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Amleto di meno (Un) -

Regia:Carmelo Bene
Vietato:14
Video:Biblioteca Rosta Nuova,visionabile solo in sede
DVD:
Genere:Drammatico
Tipologia:Storia del cinema
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:ispirato all’Amleto di William Shakespeare e a due racconti di Jules Laforgue
Sceneggiatura:
Fotografia:Mario Masini
Musiche:(coordinate da Carmelo Bene) Modest Musorgksij (Quadri di un’esposizione), Gioacchino Rossini (Ouvertures: "La gazza ladra", "Il turco in Italia", "L’italiana in Algeri"), Igor Fédoroyic Stravinskij (L’histoire du soldat), Richard Wagner (Tannhäuser)
Montaggio:(coordinate da Carmelo Bene) Modest Musorgksij (Quadri di un’esposizione), Gioacchino Rossini (Ouvertures: "La gazza ladra", "Il turco in Italia", "L’italiana in Algeri"), Igor Fédoroyic Stravinskij (L’histoire du soldat), Richard Wagner (Tannhäuser)
Scenografia:Carmelo Bene
Costumi:Carmelo Bene
Effetti:
Interpreti:Carmelo Bene, Lydia Mancinelli (Kate), Alfiero Vincenti (Claudio), Pippo Tuminelli (Polonio), Franco Leo (Orazio), Luciana Cante (Gertrude), Isabella Russo (Ofelia), Luigi Mezzanotte (Laerte), Sergio Di Giulio (William)
Produzione:Carmelo Bene
Distribuzione:Cineteca Nazionale
Origine:Italia
Anno:1973
Durata:

70'

Trama:

Claudius uccide il re suo fratello e prende come amante la regina. Ma il "re nero" non ambisce la vendetta, bensì mettere in scena una commedia a Parigi le cui recite erano già iniziate a Elsinore. Si prepara l'incoronazione di Claudius e gli attori preparano i bagagli. Orazio, indignato da tanta leggerezza, racconta ad Amleto di avere visto il fantasma del re assassinato. Annoiato e turbato insieme, Amleto raccomanda il silenzio all'amico. All'incoronazione e all'annuncio delle prossime nozze, Claudius prega Amleto di restare e gli promette di finanziare le sue imprese teatrali. Il principe viene annoiato da Orazio e seccato da Ofelia che fa divenire pazza sino al suicidio. Polonio, che vuole studiare il "complesso d'Edipo" di Amleto, viene dallo stesso pugnalato. Amleto divide il suo tempo tra il cimitero e il teatro. Laerte, figlio di Polonio aspirante sindacalista corre da Parigi, pugnala Amleto sulla tomba di Ofelia; provoca un pasticcio ...

Critica 1:Il principe di Danimarca è più preoccupato di affermarsi come autore drammatico a Parigi che di compiere la vendetta alla quale lo chiama il fastidioso fantasma del padre. Corteggia la prima attrice e fa dire il famoso monologo all'amico Orazio. Soprattutto grande teatrante, Bene ha rivisitato al cinema personaggi mitici rimessi in discussione come occasione per il proprio narcisismo. Colori squillanti, spesso stridenti tra loro, scenografie al limite del delirio figurativo.
Autore critica:
Fonte criticaIl Morandini – Dizionario dei film, Zanichelli
Data critica:



