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Mestiere delle armi (Il) -

Regia:Ermanno Olmi
Vietato:No
Video:S. Paolo
DVD:Multimedia San Paolo
Genere:Storico
Tipologia:La guerra
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Ermanno Olmi
Sceneggiatura:Ermanno Olmi
Fotografia:Fabio Olmi
Musiche:Fabio Vacchi
Montaggio:Paolo Cottignola
Scenografia:Luigi Marchione
Costumi:Francesca Sartori
Effetti:Fabio Traversari
Interpreti:Hristo Jivkov (Joanni De Medici), Dessy Tenekedjieva (Maria De Medici), Sergio Grammatico (Federico Gonzaga), Dimitar Ratchkov (Luc'Antonio Zuppano), Sasa Vulicevic (Pietro Aretino), Aldo Toscano (Loyso Gonzaga), Paolo Magagna (Francesco Maria Della Rovere), Giancarlo Belelli (Alfonso D'Este), Nikolaus Moras (Zorzo Frundsberg), Maurizio Zacchigna (François de La Noue), Paolo Roversi (Blaise De Monluc), Franco Palmieri (Paolo Giovio), Fabio Giubbani (Matteo Cusastro)
Produzione:Cinemaundici - Rai Radiotelevisione Italiana - Canal + - Kirchmedia - con il sostegno del Fondo Eurimages del Consiglio d'Europa
Distribuzione:Mikado
Origine:Francia - Germania - Italia
Anno:2000
Durata:

100’

Trama:

Nel XVI secolo Joanni de' Medici, cavaliere della nobile arte della guerra, a soli 28 anni è capitano di un'armata pontificia contro i Lanzichenecchi. Stimato per la sua esperienza nel 'mestiere delle armi' è, ancora in vita, un mito irraggiungibile. Amato dalla buona sorte e ambito dalle donne, sarà tradito dall'introduzione delle armi da fuoco.

Critica 1:Con il suo doloroso, arduo e intenso film Ermanno Olmi toglie ragnatele dalla mente, combatte, con la stessa forza "scalmanata" del suo coraggioso eroe, ogni pigrizia mentale e ci obbliga - l'ultimo a farlo é stato Gianni Amelio, col suo rimosso e scomodo Così ridevano - a ragionare nuovamente sul cinema, la sua forma, i suoi contenuti, la sua utilità culturale. Le due opere di Olmi e di Amelio hanno per altro un elemento comune, sono due film sul tempo: l'idea di tempo, quel che toglie e cancella e quel che ripropone identico nel suo fluire, e la sua rappresentazione filmica. Tempo spezzato ed ellittico, quello di Amelio, tempo solenne e dilatato quello di Olmi, che non si limita a riprendere la lezione etica di Rossellini e di Bresson. Il mestiere delle armi, infatti, ha una sua specificità. Esiste, prima di tutto, un film "esterno" ed oggettivo, quello più facilmente percepibile. Con un suo eroe, giovane e universale, che paga il suo "mestiere" prima con la solitudine e il tradimento, poi con la morte. Una precisa e ineccepibile visione storica - Aretino e Machiavelli, gli intrighi politici di Estensi e Gonzaga, il linguaggio cinquecentesco - e un altrettanto evidente visione etica, che è il maggior elemento di modernità: la fine di un'epoca, il nuovo che avanza infrangendo regole sociali e idealità. Ma quel che più conta, quel che fa il cinema arte, é il film "interno", la dialettica fra forma e contenuto. Ogni elemento del film, dall'utilizzo straniante della voce fuori campo al paesaggio ostile e nebbioso fino al magnifico requiem musicale di Fabio Vacchi, serve al regista per creare una potente sinfonia di morte, che culmina nella scena dell'amputazione. Un grido di dolore raggelato, un testamento di rabbia, che accumula orrore e gelo, fino a farsi pura emozione.
Autore critica:Stefano Lusardi
Fonte criticaCiak
Data critica:

1/6/2001

Critica 2:Premesso che è l'opera di un autore nel pieno della maturità, Il mestiere delle armi di Ermanno Olmi ci sembra dichiarare due grandi antecedenti. Da una parte Roberto Rossellini, quello dei film didattici per la televisione come La presa del potere da parte di Luigi XIV; dall'altra Robert Bresson e i suoi oratori sacri in forma cinematografica, di cui basterà ricordare Il processo di Giovanna d'Arco o Lancillotto e Ginevra. La cosa straordinaria è che Olmi coniuga e sintetizza, in modo tutto suo, questi due momenti altissimi di storia del cinema: perché gli ultimi giorni di vita e la morte di Giovanni de' Medici sono messi in scena con la precisione storica di quel Rossellini e, al contempo, rappresentati come una Via Crucis dell'eroe alla maniera di Bresson. Se il veterano regista bergamasco ha avvertito l'esigenza di rivolgere lo sguardo al passato non lo ha fatto per evitare il presente, ma per raccontarcelo da un altro punto di vista. Il personaggio storico di Giovanni dalle Bande Nere, capitano di ventura al servizio di Papa Clemente VII durante la campagna contro i lanzichenecchi di Carlo Romano V, ha diversi legami con l'oggi. Secondo il regista, Giovanni era un idolo dei suoi tempi, dalla popolarità paragonabile a quella di un campione sportivo odierno. In secondo luogo fu vittima del progresso: ci lasciò la pelle a causa di una delle prime (era il 1526) bocche da fuoco impiegate in guerra, un falconetto ceduto da Alfonso d'Este ai nemici di Giovanni la cui fabbricazione ci viene mostrata nei particolari e che riappare lungo la narrazione, come un presagio, fino al colpo fatale. Al contrario il film, implacabilmente refrattario alle risorse postmoderne degli effetti speciali, è realistico, a partire dalle armature fatte rifare su disegni dell'epoca; ma soprattutto nella straordinaria materialità con cui riesce a rappresentare gli oggetti: il cannoncino, il crocefisso che i soldati infreddoliti vogliono bruciare suscitando l'ira di Giovanni. Il mestiere delle armi contiene anche le prime scene di sesso del cinema olmiano, però sono scene che, più luttuose delle scene di morte, lasciano un gusto di cenere.
Autore critica:Roberto Nipoti
Fonte critica:la Repubblica
Data critica:

