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Febbre a 90º - Fever pitch

Regia:David Mickey Evans
Vietato:No
Video:Bmg Video
DVD:La Gazzetta dello Sport
Genere:Commedia
Tipologia:Sport e salute
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Tratto dal romanzo "Fever Pitch" di Nick Hornby.
Sceneggiatura:Nick Hornby
Fotografia:Chris Seager
Musiche:Boo Hewerdine, Neill Maccoll
Montaggio:Scott Thomas
Scenografia:
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Luke Aikman, Holly Aird (Jo), Lorraine Ashbourne (Madre Di Paul), Richard Claxton, Charles Cork, Bob Curtiss, Annette Ekblom, Colin Firth (Paul Ashworth), Ruth Gemmell (Sarah), Bea Guard, Neil Pearson (padre di Paul), Peter Quince, Stephen Rea, Ken Stott (Ted), Mark Strong (Steve)
Produzione:Amanda Posey
Distribuzione:Cineteca Lucana
Origine:Gran Bretagna
Anno:1996
Durata:

105’

Trama:

Paul Ashworth, insegnante inglese sui 35 anni, è un tifoso accanito dell'Arsenal, che però ormai da otto anni colleziona in campionato solo brutte figure. Insegna in una scuola media nella zona nord di Londra e qui un giorno incontra Sarah, una collega seria e riservata molto attaccata al proprio lavoro. I due cominciano a frequentarsi, lui dice di lei che è troppo formale, lei dice di lui che ha qualche problema perchè ha fatto del calcio una malattia. Tuttavia cominciano a vivere insieme. Mentre il campionato procede, Paul rivede l'inizio della propria passione, quando, grazie all'Arsenal, riuscì a riconciliarsi con il padre in un momento difficile dei loro rapporti, e, più avanti, a trovare sia una dimensione professionale sia un senso di appartenenza e di identità, che per lui era prima sconosciuto.Intanto l'Arsenal perde colpi, e Sarah avverte il pericolo di legarsi ad un uomo, il cui carattere è emotivamente legato agli esiti di ogni singola partita. Sul finire della stagione, l'Arsenal ha un'impennata ed arriva a giocarsi il titolo nell'ultima partita contro il Liverpool. L'Arsenal vince e, nel momento di maggior nervosismo e insieme di grande gioia, Sarah capisce che il calcio può essere più di un semplice gioco, una passione sincera e genuina. Ritrova allora Paul e, con maggiore comprensione, i due tornano insieme, più consapevoli anche del figlio che Sarah sta aspettando.

Critica 1:Nel prologo, datato 1968, vediamo due ragazzini londinesi a colazione con il babbo ormai separato dalla mamma: il rapporto è imbarazzato, la conversazione ridotta a monosillabi. Ma un bel giorno accade che il piccolo Paul, dapprima riluttante a seguire il genitore allo stadio, scopre il fascino del calcio, si immerge nel popolo degli sportivi e s'appassiona per l'Arsenal. Mi raccomando perciò il momento magico del film Febbre a 90° quando nel corso della partita la mutria del giovane attore Luke Aikman si schiude a un impagabile sorriso. Ovvero come risolvere il complesso di Edipo in chiave di tifoseria. La situazione rappresenta la sintesi dell'intero spettacolo; ed è anche l'evocazione del vero calcio d'inizio dell'esistenza matura di Nick Hornby (classe 1958), che sulla passione del gioco ha pubblicato nel '92 questo Fever Pitch (in italiano edito da Guanda col titolo del film), un successo immediato. Come ha scritto un critico, «l'anatomia di un'ossessione, una sapiente, dolceamara e divertentissima autobiografia in cui la vita non si misura in anni ma in campionati». Scandito sull'arco di quasi un quarto di secolo di partite, il libro arriva al '92 (l'anno della sua pubblicazione); mentre il film, co-prodotto e sceneggiato dall'autore stesso, ne offre una versione romanzata. Assunto il nome di Paul, Nick si travasa nei panni di un professore anticonformista (impersonato dal ribollente Colin Firth) che ama riamato la collega Sarah (Ruth Gemmell) e tuttavia incontra difficoltà a far convivere questo sentimento con l'attaccamento al pallone. Dal canto suo Sarah ci mette l'intero film a capire che sposando Paul volente o no dovrà accettare di sposare anche l'Arsenal. Insomma Febbre a 90° mette in scena la vicenda, più unica che rara, di una donna innamorata costretta a fronteggiare come rivale un'intera squadra di calcio. Se dovessimo stabilire una priorità fra libro e film, non c'è dubbio che la pagina batterebbe lo schermo. David Evans, regista esordiente di matrice televisiva, se la cava onorevolmente, ma non è certo Mike Leigh. E nella trasposizione la cruda, ambigua e a momenti derisoria sincerità del memorialista, che nella sua passione sportiva si autodenuncia come caso clinico, non è altrettanto convincente attribuita a un personaggio di fantasia. Però il film si fa vedere lo stesso per doti di freschezza e originalità.
Autore critica:Tullio Kezich
Fonte criticaCorriere della Sera
Data critica:

29/11/1997

Critica 2:Truffaut, che vedeva una contraddizione tra la parola "cinema" e la parola "inglese", aveva torto. In coma appena un paio d'anni fa, oggi il cinema britannico è protagonista di una nuova Renaissance, di quelle che periodicamente lo riportano ai vertici qualitativi della produzione mondiale. Tra i diversi generi - dal film in costume al comico ("Mister Bean") - uno spazio importante tocca al filone realistico-quotidiano, ben radicato in un altro periodo d'oro come fu quello del Free Cinema anni '60. E' qui che si colloca Febbre a 90°, tratto dal best-seller di Nick Hornby (Guanda Editore). Lo si potrebbe definire una storia d'amore e di calcio tutta giocata sul filo del 90° minuto, quando si sa veramente chi vince e chi perde. Paul Ashworth, insegnante trentacinquenne, è un tifoso all'ultimo stadio dell'Arsenal. Durante la stagione 1988/89, anno dello scudetto per la squadra londinese dopo una lunga serie di sconfitte, Paul conosce la collega Sarah (Ruth Gemmell) e intreccia con lei una storia d'amore che alterna alti e bassi secondo l'andamento in campo della squadra. Mentre ne seguiamo le fasi, apprendiamo, da una serie di flashback le origini e l'evoluzione della totalizzante passione del protagonista, cui il tifo ha dato il senso di un'appartenenza, la possibilità di costruire un rapporto con i propri studenti e, prima ancora, di ricostruire quello col padre, separato e lontano da casa. Tuttavia anche la febbre va superata, in un itinerario opposto e complementare al precedente: Paul, che suddivide il tempo in campionati anziché in anni, impara alla fine che ci sono altre cose per cui vale la pena vivere e accetta la paternità come un rito di passaggio. Dialogato vivacemente e diretto in forma piana da David Evans, che viene dal teatro e dalla tv, Febbre a 90° è anche un referto antropologico sui rapporti tra il gioco del calcio e l'immaginario celtico: più cupo e aggressivo di quello latino (vedi gli hooligan, citati nel film attraverso il dramma dello stadio di Sheffield), ma anche disorientato e alla ricerca di una identità collettiva che solo il football, ai nostri giorni, sembra in grado di dargli. Che Colin Firth (Another Country, Persuasione) non fosse un attore come tanti altri lo si vedeva già. La sua presenza s'imponeva sullo schermo anche quando gli toccavano ruoli da non protagonista (Il paziente inglese). Ora una notizia conferma la sua singolarità: benché lo volesse Hollywood, Firth ha preferito restare in Inghilterra per interpretare il film di un regista debuttante, regalandosi così un ritratto di "young angry man" che fa di lui molto più di una promessa.
Autore critica:Roberto Nepoti
Fonte critica:la Repubblica
Data critica:

