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Età inquieta (L') - Vie de Jesus (La)

Regia:Bruno Dumont
Vietato:14
Video:Mondadori
DVD:
Genere:Drammatico
Tipologia:Disagio giovanile
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Bruno Dumont
Sceneggiatura:Bruno Dumont
Fotografia:Muriel Merlin
Musiche:Richard Cuvillier
Montaggio:Yves Deschamps,Guy Lecorne
Scenografia:Frederique Suchet
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Sebastien Bailleul, Samuel Boidin, Kader Chaatouf, Genevieve Cottrel, Marjorie Cottrel, Sebastien Delbaere, David Douche, Steve Smagghe
Produzione:3b Productions
Distribuzione:Bim
Origine:Francia
Anno:1997
Durata:

96'

Trama:

A Bailleul, paesino nelle Fiandre, Freddy vive con la madre Yvette che gestisce il caffè "Au petit casino". Sottoposto a cure in ospedale per via delle sue crisi epilettiche, Freddy trascorre la maggior parte del tempo con gli amici: tutti hanno smesso di studiare, sono disoccupati e durante la giornata vanno in giro sulle loro motociclette. Freddy sta insieme a Marie, che fa la cassiera al supermercato. Spesso Freddy porta Marie a casa, fanno l'amore e la madre fa finta di niente. Freddy non vuole salire a casa di Marie, la accompagna, parla con lei per ore davanti al portone ma poi va via. Assieme agli amici, Freddy va in ospedale in visita al fratello di uno di loro, malato di AIDS e in stato terminale. Il gruppo, annoiato e inconcludente, comincia a sbeffeggiare gli extracomunitari. In particolare viene preso di mira Kader, giovane arabo. Questo (insieme ad uno scherzo pesante commesso ai danni di una ragazza grassa) non piace a Marie, che si nega a Freddy, si vede seguita con insistenza da Kader e, per reazione, accetta di stare con lui. Venuto a conoscenza del fatto, Freddy prende una decisione, nella quale coinvolge gli amici. Kader viene inseguito in aperta campagna ed eliminato brutalmente. Subito dopo vengono presi dalla polizia.

Critica 1:Presentato nel 1997 a Cannes, premiato in molti altri Festival tra i quali Taormina L'età inquieta é sicuramente uno degli esordi più interessanti degli ultimi anni. La storia sembra scorrere sopita come la quotidianità, ma gli improvvisi scarti che il regista riesce a creare sanno stupire e affascinare. I giovani sono vuoti e violenti, ma il mondo che ereditano è ancora peggiore, come testimoniano le notizie raccontate dai frequenti telegiornali. Dumont ha raccontato che è un film sullo sprofondamento morale che può precedere il riscatto. Ecco perché un titolo originale così intenso e spirituale, malamente banalizzato dalla traduzione italiana. Attori tutti non professionisti, e proprio per questo bravissimi. I loro volti raccontano una provincia profonda nella quale vecchie tradizioni e modernizzazione forzata producono un cocktail segnato dalla disperazione. L'amore fisico è descritto con crudezza, forse perché l'amore spirituale è ben altra cosa.
Autore critica:
Fonte criticaIl Morandini - Dizionario dei film, Zanichelli
Data critica:



Critica 2:A Bailleul, villaggio del profondo Nord francese, non c'è lavoro. Le giornate si ripetono uguali, una dopo l'altra. I ragazzi del luogo si sfogano correndo con le moto; ma dove non c'è nulla da fare, nulla da dire, nulla da sperare la rabbia finisce, prima o poi, per esplodere. In fondo Freddy, che soffre di crisi di epilessia, è più fortunato dei suoi coetanei: ha una ragazza, Marie, con cui fare l'amore. Così quando Kader, figlio d'immigrati, comincia a ronzare intorno alla sua bella, la cronaca di ordinaria follia precipita nella tragedia. Pochi film hanno saputo dare del disagio (ma la parola è troppo blanda) giovanile una immagine forte come L'età inquieta ( La vie de Jésus ) di Bruno Dumont, un primo lungometraggio premiato a Cannes, Chicago, Taormina, Londra, Valencia. Dapprima Dumont fissa sulla pellicola la noia, l'accidia, i riti di una vita sempre uguale a se stessa, introducendoci in un piccolo mondo di proletari più vero del vero come altre recenti produzioni francesi (vedi Ci sarà la neve a Natale?, anche quello un film sulla menzogna della pace bucolica) ossessionate dal naturalismo. Poi, senza emettere sentenze morali, ci mostra come devastazione civile e culturale produca bestialità, ignoranza, violenza, razzismo e anche omicidio. Quella dell'Età inquieta è una rappresentazione cruda, senza mezzi termini: incluse scene di sesso tra le più esplicite che si siano viste negli ultimi tempi. Guidato dalla sua volontà naturalistica, il regista rinuncia agli attori professionisti, preferendo gli autentici abitanti del territorio e sforzandosi di preservarne l'identità sullo schermo. Le immagini che ne ricava sono di grande fisicità. Però, nello stesso tempo, Dumont compie un trattamento del linguaggio lontano le mille miglia da quello normalmente usato per film del genere. Di solito, un film naturalista usa immagini sgranate, magari pellicola di piccolo formato "gonfiata" per produrre un effetto (convenzionale) di reale. Tutto all'opposto, il regista mette in scena fatti di cronaca con un linguaggio molto stilizzato, una accurata fotografia in grande formato, eleganti movimenti di macchina e perfino con qualche classica "dissolvenza al nero" (quei segni d'interpunzione cinematografica che servono a scandire i momenti del racconto, e non si usano quasi più). Congiunta al rigore del punto di vista, la potenza delle immagini fa dell'Età inquieta un film insolito, spiazzante, di quelli che restano a lungo nella memoria.
Autore critica:Roberto Nepoti
Fonte critica:la Repubblica
Data critica:

