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Central do Brasil - Central do Brasil

Regia:Walter Salles
Vietato:No
Video:Cecchi Gori Home Video
DVD:
Genere:Drammatico
Tipologia:Diventare grandi, Migrazioni
Eta' consigliata:Scuole medie inferiori; Scuole medie superiori
Soggetto:Walter Salles
Sceneggiatura:Marcos Bernstein, Joao Emanuel Carneiro
Fotografia:Walter Carvalho
Musiche:Jaques Morelembaum
Montaggio:Felipe Lacerda, Isabelle Rathery
Scenografia:Cassio Amarante, Carla Caffé
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Fernanda Montenegro, Vinicius De Oliveira, Soia Lira, Othon Bastos
Produzione:Arthur Cohn, Martine De Clermont, Tonnerre
Distribuzione:Mikado
Origine:Brasile
Anno:1998
Durata:

115'

Trama:

Dora, ex insegnante e nubile, si è inventata un nuovo lavoro: scrive lettere per conto dei tanti analfabeti che si riversano ogni giorno nella principale stazione di Rio de Janeiro. Tra i clienti capitano la giovane Ana e suo figlio Josuè di nove anni. Ana vuol far incontrare il figlio con il padre, che non ha mai conosciuto e che vive in una zona sperduta del Brasile nord-orientale. Quando esce dalla stazione, Ana viene investita da un autobus e muore. Josuè rimane solo, Dora lo avvicina e pensa di trarne profitto, vendendolo ad un mercante d'infanzia. Ma poi capisce l'er- rore, torna a riprenderlo e, a quel punto, decide di accompagnarlo al paese del padre. Su mezzi di trasporto precari e di fortuna, i due attraversano territori sconosciuti, fanno conoscenze, rimango-no senza soldi, superano momenti di tristezza, si trovano coinvolti in riti e processioni religiose, arrivano nel paese indicato: il padre è disperso, ma al posto suo, Josuè trova due fratelli, una famiglia nuova e, soprattutto, il valore di un'esperienza affettiva che non potrà più dimenticare.

Critica 1:Una piccola odissea: un bambino di nove anni in cerca di suo padre, una donna anziana ed egoista, indurita dalla vita, in cerca dei suoi sentimenti, un grande paese in cerca delle sue radici. Non è soltanto un film realistico (o naturalistico, se preferite) come non lo è Il ladro di bambini di Amelio al quale lo spettatore italiano potrebbe accostarlo. Non è un film che induce soltanto a un coinvolgimento emotivo. Sulla scorta della bella sceneggiatura di Joao Emanoel Carneiro e Marcos Bernstein, insignita del premio Cinema 100 dal Sundance Institute, il documentarista Salles, al suo secondo lungometraggio dopo Tierra extranjera (1995), comincia nel prologo a Rio de Janeiro a prendere le distanze dalla realtà miserrima e disperata in cui vivono Dora (F.Montenegro) e il piccolo Josué (V. de Oliveira) e di cui sullo schermo giungono immagini fredde, quasi scarnificate. Quando comincia il viaggio da Rio verso il Nordeste alla ricerca dell'introvabile padre di Josué "più che il territorio del Brasile, sembra che i due ne attraversino l'anima" (Roberto Escobar). Durante il viaggio - che per la donna è anche il percorso verso la riconquista di una coscienza e una dignità perdute - il film acquista, insieme, lo spessore di un rapporto sociologico e la dolcezza di una favola. L'odierna realtà del Brasile povero e del Nordeste è più dura. Orso d'oro per il miglior film e d'argento alla tellurica F. Montenegro, premio speciale della giuria e della migliore interpretazione femminile alla stessa attrice.
Autore critica:
Fonte criticaIl Morandini - Dizionario dei film, Zanichelli
Data critica:



