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Casa della gioia (La) - House of mirth (The)

Regia:Terence Davies
Vietato:No
Video:Spectre
DVD:Elle U
Genere:Drammatico
Tipologia:La condizione femminile, Letteratura americana - 900
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Tratto dal romanzo omonimo di Edith Wharton
Sceneggiatura:Terence Davis
Fotografia:Remi Adefarasin
Musiche:Adrian Johnston
Montaggio:Michael Parker
Scenografia:Don Taylor
Costumi:Monica Howe
Effetti:
Interpreti:Gillian Anderson (Lily Bart), Dan Aykroyd (Gus Trenor), Laura Linney (Bertha Dorset), Elisabeth Mcgovern (Carry Fisher), Eric Stoltz (Lawrence Selden), Anthony Lapaglia (Sim Rosedale), Eleonor Bron (Signora Peniston), Jodhi May (Grace Stepney), Terry Kinney (George Dorset)
Produzione:Three Rivers – Granada - The Arts Council Of England - Film Four - The Scottish Arts Council - The Glasgow Film Fund
Distribuzione:Bim
Origine:Gran Bretagna
Anno:2000
Durata:

135’

Trama:

New York, 1905. La giovane Lily Bart, sola e in precarie condizioni economiche, vive una vita di stenti. Sa che una donna come lei, in quella società, deve sposarsi per affermare se stessa. Innamorata dell'affascinante ma altrettanto squattrinato avvocato Selden, Lily gli chiede se vuole sposarla, ma lui dice di no. Le ristrettezze economiche inducono allora Lily a chiedere aiuto al magnate Gus Trenor. Gus porta Lily a casa propria, ne approfitta e poi la ricatta. Lily vorrebbe riferire tutto a Selden, ma entra in scena Sim Rosdale, un arricchito di modesto livello, che si offre di mettere tutto a posto. Lily allora accetta di andare in vacanza con i Dorset, arrivano a Montecarlo, e qui lei fa da paravento a Bertha Dorset, la quale però poco dopo la congeda. Dopo l'estate si ripresenta Rosdale, Lily gli dice di volerlo sposare, ma lui rifiuta, afferma di volere di meglio, e le dice addio. A questo punto Lily è costretta a cercarsi un lavoro. Trovatone uno, comincia a bere, si addormenta e viene licenziata. Chiede un prestito ma le viene rifiutato. Riprende in mano alcune lettere che aveva scritto a Selden, va a casa di lui, non lo trova, getta le lettere nel camino e va via. Selden arriva, trova le lettere, le legge, corre da lei. Troppo tardi, Lily è morta.

Critica 1:Non sforzatevi di capire che cosa vuol dire La casa della gioia perché è un titolo senza senso, che traduce male l’originale: a sua volta difficile da interpretare perché è una citazione dall’«Ecclesiaste». Sotto questa etichetta sibillina, comunque, nel 1905 l’americana Edith Wharton vendette di colpo 100 mila copie del suo secondo romanzo: ed ebbe un tale successo che in seguito ne scrisse quasi 40. Considerato all’epoca una scandalosa pittura della società, con relativa denuncia dell’immoralità altoborghese, a distanza di quasi un secolo il libro ha visto svampire il vigore polemico pur restando intatto il suo nucleo tragico. Non si può più parlare di scandalo riferendosi alla vicenda di Lily Bart, giovane donna dal carattere altero e indipendente che per essere stata chiacchierata, aver fatto alcuni sbagli fra cui perdere un’eredità, indebitarsi al gioco e gestirsi male negli amori, finisce al bando dei felici pochi e ne trae le peggiori conseguenze. Finissimo lettore oltre che ispirato cineasta, l’inglese Terence Davies non si limita a curare le atmosfere, a piazzare le luci, a scegliere gli arredi e intonare i suoi magnifici attori, ma conferisce all’odissea della protagonista un vibrato da cronaca contemporanea. Inserendosi in un modo di affrontare il cinema come uno specchio di epoche trascorse, e sfidando il confronto con i film in costume firmati Visconti, Oliveira o Ivory, La casa della gioia svela lo sdegno per l’ingiustizia in chiave di risentita cognizione del dolore. Nella parte della protagonista Gillian Anderson è dura, irragionevole e a volte coraggiosamente antipatica, ma il regista ci fa partecipi di ogni tappa della sua irreversibile decadenza. Si vorrebbe soccorrerla quando ingiustamente ricattata dalla portinaia o circuita dal finanziere mascalzone che tenta di sedurla; e magari spingerla a cogliere l’occasione quando invece un altro, meno mascalzone, le propone di sposarla. E invece la dobbiamo accompagnare nella successione di errori e delusioni che la vita le riserva, fino alla tremenda conclusione mortuaria in piena sintonia con l’allarmato pessimismo tipico della poetica di Terence Davies.
Autore critica:Tullio Kezich
Fonte criticaCorriere della Sera
Data critica:

11/11/2000

Critica 2:Dal più celebre romanzo di Edith Wharton, "The House of Mirth", un'operazione nuova per il regista inglese di Liverpool Terence Davies, elegiaco narratore della sua biografia d'adolescente sognatore vessato (Terence Davies Trilogy, Voci lontane sempre presenti), celebre tra gli habitués dei festival, meno noto al pubblico delle sale. Si accosta a un modello di cinema in costume elegante e didattico, fissato dai successi di James Ivory, per contraddirlo, riscriverlo e superarlo. E' la storia di Lily Bart (la Gillian Anderson di X Files), nei primi del '900, signorina dei nuovi quartieri residenziali di New York, ancora nubile. Protetta da una zia ingenerosa che poi l'abbandona, respinta da un amante che non si reputa sufficientemente ricco (il fulvo Eric Stoltz), vive l'arbitrarietà del "favore" e dell'amicizia in una società neoborghese dove una donna non è nessuno se non al seguito di un uomo (sicuri che oggi non ci riguardi più?). Davies concede libertà di espressione ai suoi attori, dilatando i tempi, descrivendo le strategie, ottenendo finalmente una verità critica che Ivory se la sogna. Storicamente istruttivo. Idealmente incisivo.
Autore critica:Silvio Danese
Fonte critica:Il Giorno
Data critica:

11/11/2000

Critica 3:
Autore critica:
Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:Casa della gioia (La)
Autore libro:Wharton Edith

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