Critica 2:Un Amleto di meno viene girato nell’autunno del 1972 in 35mm con il sistema 2P (pellicola a doppia perforazione) in Techniscope e in Technicolor. Il prologo è in bianco e nero e, a eccezione degli esterni del "cimitero marino" è stato girato quasi interamente a Cinecittà in due teatri di posa: uno completamente bianco "foderato di pelle d’uovo, (...) e illuminato dall’alto a luce diffusa", l’altro completamente nero. La fotografia è di Masini, il montaggio di Contini. Il film è stato prodotto da Anna Maria Papi per la Donatello Cinematografica con il ricorso all’art. 28, ed è stato presentato in concorso al Festival di Cannes nel maggio 1973. L’Italnoleggio non ne ha consentito la distribuzione sino al 1974. Nell’opus di Bene Amleto è una sorta di "ipertesto", con le sue varianti e combinazioni di varianti. Bene stesso sostiene che "dall’Hamlet, Hommelette, all’ Hamlet Suite (...) l’operetta del principe artistoide è il refrain delle vite che ho svissuto. La frequentazione assidua, persecutoria del bell’argomento (cinque esecuzioni sceniche sempre cangianti – ’61,’67, ’74, ’87,’94 – (...) un film (’72), due diversissime edizioni televisive e registrazioni radiofoniche, audiocassette e compact-disc) mi "definisce" Amleto del novecento" (cit. C. Bene, Opere, 1995, p. 1351). Oltre alle varianti teatrali del 1961 al Teatro Laboratorio a Roma, del 1967 al Teatro Beat 72 a Roma, i fondamentali "pretesti" di riferimento sono: l’Amleto di Shakespeare; il racconto "Amleto, o le conseguenze della pietà filiale" (Moralità leggendarie) e il "Lamento dello sposo oltraggiato" (Les complaintes) di Jules Laforgue e infine un frammento di "La signorina Felicita ovvero la Felicità" (I colloqui) di Gozzano. L’Amleto inaugura il metateatro moderno, ma quella che nell’opera di Shakespeare è solo una virtualità, vale a dire l’esser artista di Amleto (al di là della simulazione della follia "ad arte", III, IV, si ricordi il discorso agli attori sull’arte drammatica II, II) si attualizza, compiendosi, con levità e ironia, nel racconto di Laforgue: Amleto è un artista. Ora, nella riscrittura dei "materiali" shakespeariani e laforguiani, talvolta montati in contrappunto, talaltra ibridati e soprattutto alterati, Bene introduce un’impasse. Amleto vede se stesso chiuso in un circuito d’impossibilità, "la propria vita fatta teatro e alienata nel teatro fatto fare agli attori". L’esitazione, l’incapacità "patologica" all’agire di Amleto diviene nell’opera filmica l’impossibilità di essere artista ovvero il suo delinquere (dal lat. delinquere "sottrarsi al dovere") in quanto artista (come accade al poeta di Capricci).
Un Amleto di meno diventa così un film sul metateatro o forse è il metateatro di un film che si colloca – in un non-luogo tutto cinematografico – tra due siti mentali: "Elsinore" e "Parigi". Amleto è l’autore-attore della suite di "opere" messe in scena dagli "attori" della troupe di Kate e William, di cui re Claudio è il produttore-impresario con intenti registici che proprio nella regia si sostituisce ad Amleto. Se nell’opera shakespeariana Amleto è il regista e nel racconto laforguiano è l’autore, nel film di Bene egli è autore-attore-spettatore. Un Amleto di meno attiva una serie di slittamenti di senso e si fa dispositivo di spostamenti del contenuto: il film non significa là dove ci si potrebbe aspettare, ma contro l’aspettativa spettatoriale spinge la propria significazione altrove.
Invece di cominciare con "il dovere di rammentare l’orrido evento" – evento che in Shakespeare è rivelato al giovane Amleto dallo Spettro del padre assassinato (I, V) – Un Amleto di meno comincia laddove il dovere di ricordare da parte di Amleto fils si sprogetta nell’immaginare e "forzare insieme", in un’allucinazione visiva e acustica, la "scena primaria" e "l’uccisione del padre". Un inserto mentale, in bianco e nero sgranato (quasi si trattasse di un’ interpolazione video) funge da incipit all’impossibilità ad agire di Amleto. L’inazione di Amleto già shakespeariana (presente anche nei "palintesti" Histoires tragiques di Francis de Belleforest e nell’originaria leggenda nordica delle Gesta Danorum di Saxo Grammaticus) diviene nel racconto di Laforgue impossibilità ad agire per onore e per pietà filiale, a seguito dell’"irregolare decesso" "in istato di peccato mortale" di Amleto père; Amleto fils può prendere l’orrido evento e la pietà filiale solo quali occasioni di argomenti per l’opera estetica: "Avevo cominciato con il dovere di rammentarmi l’orrido, orrido, orrido evento. Per esaltare in me la pietà filiale, per far gridare l’ultimo grido al sangue di mio padre, per riscaldarmi il piatto della vendetta.
