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Rosemary's Baby - Rosemary’s Baby

Regia:Roman Polanski
Vietato:14
Video:Cic
DVD:
Genere:Drammatico - Horror
Tipologia:Storia del cinema
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Tratto dal romanzo omonimo di Ira Levin
Sceneggiatura:Roman Polanski
Fotografia:William Fraker
Musiche:Christopher Komeda
Montaggio:Sam O'Steen, Bob Wyman
Scenografia:Richard Sylbert
Costumi:Anthea Sylbert
Effetti:Farciot Edouart
Interpreti:Mia Farrow (Rosemary), John Cassavetes (Guy Woodhouse), Ruth Gordon (Minnie Castevet), Sidney Blacmer (Roman Castevet), Maurice Evans (Hutch), Elisha Cook Jr. (Mrs. Nicklas), Martin D'Urville (Diego), Angela Dorian (Terry), Marianne Gordon (Joan Jellico), Emmaline Henry (Elise Dunstan), Patsy Kelly (Laura-Louise), Hanna Landy (Grace)
Produzione:Paramount Pictures
Distribuzione:Non reperibile in pellicola
Origine:Usa
Anno:1968
Durata:

137’

Trama:

Guy Wodehouse, giovane attore teatrale, e sua moglie Rosemary, allacciano amichevoli rapporti con i loro nuovi vicini di casa, gli anziani coniugi Castevet. Mentre Guy comincia a frequentare assiduamente i Castevet, Rosemary dimostra ben presto di non gradire l'invadenza dei nuovi vicini. Allorchè Guy si afferma clamorosamente come attore, di comune accordo i due giovani coniugi decidono di avere un bambino. La gravidanza di Rosemary si rivela particolarmente difficile: un continuo stato di malessere, violenti dolori addominali, incubi notturni. A parto avvenuto, la giovane apprende dal marito che il bambino è nato morto. Non convinta di quanto le ha dichiarato Guy, Rosemary penetra una sera in casa dei Castevet e sorprende i vicini, suo marito ed altre persone mentre celebrano una "messa nera" attorno alla culla contenente un bambino. Rosemary apprende così la sconvolgente verità: in cambio del successo, Guy ha ceduto il bambino a una setta di adoratori del diavolo. Il bambino stesso, secondo quanto le rivelano i Castevet, è stato concepito dal demonio. Alla vista della creatura, che rivela tratti inequivoca- bilmente demoniaci, Rosemary ha un moto di ribrezzo; poi il suo istinto materno prevale e quasi meccanicamente comincia a dondolare la culla.

Critica 1:E' la testimonianza di come sia possibile fare un film dell'orrore in grado di entusiasmare al tempo stesso sia i fans del genere che gli spettatori più esigenti (...). Un capolavoro tutto giocato sul filo dell'ambiguità e dell'angoscia: pochi sussulti, tanta tensione.
Autore critica:
Fonte criticaVenerdì di Repubblica
Data critica:

7 luglio 2000

Critica 2:Tratto dal romanzo omonimo di Ira Levin, Rosemary’s Baby è senza dubbio il capolavoro di Roman Polanski, un concentrato in tinte cupissime di discesa nella suspance hitchockiana e surrealismo nero quasi bunueliano.
In questo film dal ritmo lento, ondivago eppur serrato, Polanski inserisce nei termini realistici della storia di base (una giovane coppia, il trasloco, la maternità) temi iconici o tematici di tipologie diverse: se il condominio, inquadratao sui titoli di testa in un plongéé straniante, rimanda ad alcune scenografie espressioniste per la sua ricchezza di spigoli e guglie e cupe volte, la storia del figlio di Satana è retaggio di molta letteratura di genere, qui trattato con un piglio nuovo che non trascura affatto la psicologia dei personaggi, elevandola al contrario a fulcro stesso della storia, fitta di opposizioni estetico caratteriali. Rosemary è il puro istinto materno, la debolezza, l’esilità di carattere di una donna lasciata lentamente sola col proprio travaglio, tirata e spinta in una storia che le appare (ci appare) sempre più invischiata con toni surrealistici. La voglia di maternità è confermata a più riprese sin dalle prime immagini del film, tanto che non fatichiamo a renderci conto che è attorno alla filiazione, al grembo meterno, che la storia finirà per condurci. La discesa è lenta e nerissima. Una delle scene più forti del film – una delle più apprezzate scene dell’intera storia del cinema – è quella dell’accoppiamento, inconsapevole, tra Rosemary ed il diavolo: sequenza onirica e straniante, densa di cupo terrore atavico, pone il film su due binari paralleli e, a ben vedere senza via d’uscita: la maternità come pienezza di sé e la maternità (questa precisa maternità) come terrore di sé.
Il film pone subito in luce quello che sarà il “teatro” (in senso ampio, come vedremo) della storia: il condominio newyorchese “Dakota”, in passato sede dei più atroci delitti e ammantato da magia nera, un complesso di mattoni vermigli e tetti spioventi, corridoi dall’intonaco cadente e tramezzi sottili attraverso i quali si posso sentire distintamente i litigi dei vicini. Iconicamente l’edificio appare come un labirinto lasciato cadere in disuso, una patina di degrado ormai sedimentata da tempo ed a cui la nuova coppia, soprattutto nella volitiva Rosemary, tenterà di porre rimedio. L’appartamento che i due decidono di affittare è polveroso e rovinato dal tempo, lasciato vuoto dalla morte di una vecchia signora anziana, patita di botanica. Rosemary, la buona borghese con i sogni impressi negli enormi occhi celesti, si impegna a (ri)dare all’appartamento uno splendore ed un impronta diversa, arredandolo modernamente (riempiendo le pareti di oggetti e status symbol), quasi volesse creare il “nido” perfetto per la sua voglia di maternità. Personaggio appassionato e dolcemente materno, Rosemary fin dall’inizio si mostra incline al versante della sessualità. In una scena in particolare, all’inizio del film, in un appartamento ancora desolantemente vuoto, ella domanda al compagno di fare l’amore per terra, sulle assi rovinate del parquet, nella penombra inquietante dei cattivi presagi: madre ancor prima di esserlo, Rosemary incarna il personaggio invischiato, in senso positivo, col sentimento(alismo), unico carattere solare in un film pieno di maschere nere e beffardamente arcigne.
Il condominio “Dakota” è il palcoscenico perfetto di una commedia drammatica borghese. I personaggi ci sono tutti, così come le caratteristiche scenografiche: la donna vittima dei raggiri altrui, il cuore puro e buono (in attesa del finale a sorpresa), il marito bugiardo ed arrivista, i vicini di casa senza ritegno, - una magistrale Ruth Gordon, personaggio straniante, caratterizzato da un’ironia tagliente e cupa e da una sviluppatissima arte del sotterfugio – il buon amico esterno al dramma, quasi la coscienza critica di Rosemary e una manciata di altri personaggi che arricchiscono il dramma. Rosemary, venuta a conoscenza della ragnatela che ne ha ormai segnato il destino, vorrebbe scappare, ma la sua fuga nell’esterno (fuori dal “teatro” e dentro alla città) è senza speranza, tutto ormai discende verso un finale prestabilito ed irrinunciabile.
Autore critica:Francesco Gallo
Fonte critica:cinema.castlerock.it
Data critica:



Critica 3:
Autore critica:
Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:Rosemary’s Baby
Autore libro:Levin Ira

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