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Breaking Out - Vagen Ut

Regia:Daniel Lind Lagerlof
Vietato:No
Video:Elleu Multimedia
DVD:
Genere:Commedia
Tipologia:Diritti umani - Esclusione sociale
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Malin Lagerlof
Sceneggiatura:Malin Lagerlof
Fotografia:Jens Fischer
Musiche:Conny Malmqvist - canzone "In The Summer Time" di Ray Dorset
Montaggio:Anders Nylander
Scenografia:Jan Olov Agren
Costumi:Maria Strid
Effetti:
Interpreti:Lamine Dieng (Kostas), Peter Haber (Jakobsson), Thomas Hanzon (Ekman), Bjorn Kjellman (Reine), Goran Ragnerstam (Heikki), Shanti Roney (Glenn), Viveka Seldahl (Hillevi)
Produzione:Bjorn Carlstrom - Joakim Hansson - Lars Bjalkeskog
Distribuzione:Academy
Origine:Svezia
Anno:1999
Durata:

108’

Trama:

Entrato in urto con la direttrice del teatro in cui lavorava da tempo, il giovane attore Reine si ritrova all'improvviso disoccupato. Dopo qualche incertezza, accetta un incarico provvisorio per lui del tutto inatteso: prendersi cura delle attività ricreative di un gruppo di detenuti in un carcere di alta sicurezza. Nello stanzone appositamente riservato, Reine vede un piccolo palcoscenico e comincia a pensare di poter realizzare la vecchia idea di mettere in scena un testo da lui scelto. Nessun carcerato sembra all'inizio interessato all'iniziativa, e il capo dei detenuti Ekman minaccia lui e gli altri. Tuttavia alcuni cominciano a guardare la cosa da un'altra prospettiva: Reine ha promesso che loro potrebbero andare a recitare in altre prigioni e forse anche in un teatro vero, e questa sarebbe una ghiotta occasione per tentare di evadere. In cinque allora si fanno avanti, e Reine comincia le 'prove' di lettura del copione. Intorno il clima è tutt'altro che facile: Jakobson, capo delle guardie, vuol far rispettare i regolamenti; Hillevi, la direttrice, deve rispondere al comitato di sicurezza; Ekman vuole riprendere il controllo dei suoi sottoposti. Tra scontri, contrasti, episodi di violenza (Glen, uno dei cinque, viene ucciso da Ekman e sostituito), notizie sulla stampa, Reine porta il gruppo nello stesso teatro dove lui lavorava. Il lunedì sera, giorno di riposo, va in scena lo spettacolo. La sala è piena e il successo convincente. Nella confusione finale, arriva per i detenuti il momento tanto atteso per scappare. Salgono su una macchina e partono. Quando Reine sta per comunicare alla direttrice la loro scomparsa, i cinque riappaiono in teatro. Altri applausi per loro.

Critica 1:(…) La storia è ambientata in un penitenziario svedese, dove il protagonista, Reine, attore disoccupato, giunge per effettuare una breve supplenza dell'addetto alle attività ricreative. Nasce l'idea di inscenare uno spettacolo teatrale, che, però, viene visto dai detenuti come una possibilità per evadere. Tra gag stile Full Monthy e momenti drammatici gli eventi prenderanno una piega inaspettata.
Si nota subito una certa perizia del regista, maturata attraverso esperienze televisive, nella scelta delle inquadrature e dei temi. Lo spettatore potrebbe "leggere" un'ispirazione ai film carcerari del filone hollywoodiano, primo fra tutti Brubaker, ma il tutto in chiave più pittoresca.
Il finale della rappresentazione a teatro riporta ad un altro grande classico: Fuga per la vittoria dove i prigionieri, quella volta di guerra e non per crimini commessi, usano la scusa della partita per tentare un'evasione.
I temi dell'amicizia e della fiducia sono il nerbo portante della narrazione, infatti il gruppo di protagonisti scoprirà di avere in comune molto più di quanto credeva. Il film si apre con l'abbandono da parte di Reine del teatro in cui lavora e con il "tradimento" da parte del suo amico che nonostante le promesse si rifiuta di seguirlo, e si chiude con una scena analoga in cui i nuovi amici di Reine devono decidere se evadere, tradendo la sua fiducia o restare. In questo contesto l'ultimo sguardo di Eikki (Goran Ragnerstam), uno dei galeotti, verso l'uscita di sicurezza lascia aperta ogni possibilità sul futuro dei protagonisti. (…)
Autore critica:
Fonte criticaFilm Up
Data critica:



Critica 2:Sostiene Stanislavskij che «il vero scenico» è la verità dei sentimenti che animano l’interprete; e nessuno disconosce la valenza terapeutica che una rappresentazione possiede sia per il pubblico che per chi la recita. Su tale base non è tanto paradossale che in una società emozionalmente demotivata come la nostra uno dei pochi luoghi possibili per fare teatro sia rimasto il carcere: dove il concetto di libertà perde ogni valore astratto per tornare ad assumere la forza concreta di un bisogno assoluto. Naturalmente per dirigere una compagnia di detenuti ci vuole una grande determinazione sociale o artistica. E’ il caso di Reine (Björn Kjellman), il giovane protagonista di Breaking Out: un attore rimasto a spasso, che accetta il posto di animatore in una prigione per poter mettere in scena uno spettacolo a cui tiene molto. Motivato dalla fede nell’arte e dal desiderio di sfoderare il suo talento, Reine riesce a travolgere le difficoltà che gli frappone il capo delle guardie, il quale considera ogni sua richiesta un attentato alla sicurezza; mentre il brutale prigioniero Ekman cova un sordo rancore contro il nuovo venuto perché per causa sua sente vacillare una posizione di supremazia conquistata con la forza. Tutto preso dal suo progetto, l’idealistico Reine ignora che i suoi ruspanti attori hanno aderito all’iniziativa solo per evadere la sera della prima. Esordiente di formazione televisiva e già assistente di Bille August sul set di Jerusalem, lo svedese Daniel Lind Lagerlöf ha scritto e diretto Breaking Out ribaltandone in chiave di commedia le tematiche drammatiche. Nel Paese di Strindberg e Bergman, la scelta di leggerezza del neocineasta è stata accolta con sollievo tanto da far passare in seconda linea una certa inconsistenza e mancanza di credibilità del film. Tuttavia la storia è raccontata con un garbo e un entusiasmo che hanno contagiato un paio di società americane in cerca di soggetti originali. Insomma, non è escluso un remake a stelle e a strisce.
Autore critica:Alessandra Levantesi
Fonte critica:La Stampa
Data critica:

5/5/2000

Critica 3:Magari non sarebbe una brutta idea chiedere a Giancarlo Caselli, direttore degli Istituti italiani di pena, di proiettare Breaking out in qualche nostro carcere. Anche se il modello svedese appare difficilmente esportabile, c'è da che imparare dal film del trentenne Daniel Lind Lagerlof: dietro il tono da commedia amarognola alla Full Mounty, emerge infatti l'immagine di un paese civile, illuminato, non lassista ma sostenitore di un'idea di rieducazione volta a sfruttare la creatività dei detenuti. Qui lo spunto è offerto dal teatro in carcere. Succede pure da noi (negli ultimi anni si sono moltiplicate le compagnie amatoriali: Volterra, Rebibbia...), ma a nessun cineasta italiano sarebbe venuto in mente di farci sopra un film. Lagerlof immagina invece che Reine, giovane e brillante attore dimessosi dalla compagnia per protesta, accetti di lavorare come «animatore» in una prigione di alta sicurezza. Il suo sogno è di far mettere in scena ai detenuti un testo drammatico - Il dirottatore - nel quale rispecchiare le loro scorticate esistenze. Pare facile. Il capo guardiano, pur tollerante, gli mette i bastoni tra le ruote, temendo il peggio, l'illuminata direttrice tentenna e i cinque galeotti che rispondono all'appello in realtà lo fanno solo con l'intenzione di scappare dopo la «prima» a Stoccolma. Selezionata con occhio politically correct (c'è il giapponese che non capisce una parola, il nero burlone che spedisce cartoline alla fidanzata, il taciturno di origine italiana), la pattuglia offre al regista lo spunto per impaginare una commedia carceraria poco in linea col modello americano, anche se non manca il boss paranoico che detta legge. Ancorché prevedibile e a tratti «buonista», Breaking Out è comunque un film piacevole da vedere: per come racconta la riconquistata dignità di quei cinque, le insidie della "sperimentazione", il gioco dei caratteri. Ci scappa anche il molto, ma la svolta serve a pilotare l'esperimento verso la lieta conclusione, con sorpresa annessa. È la vecchia In the Summertime dei Mungo Jerry a contrappuntare l'avventura di Reine (è Bjorn Lagerlof, quasi un sosia del nostro Giulio Scarpati): e se la chiave pedagogica potrebbe far inorridire qualche teorico nostrano del «carcere duro», Breaking Out resta pur sempre un film, non un documentario, sicché alla fine fa piacere credere che il teatro rende tutti migliori: chi lo fa e chi lo vede.
Autore critica:Michele Anselmi
Fonte critica:l'Unità
Data critica:

3/5/2000

Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:
Autore libro:

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