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Colore viola (Il) - Color Purple (The)

Regia:Steven Spielberg
Vietato:No
Video:Warner Home Video
DVD:Warner Home Video
Genere:Drammatico
Tipologia:La condizione femminile, Razzismo e antirazzismo
Eta' consigliata:Scuole medie inferiori; Scuole medie superiori
Soggetto:Tratto dal romanzo omonimo di Alice Walker
Sceneggiatura:Menno Meyjes
Fotografia:Allen Daviau
Musiche:Quincy Jones
Montaggio:Michael Kahn
Scenografia:
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Danny Glover,Whoopi Goldberg, Margaret Avery, Oprah Winfrey, Willard E. Pugh, Carl Anderson, Susan Beaubian, Akosua Busia, Adolph Caesar, Rae Dawn Chong, Bennet Guillory
Produzione:Guber Peters Company
Distribuzione:Cineteca del Friuli
Origine:Usa
Anno:1985
Durata:

151'

Trama:

Romanzo epistolare imperniato sull'amore tra due sorelle di colore e sui loro differenti destini dal 1908 al 1937. Dalla brutale negritudine dell'adolescenza all'emancipazione dell'età adulta.

Critica 1:Tratto dal forte e pluripremiato romanzo (1981) di Alice Walker. S. Spielberg ha rischiarato la torva materia epica del romanzo con i colori romantici dell'elegia, smussando le tinte e attenuando i passaggi spinti. Carico d'emozioni, figurativamente sontuoso, regia inventiva. W. Goldberg un po' teatrale, ma bravissima.
Autore critica:
Fonte criticaIl Morandini - Dizionario dei film, Zanichelli
Data critica:



Critica 2:Undici “nominations” per l'Oscar, nessun premio. Il colore viola, a parte le questioni estetiche, diciamo così, ha dato fastidio a molti. Ai bianchi, evidentemente, che hanno in mano i cordoni della borsa in cui sono custodite le ambite statuette dell'Accademia (qualcuno dice che Spielberg è stato punito per aver elevato a protagonisti personaggi - e relativi interpreti - di colore). E ai negri, che hanno manifestato “contro” (ci sono stati persino dei dibattiti nelle comunità e nelle chiese per “colored men”). “Il colore viola vi fa vedere rosso, soprattutto se siete un nero” - è la battuta di un critico di colore. (...) Ma Il colore viola è proprio un film sui negri? Parla di negri, certo, è tratto dal romanzo di una autrice di colore ed è interpretato soprattutto da negri, ma non si direbbe proprio un lavoro sulla “condizione negra”. Spielberg non è così stupido da ignorare che dopo La capanna dello zio Tom e Via col vento ci sono stati dei cambiamenti, che la gente di colore si è mossa, ha chiesto delle cose, ottenuto altre, e che insomma chi si accosta oggi alla questione non può ignorare fatti recenti e meno recenti. Anche nel considerare eventi dei passato: come fa Alice Walker, l'autrice dei romanzo da cui il film è tratto. La Walker nera e femminista, ha raccontato infatti la storia di un personaggio femminile che si dipana dal 1908 al 1937 nutrendo però il racconto di rabbia e di amarezza; dandogli cioè un “taglio”, se non contemporaneo, almeno valido anche per oggi. Non manca però una forte componente lirica, ed è questa che Spielberg ha sviluppato soprattutto con il suo sceneggiatore Menno Meyjes d'origine olandese. Come si sono permessi, questo bianco americano e maschilista e un olandese, dunque un europeo, di portare sullo schermo una specie di “manifesto” della cultura di colore? A Spielberg, come sempre, interessa lo spettacolo. Il problema principale per lui, nell'adattare per lo schermo le pagine della Walker, era trovare il modo migliore di restare fedele al romanzo anche se questo ha una struttura epistolare: infatti è composto delle lettere che Celie, la protagonista, manda a Dio (per confidare a qualcuno le sue umiliazioni e per trarne consolazione) e alla sorella lontana, nonché dalle risposte che questa le invia (anche se Celie le leggerà poi tutte insieme, dopo che Si l'avrà aiutata a trovarle nel nascondiglio di “Mister”). L'autore di Incontri ravvicinati, di I cacciatori dell'Arca perduta, di E.T. e di Indiana Jones dichiara di aver voluto cimentarsi in un'impresa nuova, di aver voluto abbandonare per un momento le storie avventurose e fantastiche per adolescenti (comprendiamovi anche i film prodotti per gli altri) e fare un film “adulto”, senza effetti speciali. Si può dire per questo che il trentottenne eterno ragazzo ha compiuto una svolta, è diventato un altro? Mai più. Se ragazzo era, ragazzo resta: un narratore di belle storie, una favolista impenitente. Ha girato, ancora una volta, un film cattivante, ben dosato tra dramma e commedia, sorriso e lagrimuccia, e alcuni non gli perdonano di aver fatto una pellicola “popolare”, rivolta ad ogni tipo di pubblico, e non qualcosa di “sperimentale” o di contenuti socialmente impegnati. In fondo Celie è come E.T., brutta e simpatica. A Spielberg interessa lo “spettacolo”, diciamo pure di tipo dickensiano (vedi il riferimento all'Oliver Twist, la lettura di Celie), cioè con tutti! gli elementi per interessare e piacere.
Nessun effetto speciale, è vero. Un budget medio (15 milioni di dollari, molto meno che per gli altri film spielberghiani), uso di attori poco noti (conosciuti semmai fra il pubblico di colore e delle televisioni locali): quattro attori, sui sette che agiscono nei ruoli principali, non hanno mai fatto dei cinema, altri sono addirittura “presi dalla strada”, come si suol dire. Per la prima volta, considerate le abitudini del regista, un film girato fra l'altro senza “storyboard”, ossia senza la sceneggiatura disegnata inquadratura per inquadratura, e ciò per lasciare agli attori la massima libertà di azione, anche di improvvisazione, quando occorre. Anche se fedele nei dialoghi al romanzo della Walker, Spielberg addolcisce il racconto e, appunto, lo fa diventare suo, cattivante e conciliante. (...) I negri veri, il paradiso, lo vogliono subito. Anche un personaggio dei film, Sofia, la negra irriducibile, che si oppone alla rassegnazione di Celie (convinta, quest'ultima, che “la vita finisce presto, il Paradiso è eterno”). Ma non basta questo particolare ad agganciare Il colore viola ai film sulla tematica negra. I “colored men” del film non costituiscono una “categoria” a parte, il cui problema è il rapporto con i bianchi. Anche questo elemento (Sofia che si oppone al sindaco e passa otto anni in galera) è un momento in fondo secondario nell'economia dei racconto. I negri che si vedono nel film sono agricoltori e borghesi, ben vestiti e ben pasciuti, e se c'è segno di schiavitù è all'interno della loro società (il patrigno e poi il marito di Celie nei confronti di quest'ultima). “Mister”, tra l'altro, è inquadrato un paio di volte, dal basso, esattamente come un tiranno bianco. (...)
“Sei brutta, sei povera, sei negra, sei donna” dice “Mister” a Celie. Il film è la storia di una donna, una componente della quale è essere negra, ma questo non è l'elemento principale. Neppure l'essere donna in senso “femminista”, anche se non uno dei personaggi maschili è positivo. È la storia di una vittima, personaggio dalle grosse possibilità drammaturgiche, in quanto noi ci identifichiamo con lei, com-patiamo mentre sopporta e sopporta, ed aspettiamo l'inevitabile momento in cui il coperchio salta e il buon diritto sconfigge alla fine la prepotenza e la malvagità. È una bella storia. “Mister” non riesce ad abbrutire Celie, a prenderle l'anima, nonostante la condizione di servaggio di lei. Celie conserva sempre una sua sorta di superiorità morale ed è capace di far scattare delle efficaci difese interne: non tanto perché compie le piccole vendette tipiche degli oppressi (sputa nel bicchiere d'acqua che offre al padre del suo tiranno), quanto per l'ironia e il distacco, non disgiunti da un chiaro anche se muto giudizio, con cui assiste a certi comportamenti del marito.
