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Fortāpasc - Fortāpasc

Regia:Marco Risi
Vietato:No
Video:
DVD:No
Genere:BIografico
Tipologia:Conflitti sociali
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Jim Carrington, Andrea Purgatori, Marco Risi
Sceneggiatura:Jim Carrington, Andrea Purgatori, Marco Risi
Fotografia:Marco Onorato
Musiche:Franco Piersanti
Montaggio:ClelioBenevento
Scenografia:Sonia Peng
Costumi:Ortensia De Francesco
Effetti:
Interpreti:Libero De Rienzo (Giancarlo Siani), Valentina Lodovini (Daniela), Michele Riondino (Rico), Massimiliano Gallo (Valentino Gionta), Ernesto Mahieux (Sasā), Salvatore Cantalupo (Salvatore ‘Sasā’ Cantalupo) Ferrara, Gigio Morra (Carmine Alfieri), Gianfranco Gallo (Donnarumma), Antonio Buonuomo (Lorenzo Nuvoletta), Ennio Fantaschini (Sindaco Cassano), Duccio Camerini (Angelo Nuvoletta), Renato Carpentieri (Prof. Amato Lamberti), Gianfelice Imparato (Pretore Rosone), Daniele Pecci (Capitano Sensales), Ivano Marescotti (GianLorenzo Branca), Roberto Calabrese (Geometra), Maria Lauria (Infermiera), Marcello Mozzarella (Emissario Siciliani), Tony Laudadio (Antonio Bardellino), Raffaele Vassallo (Ciro), Ettore Massa (Antonello Maresca);
Produzione:Angelo Barbagallo E Gianluca Curti Per Rai Cinema, Bėbė Film Tv, Minerva Pictures Group
Distribuzione:01
Origine:Italia
Anno:2008
Durata:

106’

Trama:

Il 23 settembre 1985 Giancarlo Siani viene ucciso dalla camorra con dieci colpi di pistola. Aveva 26 anni. Lavorava come giornalista praticante al “Il Mattino”, prima da Torre Annunziata e poi da Napoli. Era un ragazzo che amava il suo lavoro, ma aveva il “difetto” di voler verificare le notizie, di indagare sui fatti, di voler fare il suo mestiere con professionalitā e rigore. Il film lo segue nella sua ultima estate quando, dal Vomero, dove abitava, tutti i giorni scendeva all’inferno di Torre Annunziata, regno del boss Valentino Gionta. Tutto, in quel periodo, ruotava intorno agli interessi per la ricostruzione del dopo terremoto e Giancarlo vedeva.

Critica 1:Giancarlo Siani non porta l’impermeabile stropicciato che era di Corso Salani, alias Andrea Purgatori in Muro di gomma, anche se c’č qualcosa di quest’ultimo in lui. La penna dello stesso Purgatori intanto, che firma la sceneggiatura insieme a Marco Risi e a Jim Carrington di Fortapāsc, il film che Risi ha girato a Napoli e che racconta la storia di Giancarlo Siani, ucciso dalla camorra, a ventisei anni, nel 1985. Siani era un giornalista, anzi un “praticante abusivo” come diceva di sé visto che lavorava senza contratto. Un ragazzo di buona famiglia, camicia chiara e le Clarks anche d’estate, spedito alla redazione del Mattino di Torre Annunziata, cioč Fortapāsc, come nei western, dove la camorra era dappertutto, con le lotte tra famiglie, i morti ammazzati in strada, le pistole che non risparmiavano manco i ragazzini. E l’eroina, “troppo buona”, che ne stroncava tanti a notte. Sono gli anni dopo il terremoto, Napoli č una preda ricca, ci sono i soldi per la ricostruzione e la camorra se li vuole spartire. Siani č giovane ma lavora con precisione del dettaglio. Lui le notizie se le cerca, non sta seduto aspettando le agenzie: gira, indaga, dā fastidio. E rischia. Ci sono i giornalisti-giornalisti, molto spesso poco amati, e i giornalisti-impiegati filosofeggia il suo capo di Torre Annunziata quando il ragazzo viene promosso a Napoli, verso l’assunzione, dopo un articolo che denunciava i rapporti tra camorristi e politici, sindaco di Torre Annunziata in testa. Eccolo qui quell’impermeabile stropicciato, la stessa ostinazione, la stessa volontā di non arrendersi alla veritā ufficiale, in Muro di gomma era la strage di Ustica. Nella scrittura di Fortapāsc č soprattutto questo che rende attuale Siani e le sue battaglie, fermate sotto casa con dieci colpi di pistola e tutte le sue carte portate via: al di lā della cronaca napoletana resta la riflessione su cosa č l’informazione oggi, su cosa significa investigare col giornalismo, se ancora č possibile, o se le pratiche di giornalismo “embedded” dalle zone di guerra si sono estese ovunque. Non č questione dell’eroe solo-contro-tutti perché Siani, come Risi ce lo narra e come Libero Di Rienzo, molto bravo e commuovente lo interpreta, non č un eroe, anzi č fragile, contraddittorio, persino presuntuoso nella sua testardaggine a fare tutto da solo. Ma cerca di andare avanti nei suoi obiettivi che sono sostanzialmente fare informazione. Siani denuncia i boss, Valentino Gionta e Lorenzo Nuvoletta – amico di Riina – che ne ordina l’omicidio quando mette nero su bianco che č stato Nuvoletta a fare la soffiata spedendo Gionta in galera. Perō scrive anche di come la camorra ha corrotto la politica, indaga sugli appalti dati a ditte che non esistono, che spesso corrispondono a vecchi malati. Per chi vorrebbe ribellarsi Siani diventa un punto di riferimento importante, piace ai ragazzini, alle generazioni dei liceali, appena pių giovani di lui, per questo č ancora pių pericoloso.
Ci sono poi aspetti che non funzionano nelle scelte cinematografiche di Risi, a tratti il film sembra ingabbiato dal suo soggetto, cose importanti dell’epoca, tipo i disoccupati organizzati vengono appena accennati (perché poi?) mentre manca quella parte di resistenza culturale napoletana che comincia proprio col terremoto. Forse c’č pure poca Napoli, e del resto la narrazione si concentra a Torre Annunziata, la figura della fidanzata di Siani č strana, quasi accessoria, l’iconografia da film di genere a tratti č troppo sottolineata e evidente. Funzionano perō gli esterni, la desolazione delle case, il silenzio, la spiaggia piena di detriti, l’arroganza di un certo potere sempre presente. E questa sfida dell’informazione oggi cosė sofferente, e di nuovo aggredita e minacciata non solo dai boss (Saviano costretto a vivere sotto scorta) ma anche dalla prepotenza volgare del governo che ci troviamo. C’č l’Italia di oggi, oltre che la storia italiana, a Fortapāsc.
Autore critica:Cristina Piccino
Fonte criticail manifesto
Data critica:

