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Celebrity - Celebrity

Regia:Woody Allen
Vietato:No
Video:Cecchi Gori Home Video
DVD:
Genere:Commedia
Tipologia:Mass media
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Woody Allen
Sceneggiatura:Woody Allen
Fotografia:Sven Nykvist
Musiche:
Montaggio:Susan E. Morse
Scenografia:Santo Loquasto
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Kenneth Branagh, Judy Davis, Melanie Griffith, Charlize Theron, Joe Mantegna
Produzione:Jean Doumanian per Sweetland Films
Distribuzione:Cecchi Gori
Origine:Usa
Anno:1998
Durata:

113'

Trama:

A New York Lee Simon, giornalista quarantenne, è in un momento delicato della propria vita privata e professionale. La sua attività si svolge nel mondo dello spettacolo, della moda, della società mondana e intellettuale: vorrebbe uscire dalla routine e progetta un romanzo, la cui scrittura va avanti molto lentamente. Ha anche una sceneggiatura che cerca di sottoporre all'attenzione di molti, tra cui il famoso attore Brandon Darrow che lo porta con sé per un pomeriggio, passato tra un incontro di boxe e un altro con alcune disponibili ragazze e infine lo liquida, dicendogli di richiamare il suo agente. Lee è sposato con Robin ma il matrimonio è in crisi e lui le dice che vuole separarsi. Robin stenta a riprendersi dal duro colpo, finchè nello studio di un medico incontra Tony Gardella, produttore televisivo, che la invita ad uscire. I due cominciano a frequentarsi, Tony esorta Robin ad impegnarsi nel settore televisivo, e lei, dopo alcune incertezze, comincia a curare qualche trasmissione, fino ad avere un grande successo. Anche quando Tony le chiede di sposarsi, Robin in un primo momento esita, ma poi si decide e i due poco dopo sono in attesa di un figlio. Lee, invece, non sa bene cosa fare: segue l'attrice Nicole, cerca di avvicinare una modella, comincia una convivenza con Bonnie, ma il giorno stesso in cui lei decide di trasferirsi, lui le dice che non l'ama più, perché attratto da Nola, giovane attrice. Bonnie prende il manoscritto di Lee e lo getta in mare. Una sera, alla prima del film di un regista di successo intervengono tutti i nomi di successo, e Robin è tra questi. Nelle prime immagini della pellicola, appare in cielo la scritta " help".

Critica 1:In un bianco e nero scandito e un po' intristito, Woody Allen torna a raccontare una storia newyorkese di coppie, nevrosi e crisi. "Ho compiuto i quarant'anni. Non voglio svegliarmi a cinquanta per scoprire che ho misurato la mia vita a cucchiaini di caffé", dice il protagonista, un giornalista che divorzia dalla moglie, si fidanza con una nuova compagna, ma non riesce a trattenersi dall'inseguire modelle sfolgoranti e camerierine intriganti, e che vorrebbe ricominciare a scrivere un romanzo incompiuto. È Kenneth Branagh, travolgente e istintivamente comico, che "mima" Woody Allen nella voce, le pause, i movimenti, nelle gaffe e nella maldestrezza. Film piccolo, stracolmo di riferimenti personali e di frecciate professionali, scritto e diretto in punta di penna, Celebrity rischia un po' la maniera: Allen torna sugli andirivieni sentimentali di Manhattan e gli incroci di coppie di Hannah e le sue sorelle, ma senza il sottile dolore del primo né la perfezione narrativa e psicologica del secondo. Ma la leggerezza con cui Allen riesce a essere triste, un po' svuotato e volgare è sempre stupefacente, e il cast esemplare. E soprattutto, il grido muto e disperato, "Help", scritto in cielo dal fumo di un aereo, su cui il film si apre e si chiude, è una disarmante confessione personale e artistica.
Autore critica:Emanuela Martini
Fonte criticaFilm TV
Data critica:

7/1/1999

Critica 2:Anch'io scrivo sceneggiature. Hai mai sentito di Cecov? Io scrivo come lui”. Così dice a Lee (Kenneth Branagh) una ragazzotta che il caso e una sniffata gli hanno messo tra le lenzuola. Basterebbe quest'idiozia "superlativa" a giustificare il grido d'aiuto che riempie il cielo all'inizio e alla fine di Celebrity (Usa, 1998). D'altra parte, tra gli eroi e le eroine del film di Woody Allen si fanno e si dicono quasi solo idiozie camuffate da superlativi e trasfigurate in miti, in schemi ideali di vita (lezioni di fellatio comprese). Superlativa è la modella che Lee stà per portarsi a letto (Charlize Theron). La sua fame di sesso - così lei assicura, dandone un saggio immediato - non ha confronti. In qualunque parte del corpo la si tocchi, la sua “perversione polimorfica” la porta ,velocemente, immancabilmente all'orgasmo. Salvo però diventare velocemente e immancabilmente frigida, appena si profila il pericolo di perdere un aereo che la deve portare a Milano. Superlativo è anche Brandon Darrow (Leonardo Di Caprio). Distrugge suite d'albergo e raccoglie l'ammirazione isterica di milioni di ragazzine con la stessa caotica determinazione con la quale organizza ammucchiate. Lo si direbbe un esempio up to date dello stereotipo “genio e sregolatezza”, se non fosse per l'occhiuta e appunto superlativa attenzione che riserva ai soldi. Superlativi sono poi i piccoli, squallidi eroi che ogni giorno la televisione produce insieme con la propria superlativa idiozia di massa, con ciò riproducendo se stessa. Allen ne elenca più d'uno, e per quanto si sforzi d'essere paradossale, riesce solo a essere realistico: acrobate minorenni obese; membri del Ku Klux Klan e skin head che, in attesa di partecipare al solito talk show, fraternizzano nei corridoi con rabbini e sostenitori dei diritti civili; donne in coma che, per il solo fatto d'essere in coma, sono diventate telegeniche... Help, appunto. Per nulla superlativo è invece Lee. Lo è tanto poco quanto l'omino con gli occhiali cui Allen ha tante volte affidato il compito di condurre i suoi film attraverso luoghi incerti e precari dell'anima e, perché no?, della carne. E di Woody, cioè della sua maschera, Lee è con tutta evidenza un alter ego. Il che é già un notevole passo avanti rispetto a Harry a pezzi (1997). Dell'ego del protagonista, là, non erano rimasti che frammenti sparsi, incoerenti e contraddittori come la stoffa o meglio la non-stoffa del film. Qui invece un ego c'è, e dunque c'è di nuovo una stoffa, per quanto ancora incerti e precari siano i luoghi dell'anima e della carne che Allen insiste a frequentare. Anzi qui gli ego sembrano addirittura due, il secondo quasi alter come il primo. Chi è mai Robin (Judy Davis), se non qualcosa che somiglia alla "metà" di Woody? E questo non perché sia l'ex moglie di Lee, ma perché ha la sua stessa incertezza psicologica, la sua stessa precarietà, solo ancor più indifese. Per quanto è dato di intuire nella versione italiana, la recitazione di Davis e Branagh ricalcano deliberatamente le indecisioni, le concitazioni nevrotiche di Woody. Del film, infatti, Lee e Robin sono protagonisti allo stesso titolo. Meglio: in Celebrity i film finiscono per essere due. Uno, costruito attorno a Lee, si conclude con una sconfitta. L'altro, il cui centro è Robin, si conclude invece con una vittoria, con un vero e proprio trionfo. Così almeno pare. In ogni caso e qualunque cosa debba intendersi per sconfitta e per trionfo, Lee e Robin reagiscono in modi opposti all'incontro con la celebrità, e con i suoi superlativi idioti. La seconda sembra non curarsene, preoccupata solo di salvarsi dal naufragio emotivo. E il paradosso è che proprio la sua inaspettata fama televisiva - il cui valore intrinseco non è molto superiore a quello della donna in coma o dell'acrobata minorenne obesa - le dà una nuova vita, superlativamente tranquilla. L'idiozia, è sempre rassicurante. AI contrario Lee - che la fama e il successo rincorre consapevolmente, per quanto maldestramente - non fa che alimentare la propria insicurezza. Il fatto è che il poveretto ha capito, poco dal mondo dominato da bombe erotiche frigide e da divi sregolati con l'anima da ragioniere. Immagina, l'ingenuo, che la creatività valga qualcosa. Arriva persino a inseguire di donna in donna un personaggio che la sua fantasia di narratore s'è andato fingendo negli anni. Risultato? Un giorno incontra a una festa l'ex moglie, celebrità fra celebrità. Le chiede un giudizio su qualcosa e quella gli risponde con la parola che - così lui le ricorda - una volta le dava più fastidio: “Stupenda!”. Il trionfo, appunto, è fatto di superlativi, per quanto vuoti di senso siano (con buona pace di Cecov). Se poi, come nel caso dell'omino con gli occhiali, ci si ritrova a combattere contro una metà di (alter) ego che se ne bea, allora davvero è il caso di invocare help.
Autore critica:Roberto Escobar
Fonte critica:Sole 24 Ore
Data critica:

3/1/1999

Critica 3:
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Fonte critica:
Data critica:



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