30/11/1997

Critica 3:C’è un metodo efficace per valutare Febbre a 90° (Pitch Fever, Gran Bretagna, 1997): immaginarselo scritto e girato all’italiana. Di certo, sarebbe dichiaratamente, pesantemente un film sul calcio. Ossia: pontificherebbe sulla pericolosità sociale del tifo, o tutt’al contrario ne esalterebbe i luoghi comuni. E forse, per accontentare tutti, cercherebbe di fare le due cose insieme, così finendo per non piacere a nessuno. Poi, sceneggiatura e regìa non ci risparmierebbero provincialismi linguistici, volgarità folcloristiche, abiezioni varie. In ogni caso, gli autori non racconterebbero individui ma stereotipi, caricature denigratorie e fors’anche mostruose… Insomma, scritto e girato all’italiana, Febbre a 90° sarebbe l’esatto contrario del film di David Evans. Lo sceneggiatore Nick Hornby afferma di non aver scritto "a football film". Tra l’altro, ricorda quanto sia difficile che il cinema renda credibile la ricostruzione d’una partita. Le immagini che ne vengono, sostiene, sono sempre insoddisfacenti (per la verità, usa un’espressione più colorita: "They always look crap"). Accade così che il calcio quasi non si veda, nei 102 minuti del film. Non ci sono folle indifferenziate, accalcate e urlanti nello stadio, ma piccoli gruppi di individui, ognuno riconoscibile, per quanto pronto a identificarsi nell’entusiasmo collettivo. E non ci sono nemmeno momenti di gioco vero e proprio, se non verso la fine e sempre molto brevi. Ben lontano dall’essere un film sul calcio, Febbre a 90° racconta di uomini e di donne, delle loro vite osservate attraverso il calcio, i suoi miti e i suoi riti. La questione di fondo viene posta fin dalle prime immagini. Che cosa hanno mai da dirsi Mr. Ashworth senior e i suoi due figli, seduti al tavolino d’un bar o d’un ristorante da pochi soldi? Certo, sarebbe opportuno che un discorso riempisse il vuoto dei loro lunghi pomeriggi domenicali. Può darsi che, davvero, niente li unisca. Oppure, semplicemente, può darsi che a loro – e a moltissimi altri come loro – riesca difficile e penoso vincere l’inerzia dei sentimenti, liberarsi da una sorta di timidezza che alla lunga mette a tacere cuori e anime. In ogni caso, questo è il dato: i pomeriggi degli Ashworth sono ingrigiti e imbarazzati dalla noia e dal silenzio. O almeno, lo sono finché le loro vite trovano per così dire una mediazione proprio nel tifo per l’Arsenal. Entrando per la prima volta in uno stadio, d’improvviso l’adolescente Paul s’illumina in volto. Quello che ha davanti agli occhi non è solo un gioco, non è solo uno spettacolo: è una dimensione autonoma, felicemente chiusa in sé, affrancata dalla serietà della vita, un luogo dove gli incontri e i discorsi si fanno per incanto facili e intensi. Molti anni dopo, per spiegarlo a Sarah, usa una metafora trasparente. All’inizio d’ogni stagione – così misura e chiama gli anni, infatti –, il programma di gioco della squadra (sicuro e inequivocabile, stampato com’è in un depliant) consente appunto di "programmare" il futuro. Per quanto la stagione precedente possa essere stata disastrosa, la successiva si presenta colma di promesse, del tutto nuova. Per il tifoso, i sogni tornano a vivere ogni dodici mesi, in una ciclicità temporale che si rigenera senza fine. D’altra parte, Evans e Hornby non hanno alcuna intenzione di fare un po’ di sociologia e d’antropologia spicciole sulla mitologia e anzi sulla Grande Narrazione che accomuna in questi nostri anni milioni e milioni di uomini e donne, vincendone in qualche modo il silenzio, l’inerzia, la solitudine. Il loro è appunto un film su uomini e donne, non su pregiudizi intellettualistici. Dunque, che cosa significa per Paul (e per gli altri) questa "mediazione" della vita e dei sentimenti? E prima ancora, come l’occhio del cinema deve osservarne il tifo? La risposta di Febbre a 90° è netta: Paul non è un oggetto d’analisi, ma un soggetto e un protagonista. Regìa e sceneggiatura lo raccontano e l’osservano stando con decisione dalla sua parte, quasi con lo stesso amore e con la stessa profonda simpatia con la quale lo vedono gli occhi di Sarah. Sono ben lontani, per fortuna, sia dalla criminalizzazione del tifo quanto dall’apologia dei suoi luoghi comuni. Anche in platea, del resto, partecipiamo senza remore alle passioni e alle angosce calcistiche di Paul. Attraverso di esse, entriamo nelle sue passioni e nelle sue angosce tout court, ossia in quella sua vita che minaccia di trascorrere grigia e vuota come un interminabile, silenzioso pomeriggio domenicale. Anzi, sempre più ci pare di riconoscere in esse anche le nostre, per quanto la nostra propria mediazione possa essere diversa dalla sua. Probabilmente, questo film di David Evans e di Nick Hornby non passerà alla storia del cinema, ma è certo l’esatto contrario d’un film girato e scritto all’italiana.
Autore critica:Roberto Escobar
Fonte critica:Sole 24 Ore
Data critica:

7/12/1997

Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:Febbre a 90°
Autore libro:Hornby, Nick

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