27/3/2009

Critica 2:Č fin troppo facile individuare i motivi per elogiare Fortapāsc, tredicesimo film del 57enne Marco Risi. La volontā (lungamente frustrata, per anni a nessuno č sembrato importar nulla di questo film) di togliere dall’oblio una storia italiana fondante, quella del giovane cronista Giancarlo Siani ucciso dalla camorra nel 1985. La capacitā di legare un caso di cronaca vecchio di cinque lustri all’attualitā, come a leggere nella Torre Annunziata degli anni Ottanta (quella che per il sindaco Cassano (“non era Fortapāsc”...) i segnali di un degrado che prosegue nella Napoli della “munnezza” e della politica sempre pių compromessa con il crimine organizzato. L’ostinazione con la quale Marco Risi – che č anche, non dimentichiamolo, l’autore del Muro di gomma, sulla strage di Ustica – continua a ricordarci che l’Italia č un paese di misteri irrisolti e forse irrisolvibili. Perché č vero che otto anni dopo il delitto, grazie alla collaborazione di alcuni pentiti, gli assassini materiali di Siani finirono in galera: ma č altrettanto vero che nessuno ha spiegato, né spiegherā mai, perché il clan dei Nuvoletta (referente campano dei corleonesi di Totō Riina) decise di eliminare un giovane praticante di soli 26 anni che aveva annusato “qualcosa” di troppo grande. Quel “qualcosa”, in fondo, č una cosa al tempo stesso ovvia e indicibile: l’alleanza trasversale tra le varie mafie, che probabilmente proprio in quegli anni diventa un contro-potere con agganci ai pių alti livelli della politica e dell’economia. Senza saperlo, Siani aveva visto nascere Gomorra: un parto mostruoso che non doveva essere raccontato. Al punto che il primo film sul caso-Siani, E io ti seguo di Maurizio Fiume, fu silenziosamente boicottato da molti (incluso il giornale dove Siani lavorava, “Il Mattino”), e fatto sparire dalla distribuzione (in questi giorni lo si puō acquistare in dvd assieme alla rivista napoletana “Chiaia Magazine”).
Questo scenario č giā un ottimo motivo per vedere Fortapāsc, per apprezzare il modo in cui Risi –con la collaborazione alla sceneggiatura di Jim Carrington e Andrea Purgatori – l’ha costruito, e la bravura di quasi tutti gli attori. Siani č Libero De Rienzo, che si sforza eroicamente di assomigliargli. Michele Riondino e Valentina Lodovini sono il suo migliore amico e la sua fidanzata, ma i loro personaggi sono forse i pių sfocati del film, mentre sono clamorose, quasi shakespeariane, alcune prove dei “cattivi”: da Gigio Mona (il boss Carmine Alfieri) a Massimiliano Gallo (l’altro boss Valentino Gionta), dai soliti magnifici “reduci da Gomorra” Gianfelice Imparato (il pretore Rosone) e Salvatore Cantalupo (il camorrista Ferrara), fino al capo-cronista de “Il Mattino” di Torre Annunziata Sasā (il sempre grande Ernesto Mahieux) al quale Risi affida la tirata sull’Italia come paese pių adatto ai “giornalisti impiegati” che ai “giornalisti giornalisti”.
Ma vorremmo utilizzare le ultime righe per parlare di Fortapāsc come film. Che Marco Risi sia un bravo regista, lo sappiamo dai tempi di Mery per sempre. Ma Fortapāsc č un salto di qualitā importante, del quale papā Dino (al quale il film č dedicato) sarebbe giustamente orgoglioso. Osservate la scena della cruentissima strage nelle vie di Tone Annunziata: Tarantino non l’avrebbe girata meglio, né con pių efferatezza. Osservate il montaggio alternato fra il summit dei boss e la seduta del consiglio comunale: certo, č un omaggio a Le mani sulla cittā, ma ricorda anche il ferocissimo parallelo di M (Fritz Lang, come no?) tra la riunione dei ladri e quella dei poliziotti, tutti a caccia del serial-killer (il montaggio, di Clelio Benevento, č strepitoso). Come nei momenti pių crudi di Gomorra, sembra sia tornato il “poliziottesco” degli anni Settanta; ma riciclato con una coscienza civile nuova, al tempo stesso disperata e combattiva. Finché esistono film come Fortapāsc, questo paese non č morto.
Autore critica:Alberto Crespi
Fonte critica:L’Unitā
Data critica:

27/3/2009

Critica 3:
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