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Ballando con uno sconosciuto - Dance with a stranger

Regia:Mike Newell
Vietato:No
Video:De Agostini
DVD:No
Genere:Drammatico
Tipologia:Diritti umani - Pena di morte, La condizione femminile
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Shelagh Delaney, ispirato ad una storia vera
Sceneggiatura:Shelagh Delaney
Fotografia:Peter Hannan
Musiche:Richard Hartley
Montaggio:Mick Audsley
Scenografia:Andrew Mollo
Costumi:Pip Newbery
Effetti:
Interpreti:Miranda Richardson (Ruth Ellis), Rupert Everett (David Blakely), Ian Holm (Desmond Cassen), Stratford Johns (Morrie Conley), Joanne Whalley (Christine), Tom Chadbon (Antony Findlater), Jane Bertish (Carole Findlater), David Troughton (Cliff David), Matthew Carroll (Andy), Susan Kyd (Barbara), Martin Murphy (Roy), Lesley Manville (Maryanne), Sally Anne Field (Claudette), David Beale (uomo al Little Club)
Produzione:Roger Randall Cutler
Distribuzione:Cineteca Lucana
Origine:Gran Bretagna
Anno:1985
Durata:

99’

Trama:

A Londra, nel 1954. Divorziata dal marito e con un figlio decenne, Ruth Ellis fa "l'entraineuse" in un locale di lusso, dove allegre ragazze intrattengono clienti danarosi e altolocati. La sua ombra fedele è Desmond Cussen, un uomo non più giovanissimo e un po' timido, che le è sinceramente amico e vorrebbe sposarla. Nella vita di Ruth entra all'improvviso un rampollo di nobile casata, uno squattrinato corridore automobilista David Blakely - che si innamora pazzamente di lei. E' tutto un seguito di provocazioni e ripulse, di passione e gelosia, anche perché David è fidanzato con una ragazza della buona società. Ruth è possessiva e tenace nella sua determinazione, contro cui nulla possono la devozione e l'affetto di Desmond. Dopo un ennesimo tempestoso incontro con David (all'occorrenza anche manesco), Ruth abortisce e va ad abitare con Desmond, recando con sè il figlio, ma è l'altro uomo che essa ha collocato nel più profondo del cuore, dei sensi e della mente. Ormai come chiusa in una sua maniacale fissità, Ruth ucciderà David. Il film trae spunto da un fatto autentico: Ruth Ellis, dopo un processo che divise in due fazioni l'Inghilterra, fu riconosciuta colpevole ed impiccata nel luglio del 1955, quattordici anni prima dell'abolizione della pena capitale.

Critica 1:1954. Divorziata con un figlio decenne, Ruth Ellis, bionda di dubbia moralità, ha una tempestosa relazione con giovane aristocratico allo sbando. Non riesce a liberarsene e lo uccide. E condannata a morte, l'ultima donna legalmente impiccata in Gran Bretagna. Scritto da Shelag Delaney, è uno dei migliori frutti della "British Renaissance" degli anni '80. Ammirevole per il disegno dei personaggi e di un ambiente, senza indulgenze sentimentali, di forte spessore.
Autore critica:
Fonte critica
Data critica:



Critica 2:Entraineuse, divorziata, madre di due bambini e colpevole di aver liquidato a colpi di pistola il proprio amante (mollaccione - anche se questa non era una ragione sufficiente-, figlio di buona famiglia, corridore automobilistico a tempo perso), Ruth Ellis è stata, nel 1953, l'ultima donna impiccata in Inghilterra. Il suo caso desto un enorme scalpore e non solo nel rilanciare il dibattito sulla legittimita della pena di morte: con un'opinione pubblica divisa al cinquanta per cento, giudici ed avvocati, e tutti coloro che seguirono da vicino il processo, si resero conto di condannare una vittima. E di creare, ciò che effettivamente avvenne, un'eroina se non una martire per i diversi movimenti di liberazione a venire.
Mike Newell quasi un esordiente, costruisce un film di notevole interesse e di indubbio fascino (al di là di certe sue debolezze) non sul processo: ma proprio sull'itinerario che, sul filo che conduce dal melodramma alla passione, trasforma in una vittima (psicologica e prima ancora sociale) quella che all'inizio della vicenda appare come una dominatrice.
Biondastra come una Marylin dei poveri, Ruth regna sovrana sul suo night con camere annesse, dispensatrice (dopo aver rimboccato le coperte dei bimbi al piano di sopra) di un po' d'evasione nell'ancora squallido dopoguerra londinese. E in quella pittura d'ambiente, ammirevolmente espressa (precisione della scenografia, delle tinte che dal marrone si smorzano nel caffellatte dei muri: prima degli anni sessanta Londra ignorava notoriamente l'ottimismo degli intonaci bianchi) compaiono gli altri due elementi di quello che potrebbe rimanere un tradizionale triangolo. Il belloccio (ormai celebre e fascinoso, come sanno bene le nostre lettrici, Rupert Everett) che saprà amarla soltanto a letto; e il brav'uomo, capace di amarla tolto che a letto.
I tre, da quel momento, sprofondano in quelli che si usavano definire abissi della passione: quella vera, quella che infatti si conclude doverosamente con la morte. La passione non è facile da rendere credibile, al cinema come altrove. Se Newell ci riesce cosi bene è perché egli (ed il suo sceneggiatore, Shelag Delaney, già con Richardson, Loach, Reisz... ) sa imprimere ai suoi personaggi una determinazione formidabile.
Nell'arte - disgraziata certo - della cocciutaggine che porta alla degradazione, in una società puritana e ipocrita come o più delle altre, la povera Ruth, assieme al giovane appassionato e vigliacco (oltre che condizionato da una casa di campagna con madre e trentadue camere), e al brav'uomo che porta le corna ed i figli a scuola, rimarranno un esempio indimenticabile. Irritanti dapprima commoventi infine nel seguire fino in fondo, contro ogni parvenza di logica o di semplice istinto di conservazione, il loro istinto amoroso. Ed il tracciato indicato, o meglio imposto dalle leggi della convivenza sociale.
Newell dirige tutto ciò con mano sensibilissima, quasi compiaciuta (è uno dei limiti del film) nella tenuta stilistica: gli attori, sui quali si appoggia - come sempre nel cinema più giusto - si esprimono su livelli straordinari. Soprattuto Miranda Richardson (pensate, una sconosciuta!) che si porta appresso sulla faccia, sul corpo, quasi sui vestiti il proprio destino, ingrato ma anche, chi l'avrebbe detto, glorioso.
Autore critica:Fabio Fumagalli
Fonte critica:rtsi.ch/filmselezione
Data critica:

