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Ho sparato a Andy Warhol - I Shot Andy Warhol

Regia:Mary Harron
Vietato:14
Video:Biblioteca Rosta Nuova, visionabile solo in sede - Fox Home Entertainment
DVD:
Genere:Drammatico
Tipologia:Spazio critico
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Mary Harron, Daniel Minahan
Sceneggiatura:Mary Harron, Daniel Minahan
Fotografia:Ellen Kuras
Musiche:John Cale
Montaggio:Keith Reamer
Scenografia:Therese Deprez
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Lili Taylor (Valerie Solanas), Jared Harris (Andy Warhol), Stephen Dorff (Candy Darling), Lothaire Bluteau (Maurice Girodias), Michael Imperioli (Ondine), Danny Morgenstern (Jeremiah), Martha Plimpton (Stenie),
Anna Thomson (Iris)
Produzione:Tom Kalin e Christine Vachon
Distribuzione:Non reperibile in pellicola
Origine:Usa
Anno:1996
Durata:

93’

Trama:

Nel 1968 la star della pop art Andy Wharol viene ferito gravemente da Valerie Solanas, femminista militante frustrata perché nessuno prende troppo sul serio le sue fatiche letterarie.

Critica 1:Ho sparato ad Andy Warhol ci informa sotto brevità che il meschino artista morì una ventina d'anni dopo senza essersi mai rimesso dalle ferite riportate; e che Valerie, giudicata irresponsabile e reclusa per tre anni in manicomio, si spense per malattia nell'89. Opportunamente girato in un aspro bianco e nero (anche l'operatore è una donna, Ellen Kuras) il film nella sua programmatica sobrietà ha un impeto incalzante e persuasivo; e si raccomanda per la fermezza dello sguardo e l'equilibrio del giudizio.
Autore critica:Tullio Kezich
Fonte criticaIl Corriere della Sera
Data critica:

5/7/1997

Critica 2:È la storia vera di Valerie Solanas, che ebbe il suo quarto d’ora di celebrità per aver attentato alla vita di Andy Warhol. Nel 1966 Valerie tira a campare a New York, tra la stesura del suo libro The SCUM Manifesto e la militanza femminista. Riesce a far avere un suo volantino a Andy Warhol, fa la conoscenza di un boss dell’editoria che le promette un contratto per un romanzo e, grazie alla sua morbosa insistenza, viene infine ammessa nella Factory. Sembra finalmente andare tutto bene. Ma non passa molto che il suo temperamento aggressivo le aliena il favore della Factory e di conseguenza ne viene allontanata. Da qui il tentativo di vendetta su Warhol. La prima sensazione che dà il film della giovane cineasta (esordiente) Mary Harron è quella di una rappresentazione estremamente banale, leggera, superficiale del contesto in cui Valerie Solanas, nel 1968, sparò al “guru” della pop-art americana. Poi rispunta fuori chissà da dove una dichiarazione proprio di Warhol, che diceva: «Se volete sapere tutto di Andy Warhol, basta che guardiate la superficie: quella delle mie pitture, dei miei film, e la mia sono io. Non c’è niente dietro». Con Warhol siamo evidentemente dentro ad un mito che ha in sé già la capacità di distruzione e, appunto, smitizzazione. Perciò, alla fine, la rappresentazione che il film di Mary Harron ne riesce a dare, nella sua assoluta vuotezza, nel suo apparente spregio per quella comunità, per quel modo di vivere, se non addirittura per tutti quegli anni in assoluto, in realtà non fa che confermare il fatto che proprio Andy Warhol è stato il primo distruttore, consapevole, del proprio mito. Ma qui il personaggio centrale è la giovane rivoluzionaria ultrafemminista Valerie Solanas autrice di quel manifesto, SCUM (Society for Cutting Up Men), che proclamava la teoria dell’eliminazione fisica del maschio. Membro di un gruppo di rivoluzionarie (stufe del potere degli uomini e pronte a castrarli), di cui era l’unica adepta, la Solanas è un personaggio strambo, sfaccettato, metà artista (scriveva e provò a vendere le proprie storie anche a Warhol) metà clochard, che viveva in camere d’albergo se non alle volte per strada. E la pellicola cerca di raccontare la sua furia, la sua follia, il suo tentativo di imporre le sue idee, di emergere, farsi notare, fino a farsi cacciare via dalla Factory e farsi fregare i diritti da un editore smaliziato. Distrutta e depressa divenne eroina “d’un solo giorno” il giorno in cui tutte le televisioni la mostrarono dopo che aveva sparato al celebre regista della Pop Art. Ma Ho sparato a Andy Warhol, visto a Cannes nel ‘96, non si appassiona più di tanto al personaggio di Valerie, e sembra più interessato a denigrare che non a celebrare, esaltare o rivalutare. Ancora meno sembra interessato a comprendere, né la poco lucida follia della Solanas, né tantomeno l’ambiente intellettuale newyorchese, forse succube delle mode ma certo più fertile culturalmente e umanamente di quanto la pellicola non lasci intravedere. Ma se il film si fa comunque vedere è perché Lily Taylor ha la forza schermica che tutti conosciamo e riesce a conferire al personaggio di Valerie uno spessore in più, che il film invece non possiede. Ho sparato a Andy Warhol non si sofferma soltanto sul personaggio della Solanas, ma si addentra in una rappresentazione piatta e decadente dell’universo della Factory di Warhol, del quale per un periodo la Solanas era stata frequentatrice. Ed è qui che trasforma il movimento Pop e Underground newyorchese in una sorta di luogo di ritrovo per effeminati, travestiti, ricchi snob e perdigiorno, ignorando completamente che con Warhol cineasta collaborarono personaggi come Allen Ginsberg, Jack Kerouac, Gregory Corso e altri personaggi della Beat Generation. Che poi fu probabilmente proprio quel tentato omicidio a trasformare la Factory, a farne fuoriuscire “drogati”, travestiti, ragazzi di strada e le signorine ricche e annoiate (sostituiti da Warhol con dei veri e propri professionisti) non può far dimenticare che da quell’ambiente vennero fuori personaggi come Nico e gruppi come i Velvet Underground. Alla fine, il ritratto risulta assolutamente “distaccato” e il film non si identifica con nessuno, ignorando passioni, scelte morali, estetiche, politiche. Per descrivere un panorama decadente e mortifero investito dalla follia di una paranoica femminista solitaria. Forse Valerie Solanas (e soprattutto Andy Warhol, mostrato qui scialbo e assolutamente non carismatico, tutto il contrario di quel che ne fece Bowie in Basquiat, film che in questo senso è agli antipodi di questo per passione, sentimenti, umanità) meritavano miglior trattamento.
Autore critica:Federico Chiacchiari
Fonte critica:Cineforum n. 365
Data critica:

6/1997

Critica 3:Presentato l'anno scorso a Cannes, il film d'esordio della giornalista Mary Harron ricostruisce l'episodio' per ricostruire un mondo, che tuttavia non riesce a vivere completamente: per l'acerba direzione di un cast vastissimo, un coro di voci intorno a una protagonista eccessiva, dirompente, per la debole focalizzazione dell'antagonista, un Warhol che riesce assai imperfetto a Jared Harris, figlio di Richard (non regge il paragone con il Warhol di David Bowie in Basquiat). Non ci sarebbe il film invece senza la giovane, bravissima Lily Taylor, fanatica e durissima Valerie, perfino insopportabile tanto è ostinata la sua inadattabilità al mondo, alla società americana, al liofilizzato estetismo di Wahrol. (…)
Autore critica:Silvio Danese
Fonte critica:Il Giorno
Data critica:

6/7/1997

Libro da cui e' stato tratto il film
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