23/6/1998

Critica 3:Un approccio imprescindibile al film è quello che si concentra sul contesto ambientale in cui si svolgono i fatti. E precisamente su quella profonda provincia francese che ha nella chiusura, nell’isolamento, o comunque nella difficoltà di comunicazione da parte dei suoi abitanti, la sua caratteristica dominante. La provincia, dunque, come simbolo di marginalità e di esistenza periferica.
Sin dalla presentazione iniziale, il personaggio ci viene presentato solo con i suoi insondabili pensieri, ermeticamente chiuso nell’impossibilità di elaborarli e di esprimerli. Nel rapporto con Marie, la sua ragazza, Freddy non si spinge mai oltre un’affettuosa indolenza in cui le parole sono completamente assenti. A imporsi decisamente nella rappresentazione dei due giovani amanti è la presenza dei loro corpi, attraverso l’esibizione diretta del sesso con tanto di dettagli visivi e sonori, in una sorta di regressione al semplice stato di natura, fatto di impulsi primari, che costituisce uno dei motivi dominanti dell’opera.
Del resto, anche quando Freddy si trova in una situazione di vita comunitaria, in compagnia degli amici, tra lui e gli altri regna un silenzio infinito che arriva a imbarazzare lo spettatore. Il rumore assordante delle motorette dei ragazzi, lanciate a grande velocità, appare come il solo segno della loro esistenza. L’estremo tentativo di denunciare il proprio esserci, sottolineando al tempo stesso una disperata irriducibilità al resto del mondo.
È significativo come i ragazzi risultino essere sensibili solamente nei confronti di quel linguaggio fatto di rumori che è l’unico codice attraverso il quale comunicano. Gli eventi che catturano il loro interesse sono infatti i passaggi ad altissima velocità delle moto e delle auto per la strade del paese. Per il resto domina una condizione assoluta di immobilità in cui le dinamiche di gruppo contribuiscono ad appiattire ulteriormente gli stimoli e le reazioni dei personaggi. Emblematica, in tal senso, la condizione di malato terminale di Aids in cui versa il fratello di uno di essi, che grava al di sopra di tutti.
I giovani sembrano vivere in una sorta di trance che esprime l’indifferenza nei confronti delle cose e l’incapacità di intervenire su di esse determinandole o indirizzandole. Essi, dunque, non fanno che subire ogni evento, dalle prove domenicali della banda alle crisi epilettiche da cui Freddy si riprende come se nulla fosse accaduto. Ma a volte esplodono improvvisamente in atti di terribile aggressività e violenza, in cui le cause che fanno muovere i personaggi sono legate ad atteggiamenti di insofferenza nei confronti di tutto ciò che può apparire minimamente diverso dalla norma, rivelando forme di pregiudizio e razzismo neppure troppo latenti, come nel caso dei pesanti scherzi alla compagna di scuola o dell’aggressione al figlio di immigrati. Reazioni che, pur diffuse tra gli abitanti adulti del villaggio, paiono spiazzanti se confrontate con quell’apparente mitezza che sembra caratterizzare i ragazzi in altre parti del film, e Freddy in particolare, come suggerisce la sequenza del concorso domenicale in cui il protagonista vince la gara di trillo col suo fringuello.
Autore critica:Umberto Mosca
Fonte critica:Aiace Torino
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
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