1/5/1986

Critica 3:(…) Queste premesse un po' alla larga ci paiono indispensabili per analizzare Ballando con uno sconosciuto, un film che massimizza pregi e difetti del modello indicato, così da lasciar disorientata la critica. Quale sia il retroterra lo si coglie anche dal curriculum del regista Mike Newell, che ha una lunga esperienza con la TV e occasionali incontri con il grande schermo, dei quali finora era noto in Italia solo il modesto Alla dodicesima eclisse. Che la formula sia quella di un cinema da camera, strettamente imparentato con l'estetica televisiva, risulta però qualità assai consona al racconto di una passione «a porte chiuse», che presto abbandona il terreno della realtà e delle soluzioni praticabili per scivolare in quello dei fantasmi, delle ossessive proiezioni punitive e delle impossibili richieste di risarcimento all'interno di un «discorso amoroso» che visibilmente funziona solo se coniugato in forma sado-maso. Anche l'omicidio finale di David non libera Ruth dalla sorda dipendenza dalla sua passione; la lettera da lei inviata alla madre dell'ucciso pochi giorni prima dell'impiccagione non contiene incrinature rispetto a un circuito chiuso di violenza e di espiazione: «Io morirò amando suo figlio e lei deve essere contenta che la sua morte è stata riparata dalla mia». In mezzo c'è stato un processo che nell'Inghilterra perbenista dei primi anni Cinquanta ha fatto scandalo e una condanna che di lì a poco produrrà un fenomeno di autocoscienza nazionale che sfocerà nell'abolizione della pena di morte; eppure nella coscienza di Ruth nulla è successo e il film sceglie intelligentemente di tralasciare l'eco sociale degli avvenimenti e di chiudere la vicenda con un atto privato che testimonia l'ostinata indifferenza della donna ai compromessi con la realtà.
In effetti il personaggio vive contemporaneamente due movimenti opposti. Uno è ascensionale: viene sanzionato in apertura dalla concessione di maggior credito alla donna da parte del padrone del locale di cui ella è tenutaria e si configura nell'affrancamento psicologico dalla condizione di divorziata, ricercato attraverso i rapporti disincantati con la clientela prevalentemente maschile, e in un'emancipazione sociale espressa dalla pretesa di decoro nella privacy e dal desiderio di assicurare una carriera universitaria al figlio. Il movimento in discesa è rappresentato dal legame con l'inetto aristocratico che accorda a lei la stessa funzione di svago dell'automobile da corsa che è il suo hobby costoso, praticato da snob, senza mai sporcarsi le mani. Ma l'investimento in perdita è il tarlo nascosto di questa bionda esuberante, che già in passato ha disseminato/subìto violenza in passioni senza sbocco; infatti, nel rapporto con David, Ruth consuma velocemente la sua energia vitale e non vede, anzi calpesta le occasioni che le si offrono per una via d'uscita.
Desmond, il disponibile pretendente che, senza nulla avere in cambio, ha assunto le funzioni di padre verso il piccolo Andrew, e il figlio medesimo, che alla madre chiede solo un briciolo di attenzione e si adatta a convivere con le situazioni più imbarazzanti, vengono piegati da una Ruth sempre più isterica alla funzione di strumenti per avvicinare/provocare lo sfuggente David, per intrattenere un «discorso» che è comunque unilaterale. Le umiliazioni del licenziamento e dell'aborto, che appena scalfiscono l'indifferenza dell'aristocratico, vengono vissute dalla donna come un motivo di autoesclusione dal percorso di emancipazione e come spinta quindi ad andare fino in fondo in una follia amorosa che non ha più altri referenti che una confusa ansia di riconoscimento, raggiunto infine con la vendetta. È l'incrocio fra la linea ascensionale del contatto positivo col mondo, del calcolo furbo delle possibilità, e quella in discesa della progressiva perdita del senso di realtà che rende variegata la figura di Ruth: in ogni suo gesto c'è un'ambivalenza di forza e debolezza che si riflette sugli uomini che la circondano, anch'essi doppi nel carattere. Ciò è fin troppo evidente nel caso di David, anche per la recitazione leziosa e la fisionomia un po' umbratile di Rupert Everett: il personaggio passa da una violenza incontrollata a una mollezza bambinesca. In una scena vediamo Ruth fargli la barba e, a mostrare, nell'unica uscita comica del film, una possibile inversione di ruolo fra i due, c'è lo scambio di battute in cui lui dice «Voglio che tu mi sposi», e lei di rimando: «Perché, sei incinto forse?»..
