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Arida stagione bianca (Un') - Dry White Season (A)

Regia:Euzhan Palcy
Vietato:No
Video:Pentavideo, Medusa Video (Pepite)
DVD:
Genere:Drammatico
Tipologia:Razzismo e antirazzismo
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Tratto dal romanzo omonimo di Andre Brink
Sceneggiatura:Euzhan Palcy, Colin Welland
Fotografia:Pierre William Glenn, Kelvin Pike
Musiche:Dave Grusine
Montaggio:Glenn Conningham, Sam O'Steen
Scenografia:Mike Phillips
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Donald Sutherland (Ben Du Toit), Winston Ntshona (Gordon Ngubene), Marlon Brando (Avvocato Mc Kenzie), Thoko Ntshinga (Emily Ngubene), Susan Sarandon (Melanie)
Produzione:Metro Goldwin Mayer, Medusa Distribuzione
Distribuzione:Non reperibile in pellicola
Origine:Usa
Anno:1989
Durata:

107'

Trama:

Il professor Benjamin Du Toit - un afrikaner - vive con i suoi cari in Sud Africa. Durante una pacifica dimostrazione giovanile, la polizia di Botha spara brutalmente sulla folla e tra molti altri uccide Jonathan, un ragazzo figlio di Gordon, suo giardiniere di colore. Questi cerca invano le spoglie del bambino, seppellito in fretta non si sa dove, ma le sue disperate indagini ne decretano le torture e la morte. Il tranquillo Du Toit comincia a rendersi conto dei metodi e delle crudeltà del propri compatrioti, sempre ossessionati dalla paura dell'eversione e delle ansie di libertà dei nativi, tacciati in linea di principio quali comunisti, mentre la polizia di Stato è sempre pronta a scatenarsi contro la gente che affolla il ghetto nero di Soweto.

Critica 1:In Sudafrica nel 1916 un professore bianco scopre, dopo l'uccisione del figlio del suo giardiniere, la realtà in cui vivono i neri e decide di dedicarsi alla loro causa. Tratto dall'omonimo romanzo di André Brink e diretto da una donna nera, è un film duro, intelligente, efficace con qualche rigidità ideologica. Breve, memorabile apparizione avvocatesca di M. Brando.
Autore critica:
Fonte criticaIl Morandini - Dizionario dei film, Zanichelli
Data critica:



Critica 2:Ancora una produzione hollywoodiana, nel breve giro di due stagioni, sul Sudafrica dell'apartheid. Ancora un film dalla parte giusta. Ancora un tentativo di svelare i meccanismi di una società a partire dagli occhi di un bianco. Nonostante la compagnia non esigua, Un'arida stagione bianca non ha nulla del film superfluo o ripetitivo. E non chiede di essere visto solo per rispettare il galateo democratico.
La trama, tratta dall'omonimo libro-verità di André Brink, un afrikaaner, ha l'inesorabile logica delle cose. Luogo e anno spiegano il perché di questa inesorabilità: Soweto, 1976. Al centro della vicenda è un caso reale. Il giovanissimo Jonathan, studente e attivista nero, viene assassinato dalla polizia; il padre cerca i testimoni degli ultimi istanti di vita del ragazzo. Arrestato a sua volta, muore sotto tortura. La moglie denuncia l'accaduto, ma le autorità parlano di suicidio. Il delitto finisce in tribunale, ma la tesi dei suicidio sarà confermata, e anche la donna verrà uccisa dalla polizia. Raccontato così, Un'arida stagione bianca sembra la storia di una famiglia, vittima dell'apartheid, che prende coscienza e lotta. La storia - finalmente! - di una famiglia nera. È certamente questo il film che Euzhan Palcy (trentaduenne nera di famiglia operaia della Martinica, già autrice di Rue Cases Nègres, Leone d'argento a Venezia nell'83) voleva fare: lo dicono la tensione, la verità, la passione che emergono dalle scene che hanno per protagonisti gli uomini di Soweto. Nella township, anche se ricostruita nello Zimbabwe, funziona l'effetto realtà. Merito della regista, certamente, che seleziona in maniera talvolta eccellente i suoi materiali. L'esempio più bello è all'inizio, e serve da folgorante introduzione: i neri anziani passano le loro ore tra boccali di birra, una bevanda che in Sudafrica (come il whisky per i pellerossa) non è destinata a spegnere la sete ma la voglia di ribellarsi.
Ma la storia che Hollywood ha concesso alla Palcy di girare è in gran parte ambientata tra i bianchi di Johannesburg, nel loro mondo ovattato, con un protagonista che scopre l'apartheid e si fa veicolo di conoscenza per il pubblico. Siamo vicini a Grido di libertà e a Un mondo a parte, con una variante però: i bianchi di questo film non vogliono sapere la verità per non essere costretti a prendere posizione. Posizione che dovrà invece prendere Ben DuToit, un ormai maturo professore di storia, che ha sempre chiuso gli occhi sulla violenza che c'è dietro ai suoi privilegi, fino a quando la morte di Jonathan non lo coinvolge, facendolo schierare con i parenti della vittima. Ma la scoperta dell'apartheid lacera la famiglia del professore e travolge lo stesso protagonista, ucciso dalla polizia in un falso incidente automobilistico.
Palcy ha lavorato severamente sulla sceneggiatura, precludendosi le vie facili (e forse remunerative) del thriller, cioè del dramma immaginario, e del suspence, cioè della caccia al colpevole. Alle prese con la verità dell'apartheid, cerca di darci immagini inedite ma significative. Quella del mondo giudiziario, scelta dalla regista, lo è certamente. Il film demistifica la macchina della giustizia, indicata, al pari della polizia, come strumento dell'oppressione di classe. La presenza di Marlon Brando, nella caratterizzazione dell'avvocato democratico (e un po' cinico) McKenzie, sottolinea come su questo versante il film intenda spendere, anche a rischio di un'overdose, le sue carte migliori.
Alla giustizia dei bianchi si rivolge la famiglia per confutare le menzogne della polizia. Lo fa per principio, per dignità, per provare l'arbitrarietà assoluta dell'avversario. L'avvocato ce la mette tutta (e, in una scena censurata dalla Metro, viene portato via a forza dall'aula) per dimostrare che “in alcuni Paesi legge e giustizia non sono che lontani cugini, ma in Sudafrica sono lontani cugini che non si parlano mai”. Il risultato processuale è inutile, ma il risultato politico è sicuro ed è acquisito in quell'aula giudiziaria che rappresenta, nel Sudafrica del 1976, l'unico teatro aperto contemporaneamente ai bianchi e ai neri. E dice, questo risultato, che per sopravvivere, lo Stato dell'apartheid è costretto a violare perfino l'iniquo codice di condotta che si è dato.
Amarezza, calcolato pessimismo, ma anche indicazione che la strada della lotta può ancora essere percorsa grazie all'azione di coloro che ci hanno preceduto: i segnali politici che si rintracciano in Un'arida stagione bianca sono ben calati nello sviluppo della vicenda. I protagonisti sono sconfitti, ma i documenti salvati dal professore di storia, e che inchiodano la polizia ai suoi delitti, alla fine vengono pubblicati. La lotta potrà ripartire da lì.
Autore critica:Giorgio Rinaldi
Fonte critica:Cineforum n. 291
Data critica:

1-2/1990

Critica 3:
Autore critica:
Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:Arida stagione bianca (Un')
Autore libro: Brink Andre

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