Ci si riferisce in particolare alla sequenza in cui Celie corregge gli errori di “Mister” quando questi cala in cucina e vuoi fare tutto lui per dar da mangiare a Shug appena ospitata in casa, onde crearsi dei meriti nei confronti dell'amante; e a quella in cui lei è pronta a porgere all'uomo scarpe, camicie, polsini e cravatta quando questi ha fretta di vestirsi “della festa” per andare a raggiungere Shug. Si noti: Celie attende che “Mister” sia costretto a cercare, ad annaspare, obbligandolo così a prendere atto che la schiava della casa in realtà ne è il motore. Via lei, infatti, quella casa diventerà un porcile.
A proposito di Shug, quello della cantante “peccaminosa” è un personaggio straordinario. Collabora decisamente a risvegliare Celie dal suo letargo, ad emanciparla, a farla rivelare a se stessa come donna e come persona; è lei a dimostrarle che può essere oggetto d'amore, quell'amore che nonostante i tanti amplessi subiti fin dall'età dei giochi non aveva mai conosciuto. (...) Shug è davvero la seconda sorella di Celie. Nettie, dal canto suo, ha fornito la prima delle armi con cui Celie “resiste”, cioè le ha insegnato a leggere. Leggere le belle storie stampate nei libri, vivere le avventure fantastiche riversate sulla pagina è una rivalsa dello spirito sulla brutalità della materia: come andare al cinema, insomma, come vivere la vita fittizia dello schermo quale surroga di quella di tutti i giorni. Scrivere, leggere, parlare: insomma comunicare, capire, pregare. Celie non a caso dialoga con Dio, e l'unico bigliettino che riesce a conservare negli anni, tra quelli che la sorella compilava per insegnarle a leggere, reca la parola “Sky”, cielo. Trovato nella spazzatura, si noti, il che rafforza il rapporto tra la mediocrità dei quotidiano e la luminosità dei sogno (“lumen/ numen”, è il caso di dirlo). In questa ottica dello spettacolo triumphans, Spielberg piega tutto alla sua “filosofia”. Anche il “realismo” di scene come quella della separazione traumatica delle due sorelle; anche le scene “forti” (o che tali dovrebbero essere) come quella dei rapporto lesbico fra Shug e Celie; anche il dramma razziale, che poco o tanto è presente (non poteva essere assente del tutto, dato il “plot”), di Sofia pestata sotto i piedi dai bianchi che non sopportano l'alzata di testa della “sporca negra” (difficilmente credibile, tra l'altro, in una comunità della Georgia Anni Venti). Vedi anche il modo in cui è evocato il mondo africano. In un primo tempo il grande sole davanti al quale Celie legge le lettere della sorella lontana diventa quello dei Continente Nero, e in questo paesaggio visto con gli occhi della fantasia corrono giraffe e zebre, troneggiano maestosi gli elefanti, fino a che in controluce, davanti a quello stesso sole, appare “Mister”, minaccioso e autoritario come non mai (un'altra volta il legame fra i due mondi è di natura sonora: durante la lettura, il ritmo delle gocce che cadono nei secchi, a raccogliere l'acqua che filtra dal tetto durante un temporale, diventa il ritmo delle percussioni africane). Poi il rapporto si fa stretto, assume un tono concitato fino a creare una contemporanea alternanza di chiara effettistica narrativa: la stessa musica di tamburi unisce la lama di rasoio che brilla nelle mani di Celie, sempre più vicina alla gola di “Mister” (ulteriore “suspense” è aggiunta - siamo al triplo salto mortale - da Shug che ha capito cosa sta succedendo e che corre ad impedire l'irreparabile) e il coltello nelle mani dello stregone africano che si appresta a “far diventare uomo” il figlio di Celie nella cerimonia di iniziazione, laggiù nell'Africa Nera. Vedi, a proposito di effetti, l'estremizzazione delle situazioni (casa sporchissima, prima che arrivi Celie / casa lucentissima, dopo il suo arrivo / stivali sporchi di fango del padrone sulla tavola apparecchiata con cura) e i ben calcolati momenti di umorismo, che con la tipica meccanica della dilazione confermano le attese dello spettatore e aumentano il divertimento (come nell'episodio del padre di “Mister”, che per tre volte ritarda il momento di bere l'acqua in cui Celie ha sputato, versione divertente degli indugi hitchcockiani relativi al personaggi che non si sa se si decideranno “finalmente” a bere il veleno versato nel bicchiere). Divertimento, divertente. Definizione che si attaglia bene a Il colore viola, tutto sommato, in tutte le accezioni del termine. Tutto il resto viene assorbito dal fattore spettacolare, inutile trovarci significati profondi, come potrebbe apparire a prima vista anche dall'enunciazione di concetti come - a proposito della struttura fluviale del racconto, al fluire del tempo - “più le cose cambiano, più restano uguali”. No, non è il caso di credere alla “faccia feroce” di un regista la cui insegna potrebbe essere una frase circolante nel mondo anglosassone e fatta propria dai giovani di casa nostra che sbandierano la loro intenzione di rimanere tali nell'animo: “Be as child as long as you live” (non ben traducibile, in italiano, ma pressappoco: “Resta ragazzo finché vivi”).
Autore critica:Ermanno Comuzio
Fonte critica:Cineforum n.258
Data critica:

10/1986

Critica 3:
Autore critica:
Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:Colore viola (Il)
Autore libro:Walker Alice

A cura di: Redazione Internet
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