Anche l'irreprensibile Desmond rivela a ben vedere una dimensione segreta, resa più sottile dalla sfumata interpretazione di lan Holm: la sua dedizione non ricambiata a Ruth nasconde una follia trattenuta, uno squilibrio affogato davanti a un televisore acceso ma destinato a riemergere in altri segni del vivere quotidiano, come nell'immagine inquietante di un frigorifero vuoto. Nulla vieta di pensare che il suo masochismo sia l'altra faccia di un più raffinato sadismo; è lui infatti il fedele autista, l'accompagnatore ai party che guida la donna agli incontri con l'amante, quasi ne volesse seguire da vicino la degradazione. Una qualche sua predisposizione al voyeurismo è allusa dall'episodio delle fotografie sulla spiaggia.
Il personaggio di Ruth come centro irradiatore del film, quello da cui partono e su cui tornano a riflettersi le varie ambiguità, funziona anche in virtù di una resa stupefacente, da parte dell'esordiente Miranda Richardson, che proviene dal teatro: tutto un campionario di mossette nervose, di labbra corrucciate, di strabuzzamenti da miope rivive nell'imitazione di una Marylin di provincia che nel '55 doveva rappresentare per l'Inghilterra l'incarnazione del male. La mobilità espressiva della Richardson delinea una figura in perenne fuga da se stessa, incapace di non recitare: un punto focale che è in effetti l'altra faccia di un vuoto, così come i capelli biondo platino sono una presenza che stacca, vagamente iperreale, nelle tonalità spente e asettiche in cui Newell immerge il suo film.
Il regista e la sceneggiatrice, che è Shelagh Delaney, autrice teatrale del periodo degli «arrabbiati» è già collaboratrice in opere del free cinema (Ruth stessa appartiene almeno psicologicamente a quella temperie), hanno resistito alla tentazione di ricostruire un quadro d'epoca basato sull'ampiezza delle caratterizzazioni e su note di colore bozzettistico: quello che si ritrova in un altro film inglese ambientato in quegli anni, Pranzo reale, che pure ha a che fare con il fenomeno parallelo del ritorno al superfluo dopo la guerra e dell'ansia di promozione della piccola borghesia verso il prestigio, ormai del tutto formale, delle classi superiori. Questo contorno di piccoli fariseismi e di ipocrisie puritane, che può essere abbracciato con uno sguardo dall'esterno, facilmente intonato alla commedia, viene filtrato in Ballando con uno sconosciuto dalla visione soggettiva di Ruth, per la quale l'aristocrazia rimane l'immagine vaga di qualcosa di inattingibile. La sua esclusione da quel mondo viene tradotta efficacemente dalle inquadrature volutamente «pittoriche» e sopra le righe rispetto al resto del film con cui è raccontata la gita in campagna verso la villa dei genitori di David: la donna non vede che la facciata della nobiltà e, alla richiesta dell'amante, si rifiuta di saperne di più. È il deserto fatto intorno alla protagonista che è la forza del film, almeno finché nella profonda solitudine della storia passionale si riflettono le linee contradditorie di un percorso in salita e di uno in discesa. L'opera di Newell mostra la sua debolezza nella seconda parte, quando Ruth è completamente irretita dalla spirale delle sue ossessioni e manca ogni contraltare di ribellione alla prevedibile discesa agli inferi. Riemerge qui la fragilità di un cinema che sviluppa le situazioni in vitro, con una povertà che risalta anche sul piano espressivo (tutti gli ultimi inseguimenti senza ritmo né convinzione drammatica fra Ruth e David). L'inquadratura finale è quella della firma di una lettera, di un'assunzione di identità; la prima, al contrario, era un'immagine notturna della città con il semplice accompagnamento di una canzone senza musica, sostenuta dalle vibrazioni di una voce un po' roca, che lasciava dissolvere ogni immediata identificazione nelle parole di Would you dance with a stranger?. peccato che questa componente «straniera», di rischio e di suggestione, venga poi riassorbita in una narrazione troppo preoccupata di chiudere il cerchio delle responsabilità e di riportare il tutto a chiarezza televisiva.
Autore critica:Lodovico Stefanoni
Fonte critica:Cineforum n.251
Data critica:

1-2/1986

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