Critica 2:Rinserrata nel suo egoismo gelido, Dora (Fernanda Montenegro) guarda con disprezzo gli infelici che le dettano lettere che non spedirà. Poi, con l'amica Irene (Manìlia Péra) esercita una maligna, paradossale onnipotenza che si alimenta dell'impotenza senza via d'uscita delle sue vittime. Le due s'arrogano il diritto di tagliare i fili delle loro illusioni, di decidere delle loro storie di vita. Mostrandole intente a sentenziare e condannare, Walter Salles ne fa quasi delle Parche miserabili che decidono e tagliano destini miserabili. Il prologo rarefatto di Central do Brasil (Brasile; 1998) suggerisce di non ridurre quel che segue a una semplice narrazione realistica. Della realtà infelice in cui vivono sia Dora sia Josué il film dà certo conto. E miseria, quella che Marcos Bernstein, Joào Emanuel Carneiro e lo stesso Salles descrivono in sceneggiatura: una miseria disperata. La regia si sarebbe potuta limitare a mostrarne le immagini, affidandosi alla loro pur terribile "superficie". Invece, ha scelto una strada più mediata, forse più profonda. Questa strada, dunque, passa da principio attraverso una specie d'allontanamento dello sguardo dalla tragedia. Senza alcuna apparente emozione, senza denunciare l'orrore che i fatti dovrebbero imporre, Salles descrive freddamente e quasi crudelmente la crudeltà e la freddezza con le quali Dora si difende dalla storia di Josué e di Ana, la madre. La donna la conosce bene, quella loro storia. Non solo le è capitato d'ascoltarla più e più volte dai suoi clienti: soprattutto, come poi sapremo, è lei stessa che, tanto tempo prima, l'ha già vissuta. Ora, ritrovandone i passaggi e intravedendone una conclusione troppo nota, rifiuta di farsene coinvolgere. Semplicemente, ne taglia i fili al suo modo solito. Lontano ed estraneo come lo sguardo di Dora, si mantiene anche quello della macchina da presa. Della miseria di cui è colmo il mondo che gravita attorno alla stazione centrale di Rio arrivano sullo schermo solo immagini raggelate: svuotate e scarnificate fino ad apparire neutre. Basti pensare alla sequenza in cui un ladruncolo viene assassinato da una specie di giustiziere. Nell'indifferenza di un'inquadratura in campo lungo, un colpo di pistola sentenzia e condanna, decide di una storia di vita, ne taglia i fili. Una descrizione affidata a un'emozione e a un orrore semplicemente realistici non ne avrebbe mostrato tanto a fondo il tragico e l'assurdo. Raggelato, svuotato e scarnificato è anche il riferimento al commercio turpe cui Dora per un soffio sottrae Josué. Salles niente concede all'orrore materiale: non un'immagine, non una frase. Eppure, per contrasto, in platea se ne vive un dolore anche più intenso, del tutto interiore. Poi, con la fuga della donna e del bambino attraverso il sertào, pian piano lo sguardo della macchina da presa si fa meno lontano, meno estraneo. Il risultato, tuttavia, non è un ritorno a un realismo tradizionale e di superficie. Piuttosto, la narrazione diventa quasi astratta. Nel loro viaggio, certo, Dora e Josué incontrano luoghi, situazioni, volti realissimi, ma in un succedersi che della realtà non ha più né i tempi né la plausibilità. Più che il territorio del Brasile, sembra che i due ne attraversino l'anima. Quest'anima, soprattutto, è la protagonista della festa in onore d'un santo miracoloso. Gli stessi uomini e le stesse donne che, disperati e miserabili, affidavano a lettere mai spedite le proprie illusioni, ora, in un trionfo di riti, che pare vengano direttamente da culti precristiani, affidano le stesse illusioni alla divinità. Sono storie di vita quelle che s'incontrano attorno alla speranza del miracolo e che, tutte insieme, tentano di vincere un'impotenza senza via d'uscita. C'è, in queste immagini d'una pietà antica come il dolore, l'espressione d'un desiderio ancor più forte della disperazione. Nello sguardo di Dora, di nuovo intenta a scrivere lettere, ora non c'è più l'antico disprezzo, non c'è più la paura che la spingeva a rinserrarsi nella malignità d'una paradossale, miserabile onnipotenza. Pare che la donna abbia imparato non solo a riconoscere apertamente in quelle storie la propria, ma anche a condividerne il dolore, e a sentirne il valore. Così, invece di giudicare, condannare e tagliare, trova il coraggio di restituire almeno il piccolo Josué alla stoffa di vita e alla speranza che gli sono state rubate. Ancora una volta, non è semplicemente realistica la narrazione di Salles. L'incontro con i fratelli di Josué, Isaias e Moises, la loro casa e il loro lavoro, la loro memoria e la loro attesa del padre: tutto è immerso in una dichiarata dolcezza da favola. Vinto il gelo dell'inizio, la macchina da presa, forte d'un desiderio rinnovato di vita, immagina ora una via d'uscita dalla disperazione.
Autore critica:Roberto Escobar
Fonte critica:Sole 24 Ore
Data critica:

27/12/1998

Critica 3:La stazione di Rio, la Central do Brasil del titolo, è il luogo simbolo di un paese dalle molte facce e contraddizioni, con un denominatore comune: la vita umana sembra valere poco, soprattutto se ci si ritrova soli e indifesi come capita a Josué nel film e a migliaia di bambini di strada nella realtà. La presenza di un’adulta che sappia fare le veci dei genitori assenti appare quindi indispensabile per permettere la tutela del minore, per aiutarlo a costruirsi una propria personalità e per difenderlo dalle insidie che lo circondano.
Si sottolinea così che i diritti dei bambini possono essere rispettati solo se gli adulti sanno cogliere i loro bisogni e si impegnano concretamente a lottare per difenderli. L'ex insegnante Dora appare inizialmente poco coinvolta dal caso di Josué, ma la sua coscienza si risveglia quando si rende conto che la presunta associazione per l’adozione internazionale copre una losca organizzazione che utilizza i bambini di strada o gli orfani come “materia prima” per il traffico clandestino di organi. La fuga rocambolesca e un po' troppo cinematografica di Dora e Josué da Rio marca un'importante cesura simbolica nel film.
L'abbandono della città a favore della provincia e della campagna segna il passaggio da una dimensione di conflitto spietato, ove un piccolo boss come Pedrao può uccidere impunemente un ragazzino tra i binari solo perché aveva rubato merci da pochi soldi, a una prospettiva più umana, in cui le difficoltà non scompaiono ma possono essere affrontate con un'ottica differente.
In questo senso, il lungo viaggio che ritma il film diventa un percorso di formazione esemplare per Josué, che scopre finalmente un’adulta di cui fidarsi e riesce gradualmente a essere meno chiuso in se stesso. Con una costante progressione, il rapporto di affetto reciproco tra i due protagonisti si rafforza, attraverso tappe emblematiche, che modificano le iniziali durezze di entrambi e stimolano una nuova relazione intergenerazionale, in cui la più grande non è più soltanto la più forte. Il percorso, fisico e formativo, dei due personaggi è reso dalla scansione narrativa del film, che si articola su episodi emblematici: la riscoperta del sentimento e della cura di sé da parte di Dora quando incontra il camionista; le difficoltà nel villaggio della festa religiosa e il loro superamento grazie all’unione tra i due protagonisti, che avevano rischiato di perdersi; la tenacia con cui Dora cerca di trovare il padre di Josué; la composizione finale di una nuova famiglia, con l’addio che attesta il compimento della missione e il senso di liberazione interiore provato da entrambi i protagonisti, segnati da lacrime di commozione e non più di dolore.
La famiglia ricomposta non prevede i genitori, scomparsi per motivi differenti, ma una riunione tra fratelli, quasi ad attestare la necessità di un nuovo spirito generazionale, che permetta ai più piccoli e ai più giovani di affrontare il futuro con maggiore consapevolezza di sé e, soprattutto, mettendo da parte i conflitti a favore di un nuovo spirito collaborativo.
Il piccolo Josué diventa così anche una metafora del Brasile, che non deve più cercare i padri di ieri che sono fuggiti o si sono persi, ma piuttosto provare a costruire una nuova famiglia, oltre le inquietudini del passato – la dittatura militare, la morsa economica, lo sfruttamento dei latifondisti – e oltre ogni differenza di sangue e di età, come accade a Josué e ai suoi “nuovi” fratelli.
Autore critica:Michele Marangi
Fonte critica:Aiace Torino
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
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