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Amico d'infanzia (L') -

Regia:Pupi Avati
Vietato:No
Video:Filmauro Home Video
DVD:
Genere:Drammatico
Tipologia:Mass media
Eta' consigliata:Scuole medie inferiori; Scuole medie superiori
Soggetto:Pupi Avati
Sceneggiatura:Pupi Avati
Fotografia:Cesare Bastelli
Musiche:Stefano Caprioli
Montaggio:Amedeo Salfa
Scenografia:Thomas Beall
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Jason Robards III, Amy Galper, Richards Grubbs, Gary Houston
Produzione:Duea Film - Filmauro
Distribuzione:Filmauro
Origine:Italia
Anno:1993
Durata:

102'

Trama:

Arnold Gardner è nato in una piccola città dell'Indiana. Durante il periodo scolastico e successivamente quello universitario ha stretto amicizia con un suo concittadino, Eddie Greenberg, con il quale ha condotto dai microfoni della radio trasmissioni musicali di successo. Oggi lavora a Chicago nella redazione di un programma di scarso ascolto, "La venticinquesima ora", un talk-show condotto da una vecchia volpe dello show-business: Duncan Mac Kay. La storia ha inizio il giorno in cui Duncan Mac Kay viene trovato morto in una suite dell'hotel. La direzione del network decide di affidare la conduzione del programma allo stesso Arnold e la sua presenza crea immediatamente un vastissimo interesse fra i telespettatori. È un momento di soddisfazione per Arnold ma, ecco riemergere proprio quell'Eddie Greenberg. È malato, frustrato, risentito e invidioso del vecchio amico dal quale pretende una confessione piena e totale di antiche colpe. Arnold tenta di sottrarsi a questo ricatto ma Eddie è estremamente determinato a raggiungere il suo obiettivo. Uccide una serie di persone a scopo dimostrativo, Arnold è costretto a cedere, a raccontare in televisione in diretta il suo "segreto".

Critica 1:Girato negli Stati Uniti e interpretato solo da attori americani, questo film vuole raccontare i tradizionali temi avatiani dell'amicizia e del ricordo con il ritmo sincopato del cinema americano.
Autore critica:
Fonte criticaIl Mereghetti - Dizionario dei film, Baldini&Castoldi
Data critica:



Critica 2:Forse per il protrarsi delle suggestioni di Magnificat, film d'autore anche nei difetti, lo spettatore che si pone di fronte a L'amico d'infanzia è portato istintivamente a valutarlo come opera ambiziosa e complessa. In effetti, sembra essere lo stesso Avati ad autorizzarlo fin dai titoli di testa, in cui la Chicago azzurra e geometrica della fotografia di Cesare Bastelli ci appare paese straniero ed inquietante in virtù dei solenni cromatismi del preludio del Parsifal. Le note wagneriane vengono poi riprese nella sequenza del ritorno a casa di Eddie dopo la sentenza di morte stilata sul referto medico, stabilendo una sorta di continuità tra la vicenda del film e quella del "puro folle": un po' nel senso della “tristezza dell'uomo privato della grazia divina”, del “rimorso e dolore inflitti da questa privazione”, come nota Pierre Boulez, un po' perché “la storia che si sviluppa è di continuo un'annessione del presente da parte del passato”, come ha scritto Paul Claudel; oppure, in modo più semplice e diretto, per un certo parallelismo che è possibile instaurare tra il personaggio del titolo e l'infelice Amfortas. Inoltre, il regista sembra di primo acchito voler impostare una dura requisitoria sul potere televisivo, mostrandoci di che lacrime grondi e di che sangue. Il suicidio dell'anchor-man tossicomane, un tempo teorico e maestro, ora prono agli interessi del Berlusconi di turno e alle ragioni dell'audience, la svolta che l'ingresso di Arnold, il protagonista, impone al suo talk-show, le reazioni del pubblico e della proprietà, dovrebbero fungere da prologo ad un film in qualche modo sociologico, sulla falsariga del filone di una certa consistenza che va da Un volto nella folla (1957) di Elia Kazan a Bob Roberts (1992) di Tim Robbins. Questi due spunti, sotterraneo e ambiguo il primo, quasi ostentato nella sua evidenza il secondo, vengono tuttavia diluiti fino a funzionare da semplice retroterra narrativo, quando non da pretesto. L'amico d'infanzia, infatti, si incammina ben presto sui binari del thriller orrorifico, con le sue attese agghiaccianti e i suoi colpi di scena di penombre, coltellacci ed emoglobina. Un prodotto di genere, dunque, ambito nel quale Avati si era espresso in passato in maniera tutt'altro che disprezzabile (La casa delle finestre che ridono, 1976; Tutti defunti tranne i morti, 1977; Zeder, 1977). Qui la sua propensione "artigianale" sembra essersi affinata sia nel controllo dei piani e dei luoghi della narrazione (Chicago e la provincia, il frenetico milieu del network e il “tempo sospeso” dell'interno funebremente barocco della casa di Eddie, la doppia ricerca di Arnold e della ex-moglie), sia nella meno schematica emblematicità dei protagonisti (la pietà per il "mostro" che diventa mano a mano aperta simpatia, l'"eroe" che sprofonda nella feccia di un passato irrimedibile). Ci volevano forse i due mezzi passi falsi di Bix (1991), omaggio devoto quanto algido al mito di un'adolescenza jazz-band, e Fratelli e sorelle (1992), irrisolto tentativo di sottrarre ad una prospettiva regionale il disagio di altri "ragazzi e ragazze", per acclimatare Pupi Avati nel "paese di Dio". Noi, che abbiamo sempre pensato che il cinema del simpatico e bravo regista bolognese funzionasse in misura inversamente proporzionale alle sue pretese, in L'amico d'infanzia troviamo l'ennesimo conforto a questa ipotesi irriverente. Teso e stringato, tecnicamente inappuntabile nel suo robusto professionismo, non ha davvero nulla da invidiare a molti prodotti hollywoodiani del genere e conserva più di un tratto della freschezza naif dell'indimenticabile stagione del B-movie. Tra gli attori, tutti giovani e bene "in parte" ci piace segnalare Jason Robards III, un figlio d'arte che somiglia come una goccia d'acqua al grandissimo genitore, il quale, ne siamo certi, da insuperabile maestro dell'understatement qual è, saprà insegnargli la difficile arte della nuance.
Autore critica:Paolo Vecchi
Fonte critica:Cineforum n.334
Data critica:

5/1994

Critica 3:
Autore critica:
Fonte critica:
Data critica:



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