Ed ecco invece ho preso gusto all’opera. Poco a poco mi scordai che si trattava di mio padre assassinato, di mia madre prostituita, del mio trono. Andavo avanti a braccetto con le finzioni di un bell’argomento: e l’argomento è bello".
Un "bell’argomento" che il film porta all’estremo del teatrale: vi si annuncia la sospensione del tragico. In un certo senso Un AmIeto di meno comincia laddove finisce l’Amleto di Laforgue, cioè quando Laerte – straripando fuori "dall’inesplicabile anonimato del suo destino" – pugnala il giovane principe non prima di avergli detto: "quando si finisce con la pazzia è segno che s’è cominciato con il cabotinage". Ed è appunto ciò che fa l’Amleto di Bene: fare di se stesso il proprio cabotin, un buffone che boicotta il "grande attore-autore" e che trasforma il tragico in ridicolo. L’ironia depotenzia e rende risibile qualsiasi tentativo di rappresentazione, qualsiasi azione scenica, qualsiasi azione, qualsiasi spettacolo. Amleto è la crisi dell’artifex, l’impasse dell’artista, ma soprattutto il paradosso dell’autore-attore della serie di "opere" messe in scena dal film (gli "Amleto" di Bene costituiscono i diversi siti testuali in cui si mostra la "perfetta fusione autore-attore").
(…) In Un Amleto di meno le "situazioni" sono anzitutto "attori" e i loro rapporti sono sempre "rapporti di scena". La "situazione" Amleto (Carmelo Bene) si presenta secondo alcuni tratti iconografici del racconto di Laforgue: "capelli castani che scendono a punto (...) e che ricadon giù lisci e fiacchi, spartiti da una pura e diritta scriminatura (...); maschera imberbe senza parer glabra, dal pallore un po’ artificiale ma giovanile... ".
La raffigurazione di Orazio (Franco Leo) consiste non tanto in ciò che resta della coscienza amletica, quanto nell’autoconoscenza teatrale tradita di e su Amleto: legge, suo malgrado, i monologhi shakespeariani che Amleto-Bene gli passa e, vestendosi di nero, ne assume il "rigore" (vestito di nero è anche l’Amleto laforguiano, ma per Bene quand’anche Amleto sia vestito di nero lo è per una "necessità di rigore, mai certamente un lutto per suo padre").
(…) Un Amleto di meno procede per sottrazione-addizione. Come ricorda Grande, la sottrazione, "l’uno di meno" è anche "il cominciamento di una erosione, il primo avanzo di una sottrazione e di un esaurimento’". Lerosione non intacca tanto il mito letterario o la tradizione culturale del testo letterario drammatico, quanto la "forma spettacolare" che s’incarica di attualizzarlo; e in tal senso laforguianamente, ebbene sì, "un Amleto di meno; ma la razza non s’è estinta, lo si sappia!". Il film si presenta sia come sperimentazione-anticipazione del "teatro senza spettacolo", sia come anticipazione dell’opera video.
(…) Il film opera uno spostamento di forme e linguaggi diversi; esso consiste nei continui slittamenti da una forma di espressione a un’altra che producono a loro volta alterazioni, mutazioni all’interno della forma cinematografica ospitante. La generazione di relazioni originali, idiolettali, fanno dei set una scena o-scena, investita dalla doppia modalità, di sguardo dell’a(u)ctor Bene contemporaneamente "al di là" e "al di qua" della m.d.p.; ma in Un AmIeto di meno l’essere contemporaneamente ‘fuori" e "dentro" la scena scarta di livello e preannuncia la simultaneità del "vedere" e del "vedersi visti" che è propria del linguaggio video. Nel cinema di Bene è l’immagine a essere presa tra voce, silenzio e parola. Il divenire delle immagini, con le loro proliferazioni, addensamenti e improvvise rarefazioni, produce figure che rilasciano sonorità, che richiedono l’ascolto. La successiva opera video trasporterà tutto ciò che accade in scena o in studio (set teatrale) dal visivo al sonoro, all’acustico, fuori dalla forma, fuori dal linguaggio.
Autore critica:Cosetta G. Saba
Fonte critica:Carmelo Bene, Il Castoro cinema
Data critica:



Critica 3:
Autore critica:
Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:
Autore libro:

A cura di: Redazione Internet
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