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Mean Creek -

Regia:Jacob Aaron Estes
Vietato:No
Video:
DVD:Universal Pictures
Genere:Drammatico
Tipologia:Disagio giovanile, Diventare grandi
Eta' consigliata:Scuole medie inferiori; Scuole medie superiori
Soggetto:Jacob Aaron Estes
Sceneggiatura:Jacob Aaron Estes
Fotografia:Sharone Meir
Musiche:Tomandandy
Montaggio:Madeleine Gavin
Scenografia:Greg Mcmickle
Costumi:Cynthia Morrill
Effetti:
Interpreti:Rory Culkin (Sam), Ryan Kelley (Clyde), Scott Mechlowicz (Marty 'Martini' Blank), Trevor Morgan (Rocky), Josh Peck (George), Carly Schroeder (Millie), James W. Crawford (Tom), Michael Fisher-Welsh (Sig. Levinworth), Raissa Fleming (Maggie Tooney), Kaz Garas (Detective Wright), Shelly Lipkin (Sig. Merrick), Heath Lourwood (Jasper), Branden Williams (Kile)
Produzione:Susan Johnson, Rick Rosenthal, Hagai Shaham e Jacob Mosler per Whitewater Films
Distribuzione:Cdi
Origine:Usa
Anno:2004
Durata:

90’

Trama:

In una piccola città dell'Oregon, il timido Sam confessa a suo fratello Rocky, più grande di lui e molto protettivo, che tutti i giorni all'uscita di scuola viene preso a pugni da George, un ragazzo prepotente e più grande. Per vendicarsi, i due fratelli invitano George a una gita in barca lungo il fiume, organizzata con la scusa di festeggiare un compleanno con i loro amici. Della comitiva fanno parte anche Clyde e Marty, amici di Rocky, e Millie, compagna di giochi di Sam. Sin dall'inizio della gita, però, i ragazzi si rendono conto che il teppista è un ragazzo solo e disperato in cerca di attenzione e amicizia. Sam decide di lasciar perdere il piano che avevano in mente per umiliarlo, ma la natura prende il sopravvento e il gruppo dovrà affrontare una serie di eventi che li costringerà a fare i conti con il vero significato di amicizia e responsabilità...

Critica 1:Sam (Rory Culkin) è un liceale più maturo della sua età. Ma è anche mingherlino. Il bullo George lo picchia a scuola. Sam escogita una vendetta: invitare il nemico a una gita sul fiume con altri suoi complici e fargli la festa. Sarebbe un piano perfetto se durante la gita George non si dimostrasse un simpaticone dal cuore d’oro e se Rocky, il fratello più grande di Sam, non volesse comunque portare a termine la punizione per dimostrare di essere un duro.
Quello che colpisce di Mean Creek, esordio promettente scritto e diretto dal 31enne Jacob Aaron Estes, è uno strepitoso cast di attori adolescenti (il piccolo Culkin è anni luce più bravo del fratello più grande Macaulay, ex baby star ora decaduto) guidati da un fiero cineasta indipendente che filma i dilemmi morali dei suoi personaggi come fossero effetti speciali. Tale è la spettacolarità dei contorcimenti interiori di questi fragili adolescenti guidati alla violenza dalla logica del branco e circondati da una natura splendida ma indifferente.
Peccato che il giovane pubblico a cui il film era destinato non abbia potuto vederlo per colpa di un bizzarro divieto della censura Usa Mpaa. Sembrerebbe quasi una sottile vendetta nei confronti di un’opera che dice di riflettere prima di picchiare. Un messaggio forse troppo pericoloso per un film che invece sa essere così convincente.
Autore critica:Francesco D’Alò
Fonte criticaIl Messaggero
Data critica:

26/8/2005

Critica 2:C'era una volta Stand by me di Rainer, tratto da Stephen King: anche in quest' ottimo melodramma rurale per teenager dell' Oregon appare il gusto del clan, il gruppo di ragazzini che senza volerlo commette un delitto e si trova a crescere improvvisamente. Un film americano indipendente e anche inquietante, invitato a tutti i festival, in cui le diverse psicopatologie (arriva anche un giovane allevato da due padri gay) portano il comun divisore della ricerca di affetto, merce oggi rarissima. Nel cast dove tutti sono credibili e veri (c' è anche un erede dei ragazzi Culkin, Rory) molti giovani nati negli anni ‘80 e ‘90, che ricreano un puzzle di indecisioni con suspense montante, senza retorica in un' opera prima di Jacob Aaron Estes che mette una certa scossa e conosce le segrete vie del cuore.
Autore critica:Maurizio Porro
Fonte critica:Il Corriere della Sera
Data critica:

19/8/2005

Critica 3:"Meglio tardi che mai". Con questo slogan si potrebbe aprire una critica a 'Mean Creek', pellicola del debuttante Jacob Aaron Estes che, dopo due anni di peripezie distributive, approda sugli schermi peninsulari non senza lasciar intravedere tutti i crismi di un capolavoro di nicchia. Partiamo dalla regia. Poggiante su di un oculato sostrato fotografico, la macchina da presa di Estes si snoda per tutti i '90 minuti tra soggettive nervose, campi/controcampi repentini e sopratutto primi piani obliqui. In questa maniera è la natura stessa il vero motore e il protagonista incontrastato del plot. Estes è sapiente nello scaraventarla sullo schermo senza troppi fronzoli. In essa si riflettono stati d'animo e da essa spesso e volentieri si dipartono, su direttive antitetiche, pause e ripartenze improvvise. C'è molto Van Sant in questa 35 mm: il crepitio delle foglie secche, il sole rifranto nella rugiada di bosco, lo scrosciare intenso delle correnti fluviali. La differenza sta nell'intensità e nel ritmo. Molto più angosciato e silenzioso quello del padre di Elephant; molto più parlato (ed urlato) quello di Estes. Il film può essere considerato, a ragione, un magnifico affresco di Madre Natura in cui sembrano convivere contemporaneamente la precisione tecnica di Caravaggio, la calma naturale delle Ninfee di Monet, l'irruenza fisica di Goya e il simbolismo onirico di Bocklin. E l'uomo dove si colloca in questo dipinto? Più che il viandante di Friedrich esso ricorda l'Islandese leopardiano. Giunti a questo punto facciamo un ulteriore
passo in avanti e consideriamo un aspetto fino ad ora trascurato: la storia. Qual'è infatti il simbolismo celato (neanche troppo eccessivamente) da questa picaresca rappresentazione di un pomeriggio qualsiasi? Inanzitutto potremmo dire che 'Mean Creek' è una storia di vita e morte. Un racconto drammatico di una tragedia non voluta ma forse inconsciamente cercata. Cos'altro? Sicuramente una storia di cambiamenti e responsabilità che investe la vita di sei ragazzi in cerca soltanto di vendicativo divertimento. Un racconto circa il destino dell'uomo e delle conseguenze che l'irruenza e la precocità dello stesso può portare nell'incedere naturale di un'esistenza comune. Nessun gioco da grandi al centro della vicenda, al limite appenna accennate le conseguenze inevitabili degli stessi (inevitabili appunto). Cè proprio tutto in questi novanta minuti: di fronte alla morte c'è chi decide di vivere, chi di sopravvivere, chi di scappare. La soluzione migliore? Non esiste. Al massimo la speranza di poter vivere con innocenza almeno la propria adolescenza. Una speranza tuttavia disattesa.
Autore critica:Marco Visigalli
Fonte critica:Cinema a quattro stelle
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
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