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Io ballo da sola - Stealing Beauty

Regia:Bernardo Bertolucci
Vietato:No
Video:Cecchi Gori Home Video
DVD:Home Vi
Genere:Drammatico
Tipologia:Diventare grandi
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Bernardo Bertolucci, Susan Minot
Sceneggiatura:Bernardo Bertolucci, Susan Minot
Fotografia:Darius Khondji
Musiche:Richard Hartley
Montaggio:Pietro Scalia
Scenografia:Gianni Silvestri
Costumi:Louise Stjernsward, Giorgio Armani
Effetti:
Interpreti:Liv Tyler (Lucy Harmon), Sinead Cusack (Diana Grayson), Donald McCann (Ian Grayson), Jeremy Irons (Alex Parrish), Jean Marais (Mr. Guillaume), Rachel Weisz (Miranda Fox), D.W. Moffett (Richard Reed), Stefania Sandrelli (Noemi), Ignazio Oliva (Osvaldo Donati), Rebecca Valpy (Daisy Grayson)
Produzione:UGC Images - Fiction - Recorded Picture Co.
Distribuzione:Cecchi Gori Distribuzione
Origine:Gran Bretagna - Italia - Francia
Anno:1996
Durata:

118'

Trama:

Un'estate la diciannovenne americana Lucy Harmon arriva dai coniugi Ian e Diana Grayson che vivono in un vecchio casale ristrutturato in Toscana. Ian è scultore e Diana ha in casa Christopher e Miranda Fox, figli di primo letto, e la piccola Daisy, figlia sua e di Ian. I Grayson da anni ospitano amici e artisti di vari paesi: l'anziano mercante d'arte Guillaume, l'avvocato Reed, lo scrittore Alex Parrish e la giornalista Noemi. Lucy è tornata in Italia per scoprire qualcosa sulla madre Sarah, una poetessa suicidatasi senza rivelare il nome dell'uomo da cui ha avuto la figlia. Lucy è ammirata da tutti per la sua radiosa e fresca bellezza. Ritrova Christopher, il giovane Niccolò e posa per una testa che Ian scolpisce su legno. Verso la fine del soggiorno, scopre finalmente il suo genitore nella persona di Ian, che intanto ha portato a termine la scultura. Prima di partire, Lucy perde la verginità con Osvaldo, il figlio di una ricca famiglia della zona.

Critica 1:Fulcro assoluto del film è la giovane e desiderabile Lucy Harmon, attorno alla quale ruotano i temi centrali del racconto. Prima di tutto la questione dell'abbandono: Lucy ha perso la madre, morta suicida, e non ha mai conosciuto il padre naturale. Prima di morire, la donna ha lasciato scritto in una pagina del suo diario un messaggio per Lucy: andare in Italia in cerca di quel padre del quale non le è mai stata rivelata l'identità. Questa ricerca, inevitabilmente, diventa per Lucy anche un viaggio verso la crescita e la maturazione, la scoperta della propria identità, attraverso l'incontro/scontro con un gruppo - rappresentato dalla famiglia Grayson e dagli amici ospiti nel loro casale - e con la sessualità, che la protagonista scopre grazie a Osvaldo, rampollo di una famiglia altolocata della zona.
Ciò che più colpisce nel personaggio di Lucy è la leggerezza, la naturalezza con la quale si muove in un ambiente nuovo e complesso, composto da artisti, intellettuali, professionisti che trascorrono le loro giornate oziando nella villa in cima alla collina e discutendo di arte, filosofia, vita vissuta. Lucy riesce a interagire con tutti, stringendo anche legami profondi e autentici, come quello con lo scrittore Alex Parrish, che sta morendo di cancro. La ragazza, però, si riserva anche momenti da trascorrere in solitudine, come quelli in cui ascolta musica rock con il walkman che si è portata dall'America. In queste sequenze si può rinvenire il senso del titolo italiano del film: Lucy si confronta con gli altri, impara da loro molte cose, appaga la propria curiosità ma in fondo "balla da sola", compie un proprio percorso, persegue l'obiettivo di rintracciare suo padre, e il gruppo costituito dai Grayson e dagli amici finisce per essere sospinto sullo sfondo, ricoprendo essenzialmente la funzione del coro. Fa riferimento proprio al gruppo, invece, il titolo originale inglese "rubare la bellezza": Lucy è l'oggetto degli sguardi curiosi e affascinati degli ospiti presenti nel casale e Ian - che nel finale si scoprirà essere suo padre - le chiede persino di posare per una scultura. Va poi notata, di passaggio, l'interculturalità dell'ambiente in cui Lucy trascorre la propria vacanza: è un'americana in Italia, ospite di una famiglia anglosassone che intrattiene rapporti di amicizia con inglesi, francesi e italiani. Si parlano lingue diverse e si incontrano tradizioni culturali e artistiche differenti, ma sempre all'insegna del mutuo scambio di esperienze, che costituiscono un momento importante nel processo formativo della giovane protagonista.
Verso la fine del film Lucy compie l'ultimo passo del suo viaggio verso la maturità: ha la sua prima esperienza sessuale con Osvaldo, un ragazzo che forse non rivedrà mai più. Emergono ancora una volta la spontaneità e la libertà con le quali Lucy sa affrontare l'ultimo stadio del suo "rito di passaggio": i due fanno l'amore di notte, all'aperto, in mezzo alla natura, senza traumi né preoccupazioni. Finalmente Lucy, che ha scoperto le proprie radici e ha mantenuto fede alla promessa ideale fatta alla madre, può far ritorno in America, dove l'aspetta un futuro da studentessa universitaria.
Autore critica:Stefano Boni
Fonte criticaAiace Torino
Data critica:



Critica 2:Ho visto Io ballo da sola un paio di settimane fa. L'ho visto una sola volta e spesso ho avuto voglia di rivederlo. Ma ho deciso che, per il momento, era meglio di no. Ci sono film che vedresti e rivedresti subito più volte, ingordo e vorace come un innamorato insaziabile. Ce ne sono altri che vedi una sola volta e poi preferisci - magari con motivazioni opposte - non rivedere più. Ci sono infine quei film (e quei registi) che esigono che tra la visione e la re-visione passi del tempo. Che fra la prima e la seconda (o la terza) volta ci sia di mezzo la vita. Con Bertolucci mi è (quasi) sempre successo così. Rivedere a distanza, far trascorrere del tempo, prima... Anche Io ballo da sola ha funzionato (sta funzionando) in questo modo: il desiderio di una seconda volta si è mescolato alla voglia che il film si sedimentasse dentro, e facesse il lavoro che doveva fare. Ci ho ripensato spesso, in queste due settimane. E mi sono accorto che nelle mie proiezioni mentali tornavano a galla soprattutto tre cose: il prologo, la figura addolorata e morente di Jeremy Irons, e le statue di Matthew Spender disseminate ad arte nel casale senese. Tre frammenti, tre fili, tre schegge dentro il film. Perché proprio questi tre? La risposta che riesco a darmi per ora - in attesa, appunto, della seconda volta - è che lì si annida uno dei possibili sensi del film. O quello che io vorrei che fosse il senso (e voi?). Il prologo: quella macchina a mano che spia e si nasconde, che fruga impudica e si ritrae, che avanza e accarezza, che ruba i dettagli e poi si spegne e quindi si riaccende di nuovo... Puro voyeurismo, cinema come furto perenne di immagini sottratte alla banalità della vita. Ma il voyeurismo del cinema non è mai egoistico: ruba le immagini del mondo, ma non le tiene per sé. Le regala a chi le ha generate. Estrema forma di dono, lucida e radicale forma di paternità: quasi a ribadire l'inevitabile generosità del cinema (il suo congenito comunismo?), in contrapposizione al voyeurismo "immorale" di chi vorrebbe sequestrare il mondo (le sue immagini, i suoi volti, i suoi corpi) e tenerlo soltanto per sé. Il personaggio di Jeremy Irons: anche in lui domina il senso del dono. Anche Irons - come il cinema - è un "comunista": non rapina le vite degli altri (le storie, gli affetti, il sesso, i sentimenti), mette in comune la sua. E insegna a Lucy che la paternità privata è un furto, le fa sperimentare la socializzazione dei mezzi di produzione del desiderio. Che sia merito dell'«inesorabile frivolità dei morenti»? Infine le statue: pigre, impotenti, ieratiche, solenni. Sono loro le vere protagoniste del film. Loro, non gli "umani": questi attendono solo di diventare statue. Maschere fisse, ruoli predefiniti. Ci sono solo due modi di sfuggire a questo destino: prepararsi a morire (ancora Jeremy Irons) o non essere ancora nati (Lucy prima del suo "rito di iniziazione"). Perché Lucy, nel corso del film non "diventa donna", diventa statua. Accede al mondo degli adulti e si cristallizza. Diventa l'icona o il simulacro di se stessa, aderisce all'effige che il padre ha fatto nascere da lei. Solo allora è pronta davvero a "vivere". Cioé ad addormentarsi: come tutti gli altri personaggi al suo arrivo nel casale, come lei stessa sul treno, prima di essere svegliata dalla mano premurosa dell'anonimo voyeur. Che l'occhio del cinema sia l'ultimo antidoto al torpore del mondo? L'unico sguardo ancora capace di infondere il soffio vitale in un universo ormai precipitato nel sonno? Bisognerà tornarci su, magari dopo aver effettuato una seconda visione. Cioè chissà quando. Chissà dove. Forse mai. Del resto - come ci insegna l'estetica dell'impermanenza - i film che si amano di più sono quelli di cui si scrive da soli, una sola volta. Magari bruciando come Lucy i piccoli frammenti di carta su cui la mano - per un attimo - ha cercato di fissare il pensiero.
Autore critica:Gianni Canova
Fonte critica:Duel
Data critica:



Critica 3:Ora capisco perché l'estate scorsa, quando andai in Toscana a fargli un'intervista mentre girava «Io ballo da sola», Bernardo Bertolucci mi parlò a lungo della sua ammirazione per Jean Renoir: e confermò, infine, che il film della sua vita continua a essere La règle du jeu. Non è per caso, insomma, che la nuova pellicola di Bernardo, scritta a quattro mani con la delicata romanziera Susan Minot, ha la concertazione corale, il gusto paesaggistico e la finezza di certe opere renoiriane come Picnic alla francese. Di fronte all'impegno di delineare con tocchi lievi il ritratto elusivo di una giovane donna, si pensa addirittura alla pittura di Renoir padre. In questo senso va interpretato il prologo, un filmetto amatoriale che un ignoto compagno di viaggio gira sull'aereo che porta Lucy a Roma, pedinandola poi sul treno fino all'arrivo a Siena dove senza palesarsi l'anonimo filmmaker le regala la cassetta. Inutile precisare che nel tenero voyeur il regista del film rappresenta se stesso, confessando il proposito di osservare lo sboccio di una giovane donna. Ma oltre a spiare il personaggio, l'autore non esita a considerarlo una metafora di se stesso: il tutto secondo le migliori tradizioni letterarie dai tempi del rapporto di Flaubert con Emma Bovary o di James con certe sue eroine. Ambientato in una comunità anglofona, fra suggestive sculture che nella realtà sono creazioni di Matthew Spender figlio toscanizzato del poeta, il racconto ha una chiave da «mistery»: quello di Lucy, è un pellegrinaggio nei luoghi dove la madre, poetessa e suicida, fu brevemente felice; e dove la ragazzina, qualche anno fa, provò l'ebbrezza del primo bacio di un italiano che ora brama di ritrovare. Suo padre (rimasto in America, non lo vedremo mai, non conosceremo le sue oscure motivazioni: sarebbe materia per un altro film) ha premiato Lucy mandandola a farsi un ritratto scolpito nel legno da Ian (Donal McCann), un artista scontroso che vive nella casa in collina con la moglie Diane (Sinead Cusack) e una piccola corte di espatriati. In tale cerchia la protagonista vorrebbe scoprire l'uomo che, amando la madre una sola notte secondo una poesia della scomparsa, la generò: insomma il suo vero padre. Potrebbe essere lo scrittore Alex (Jeremy Irons, un'interpretazione da brivido) che al contatto dell'americanina sopporterà meglio il suo destino di malato terminale; o Carlo (Cecchi), giornalista snob che conosciamo meglio nel corso di una festa felliniana in una grande villa rinascimentale, mentre rievoca ballando la caduta di Saigon; e invece, come nei gialli di qualità, si affaccia insospettabile il terzo uomo. Intanto Lucy flirta a vuoto con il suo ammiratore di un tempo, che riscopre inaffidabile(…), e finisce per immolare lietamente la sua verginità con il fratello minore di costui (Ignazio Oliva) sotto una grande quercia in cima a un poggio. Dalla giovinetta emerge la donna proprio come dal legno, sotto lo scalpello di Ian, vien fuori la sua immagine. Un concerto di armonie che vanno da Mozart alla musica pop, animano la scena altri personaggi: c'è il patetico patriarca Jean Marais in figura di arteriosclerotico mercante d'arte, passa e spassa la nostra Stefania Sandrelli occupata a sedurre il giovanotto Francesco Siciliano, suscita sarcasmi l'atletico americano D.W. Moffet che un pensierino su Lucy se lo fa anche lui... E tuttavia l'occhio della macchina da presa dell'operatore Darius Khondji sembra calamitato dal volto di «Lucy in The Sky», così la chiama Alex prendendo a prestito un titolo dei Beatles, impenetrabile dietro la maschera acqua e sapone come lo sono i più ineffabili segreti della vita: un personaggio che il regista ghermisce e serra palpitante nell'incarnazione stupefacente di Liv Tyler. Ormai liberato dal pessimismo edipico di Strategia del ragno, circondato dai paesaggi stregati della grande pittura rinascimentale, Bertolucci al di là delle «regole del gioco» scopre che si può pervenire alla perfetta letizia nel rapporto fra genitori e figli; e di conseguenza «Io ballo da sola» riesce a trasformare la bellezza in serenità. Non mi stupirei se questo film diventasse un classico.
Autore critica:Tullio Kezich
Fonte critica:Corriere della Sera
Data critica:



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