiffer (Rita Harrison), Dakota Fanning (Lucy Diamond Dawson), Doug Hutchison (Ifty), Stanley Desantis (Robert), Brad Silverman (Brad), Loretta Devine (Margaret), Laura Dern (Randy), Will Wallace (Bill), Dianne Wiest (Annie Cassell), Joseph Rosenberg (Joe)
Produzione:New Line Cinema - Avery Pix - Bedford Falls Productions
Distribuzione:Nexo
Origine:Usa
Anno:2001
Durata:

130’

Trama:

Uomo di età ormai matura ma con le capacità intellettive rimaste ferme allo sviluppo dei sette anni, Sam Dawson, affronta una situazione estremamente difficile: dal rapporto con una donna fuggita dall'ospedale subito dopo il parto, è nata una bambina, Lucy, che lui ha cresciuto ed educato, anche con l'aiuto di Anne, una pianista vicina di casa. Ora Lucy compie a sua volta sette anni, è sveglia e vispa più del padre, e i servizi sociali ritengono che sia opportuno sottrarla a Sam e affidarla ad un'altra famiglia. Ma Sam per primo sa che, al di là dei criteri oggettivamente e socialmente riconosciuti, esiste un legame, un valore che solo lui può dare alla bambina, quello dell'amore paterno. Deve però dimostrarlo e, incassato il rifiuto di tanti avvocati, ne trova infine uno in Rita Harrison, donna all'apparenza sicura e grintosa. Il periodo successivo passa tra tribunali, visite psichiatriche, testimonianze che si alternano in aula. Nell'interrogatorio conclusivo, che Rita aveva cercato di preparare, Sam entra in crisi, perde il filo del discorso, e il giudice decide di affidare Lucy a nuovi genitori. Tra i due c'è Randy, la moglie, che si affeziona a Lucy e, dopo un po', ne chiede l'adozione. Sam, che non si è rassegnato, va a vivere vicino a loro, fa visita spesso a Lucy. Randy allora capisce la profondità di questo affetto e non vuole interromperlo. Sam da parte sua sa che ora Lucy può avere la mamma che non ha mai avuto, e conservare il suo vero papà.

Critica 1:Un padre minorato psichico lotta per crescere sua figlia, che il tribunale vuol dare a una famiglia adottiva. Melodramma? Macché: commedia, sia pure strappalacrime come non si vedeva da anni. Perché Sean Penn è strepitoso, Los Angeles non è mai stata più colorata e più triste. E la regista Jessie Nelson, mano felice, usa tutto con grazia: i Beatles, Kramer contro Kramer, un impagabile coro di amici 'strambi' (veri minorati e grandi caratteristi), Michelle Pfeiffer rampante redenta. Arte o furbizia, a Mi chiamo Sam non si resiste.
Autore critica:Fabio Ferzetti
Fonte criticaIl Messaggero
Data critica:

15/3/2002

Critica 2:Nei primi minuti del film, un uso nervoso della cinepresa tenta di rendere il senso dell'instabilità del protagonista; poi Jessie Nelson se ne scorda e si concentra sul suo programma ricattatorio. Con che diritto si potrebbero criticare intenzioni tanto buone - se non oneste - edificanti - se non sincere - condivisibili da chiunque non sia nemico del bene, della giustizia e dell'amore? Non saremo certo noi a dire che, a far piangere così, ci vuole poco; o che, quanto più gli occhi ti diventano lucidi, tanto più ti arrabbi con chi ti sta estorcendo emozioni a comando. Né saremo noi a sostenere - quando mai? - che Sean Penn abbia scelto consapevolmente, in vista degli Oscar, il tipo di parte da minorato sublime a cui i distributori di statuette pare non sappiano resistere.
Autore critica:Roberto Nepoti
Fonte critica:la Repubblica
Data critica:

17/3/2002

Critica 3:Non é facile entrare nel mondo di Mi chiamo Sam. Anzi: é doloroso, spiazzante. Quando si vede per la prima volta Sean Penn che parla e si agita come uno spastico, le reazioni possibili sono due. La prima: quello non é un handicappato vero, é un divo di Hollywood che "fa" l'handicappato e questo è disgustoso; la seconda: ok, questa é la stoffa di un handicappato e io non ho alcuna voglia di trascorrere due ore del mio tempo in sua compagnia. La prima reazione é a suo modo giusta e vi avvertiamo fin d'ora; rimarrà, almeno per chi scrive, fino alla fine, fino al punto di condizionare il giudizio sul film. La seconda é feroce, ingiusta, ma comprensibile: in fondo qui si tratta di vedere un film, non di compiere scelte di vita. Ma la sagacia, l'astuzia - forse la bellezza - del film sta proprio nel metterti di fronte alle scelte suddette; nel costringerti a chiederti "cosa farei, io, se fossi al posto di Sam, o della figlia di Sam, o dell'avvocato di Sam o di coloro che comunque debbono decidere se Sam ha o non ha il diritto di vivere con la sua bambina?". Domande ardue. Dal film, si esce senza risposte. Tocca cercarle dentro di noi. Ed é per questo che Mi chiamo Sam é un film doloroso e importante”. Sam é un giovanotto con un’età mentale di 7 anni. Lavora in uno Starbucks, una catena di bar che servono un pessimo caffè a milioni di americani (nel film hanno un ruolo importante che dov'essere costato molti dollaroni; Mi chiamo Sam, per la cronaca, é stracolmo di sponsor). All'inizio del film lo vediamo correre in ospedale perché sta per diventare papà: ha avuto una storia di una notte con una tizia, che subito dopo aver partorito lo molla lasciandogli la neonata a carico. Sette anni dopo, Sam ha sempre (mentalmente ) 7 anni, tanti quanti Lucy Diamond, la sua bellissima e intelligentissima bambina (la piccola attrice, di una bravura soprannaturale, é Dakota Fanning). L'ha chiamata così perché Sam ha un'unica passione nella vita: i Beatles. Sa tutto delle loro vite e cita a memoria le canzoni. Il problema é che molto presto (diciamo fra un anno) Lucy Diamond diventerà più matura, più "grande" di lui. Quindi il tribunale dei minori vorrebbe sottrargliela, e darla in adozione. Una famiglia per Lucy Diamond c’é già: ed é una bella famiglia, gentile, politicamente corretta. Ma Sam vuole la sua bambina e Lucy Diamond vuole il suo papà. Lei sa benissimo che ha dei problemi: all'amichetto che viene a trovarla a casa, e con la tipica, crudele sincerità dei bambini le chiede «perché tuo papà si comporta come un ritardato?» risponde tranquillamente «perché lo è». Ma gli vuol bene, e sa meglio di chiunque altro come assisterlo, come consolarlo. Ciò che la società non può capire é che Lucy Diamond é già più grande di Sam, é al tempo stesso sua figlia e sua madre. I tribunali non tengono conto di queste quisquilie. Per tenere la bimba con sé Sam dovrà trovarsi un avvocato. E quell'avvocato (per la serie "solo al cinema": qui il copione zoppica) avrà il volto e la sagacia di Michelle Pfeiffer. All'inizio Rita Harrison, il legale in questione, non sopporta Sam, e come darle torto? Ma il meccanismo é evidente (e molto hollywoodiano ): Rita ha una vita schifosa, tutto lavoro e niente svago, con un marito che la tradisce e un figlio che a malapena la riconosce. Lei darà a Sam l'assistenza legale, Sam la ricambierà con qualcosa di molto più importante: l'affetto, l'umanità, la capacità di capire cosa conta nella vita. Il passo successivo sarebbe stato tremendo: l'avvocata rampante di Los Angeles che si innamora del povero idiota Jessie Nelson, regista al secondo film (é più nota come attrice) che ha anche scritto il copione assieme a Kristine Johnson, non ha osato tanto. Ha tenuto Mi chiamo Sam in periglioso, ma a tratti miracoloso equilibrio ha il melodramma e il reportage sociale, ha la denuncia e il pietismo. Se cascate nel film, non ne uscirete più: farete il tifo per Sam e sognerete di portarvelo a casa. L’esito è come sempre, ambiguo: Hollywood spettacolarizza l’handicap ma gli dà anche visibilità, Sean Penn è al tempo stesso bravissimo e insopportabile. La colonna sonora (tutte cover dei Beatles, alcune bellissime) contribuisce alla carineria dell'insieme, la regia della Nelson (nervosa, sgangherata, volutamente sgrammaticata) la nega di continuo. Mi chiamo Sam é un oggetto inquietante e contraddittorio. Quindi, come minimo, vitale.
Autore critica:Alberto Crespi
Fonte critica:l'Unità
Data critica:

15/3/2002

Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:
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