16/5/2001

Critica 3:«È una cosa che allieta l'animo, la guerra...»: così, nel Quattrocento, scrive un uomo d'armi. E ancora: «...quando si vede che la nostra lite è buona... vengono le lacrime agli occhi». Quanto alla paura e alla morte, non ha dubbi: «Credete che l'uomo che la ciò tema la morte? ... ha tanto conforto in cuore ed è crisi in estasi che non sa neppure dov'è. Non ha davvero paura di nulla». Della guerra e della morte certo non ha paura il Giovanni o Joanni delle Bande Nere di Il mestiere delle armi (Italia, 2001, 105'). E di questo suo "coraggio" Olmi ci dà conto: mi coraggio che non si adorna di luoghi comuni tronfi, che non si lega ad alcuna apologia, ma che ha i colori della malinconia, freddi come la neve che ricopre i campi di battaglia, diafani e inesorabili come la luce radente che più d'una valta li attraversa. È l'uccidere il mestiere di Joanni (Hristo Jivktiv). La morte é in gran parte la sua vita. C'è qui un paradosso che non riguarda solo lui, ma che - come suggerisce Tibullo nella citazione che apre il film - ci riguarda tutti, in quanto uomini. Cioè: in quanto esseri che vivono di morte, indotti alla violenza e alle armi dall'urgenza di sopperire a un'intrinseca debolezza, a una tragica inadeguatezza a campare fino al giorno dopo (a difendersi dalle belve, scrive Tibullo). E poi però anche tanto folli da usare la stessa violenza contro la vita. Il vivere di Joanni si nutre d'una morte amministrata con attenzione, progettata fin nei dettagli delle corazze, brunite affinché non rilucano nel buio della notte. Questa prossimità con il sangue è poi "raddoppiata" per il fatto che egli stesso, in ogni momento del suo mestiere, è esposto al rischio di morire. Nella sua immagine del mondo, l'essere uccisi non é una eventualità lontana, di cui si debba o anche solo si possa inorridire, ma qualcosa di familiare e necessario. Joanni vive pronto a uccidere e pronto a morire. Invece d'avere in odio la morte, invece di provarne orrore e fuggirla come il più irrimediabile dei mali, come la più cupa delle sventure, le dedica ogni propria energia, con una passione ancor più forte di quella per le donne e l'amore. Chiuso nella sua corazza nera come il lutto, niente più sa della dolcezza morbida dei corpi. Reso uguale a ogni altro soldato dall'acciaio che lo ricopre e imprigiona, uniformato a loro dalla funzione di dai la morte e di riceverla, potrebbe chiudersi e imprigionarsi anche in una anestesia dell'anima. Ma così non accade. Joanni sta ben dentro il proprio "mestiere", ma ceno consapevole del paradosso della condizione umana. Un paradosso che - come dirà sul letto di morte - vivrebbe con identico "coraggio" tragico anche se, invece che soldato, gli fosse capitato d'essere prete. In ogni caso, per lui non c'è conforto né estasi, negli agguati tesi al nemico e nelle geometrie astute dei combattimenti. Non c'è gioia nello spettacolo dei corpi dilaniati. Al contrario, c'è lo stupore annichilito che Olmi scopre negli occhi di un bambino, di fronte a un grande albero da cui pendono uomini e donne impiccati, poveri contadini che della passione per la morte ora certo conoscono la verità. Mentre Joanni percorre la pianura inseguendo il nemico, fantasma che riempie la sua mente e la occupa più d'ogni affetto, dalla terra (della fusione) emerge e prende forma il cannone che lo ucciderà (un falconetto, a retrocarica). L'immagine é splendida: concreta come la carnalità immediata e sconcia del morire, inevitabile come il fato che gli esseri umani si costruiscono da sé nella materia. Ben più del tradimento degli amici, ben più dell'insidia del nemico, é questo artificio mortale che lo attende e lo condanna. Quando arriva anche per lui la morte - una morte annunciata fin dalle prime inquadrature, e "vissuta" immagine dopo immagine -, pare che Joanni la accolga come una via d'uscita dal paradosso e dall'angoscia. E Olmi la racconta con la solennità agghiacciata e lo stupore sospeso che impone agli occhi la sua terribile corporeità: la cancrena che invade e demolisce il corpo, gli strumenti del chirurgo, l'incidere nella carne e nell'osso... Intanto, dipinta sul soffitto, una maschera lo guarda mostruosa e sarcastica. Come può la guerra allietare l'animo? Non c'è illusione, in Joanni che muore. Non ce n'è più di quanta ce ne fosse nel suo vivere. C'è invece una tragica, assurda, sacra coscienza del paradosso per cui gli esseri umani riempiono il vuoto delle loro vite con il niente della morte. Ben presto, di lui non ci sarà che un corpo mutilato, inutilmente ricomposto su un feretro, tra due ali di soldati in ami. E a noi è dato di vedere solo quel che resta d'un uomo, imprigionato per sempre nel lutto d'una corazza brunita.
Autore critica:Roberto Escobar
Fonte critica:Sole 24 Ore
Data critica:

20/5/2001

Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:
Autore libro:

A cura di: Redazione Internet
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