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American Beauty - American Beauty

Regia:Sam Mendes
Vietato:14
Video:Dreamworks
DVD:
Genere:Drammatico
Tipologia:Disagio giovanile, Giovani in famiglia
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Alan Ball
Sceneggiatura:Alan Ball
Fotografia:Conrad L. Hall
Musiche:Thomas Newman
Montaggio:Tariq Anwar, Chris Greenbury
Scenografia:Naomi Shohan
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Scott Bakula, Annette Bening, Wes Bentley, Thora Birch, Ara Celi, John Cho, Chris Cooper, Peter Gallagher, Allison Janney, Sam Robards, Barry del Sherman, Kevin Spacey, Mena Suvari
Produzione:Bruce Cohen e Dan Jinks
Distribuzione:Uip
Origine:Usa
Anno:1999
Durata:

122'

Trama:

Lester è un pubblicitario, sua moglie Carolyn un'agente immobiliare e la loro figlia Jane un'adolescente qualunque. Tutto procede senza sussulti finché Lester non si invaghisce di una compagna di scuola della figlia: l'ossessione sessuale lo spinge a riflettere sulla propria vita e ad ammettere la propria frustrazione. Abbandona il lavoro, ricomincia a farsi la canne ed a vivere come ai bei tempi del liceo, finché la sua tardiva ribellione non provocherà effetti drammatici.

Critica 1:Perfetto. Non una nota stonata, mai un'inquadratura superflua. Così stupefacente da riconciliarci con una cinematografia, quella americana, che sembra aver dato il cervello all'ammasso. Invece American Beauty è di cristallina intelligenza. Un po' requiem per il Sogno Americano come si usava nei '70, un po' pura cattiveria in acido come in Happiness Ma se il film di Solondz era un condensato di sgarbata genialità, questa opera prima (opera prima!) dell'inglese Mendes é amorevolmente cattiva, lucida come un teorema sugli ultimi tristi scampoli del Novecento. Niente e nessuno manca all'appello: l'apparire e l'avere più forti del sentire e dell'essere, il delirio di una vita trasformata in merce e la demenza collettiva del glamour, il successo come unico metro di giudizio e la nuova genia degli "uomini forti", la normalizzazione che cancella ogni dissenso e l'infelicità rimossa nel nome della frenesia del fare e del possedere. Nel film si procede come in una sinfonia, dall'allegretto al grave, mescolando simbolismo cromatico e cromatismo sociologico, sfiorando generi e ridisegnando patologie. Nulla di nuovo sotto il sole, solo che questo sole ha una nuova luminosità. E a tratti brucia d'incanto. Almeno in tre sequenze. Quella del desiderio, rosso come una rosa. Quello della morte, momento sommo e forse unico di coscienza e pacificazione. E infine quello del sacchetto volteggiante in aria, inafferrabile e francescana essenza di bellezza, l'idea più bella e pregnante dell'intero film. Che Mendes dirige con democratica saggezza. Regalando ad ogni attore il suo momento d'oro, anche se la parte dei leoni la fanno il suadente Spacey e la nevrotica Bening. Tutti da Oscar, nessuno escluso. Come, almeno meritevoli di nomination, sono l'arguto scrittore, il raffinato direttore della fotografia, l'incantevole autore delle musiche. Applausi a scena aperta come a teatro. Perfetto. Perfino troppo.
Autore critica:Stefano Lusardi
Fonte critica Ciak
Data critica:



Critica 2:"Tra un anno sarò morto", dice la voce fuori campo di Lester Bumham (Kevin Spacey). Ma in fondo, aggiunge, "sono già morto". L'io narrante di American Beauty parla da un luogo e da un tempo paradossali, che stanno oltre il film, al di là della sua vicenda. Qualcosa di simile accadeva in La fiamma del peccato di Billy Wilder. "Non ho avuto i soldi e non ho avuto la donna": così, all'inizio, la voce fuori campo di Walter Neff (Fred McMurray) ne anticipava la conclusione. Allora, nel '44, la confessione postuma dell'assicuratore sottolineava l'ineluttabilità, la fatalità tragica della storia. Ora, invece, non c'è tragedia, in quest'angolo ricco e misero, ordinato e vuoto d'America. Niente giustifica l"'attenzione" del fato: non vette dell'anima, e neppure abissi. Sam Mendes e Alan Ball (sceneggiatore) non raccontano grandi caratteri né pulsioni irrefrenabili, ma solo vite mediocri e mediocri aspettative. E infatti il linguaggio di American Beauty non è quello della tragedia, ma quello della commedia, con più d'un momento che parrebbe muoverci al riso. Anzi: che ci muoverebbe al riso se, come un'angoscia senza fine, non ci sentissimo addosso una compassione atterrita. Perché, dunque, la sceneggiatura ci anticipa la morte su cui si chiuderà il film? Perché lo fa attraverso il paradosso dell'io narrante? In parte, la risposta viene da quel "sono già morto". È un morto che racconta di morti, Lester Burnham. Nelle vie tranquille e silenziose d'un quartiere tranquillo e silenzioso, nelle case piene di rispettabilità esibita e pacchiana, quello che manca é la vita. La sostituisce una sua caricatura: il mito del successo come criterio supremo d'autostima, l'ideale coatto e nevrotico della costruzione agonistica di sé, la miseria d'un individualismo senza individui, e perciò subìto, faticoso, ideologico. Verrebbe da definirla nichilistica, questa tragicomica caricatura della vita, se non fosse per il fatto che non sembra reggere il peso d'un termine tanto impegnativo. Non c'è vera sofferenza di sé né, tanto meno, dolorosa autoironia, neppure nella forma degradata e cattiva del cinismo, nello stile di vita degli uomini e delle donne di American Beauty. C'è invece neutralità del cuore, indifferenza pacificata. Lester è già un morto tra morti, appunto. Quello che, tuttavia, lo rende dissonante, pur nell'uniformità generale, é un sentore d'infelicità, un seme d'inquietudine, Ha la fortuna di non aver avuto successo, e di non soffrirne come d'una sconfitta. Da qui può nascere la sua ribellione, non grande, non tragica, non fatale: tragicomica, tutt'al più. Una ribellione, ancora, che si esaurisce in una strategia anch'essa non grande, non tragica, non fatale. Per sottrarsi alla caricatura della vita, Lester si sottrae alla vita. E infatti si rifugia nella propria consapevole mediocrità, accettandone e godendone l'indifferenza: qualche spinello, una vecchia auto sportiva, un po' di ridicoli esercizi fisici, risposte crudeli alla moglie Carolyn (Annette Bening), disamore per la figlia Jane (Thora Birch), passione senile e patetica per Angela (Mena Suvari). É difficile, in platea, identificarsi con lui, Piuttosto, e con gran pena, ci si scopre a temere di somigliargli, anche solo un po'. In fondo, Lester minaccia d'essere una nostra angosciante, agghiacciante eventualità. D'altra parte, American Beauty non si limita a dare immagine alla miseria e alla mediocrità, alla solitudine e alla sofferenza. Non è indifferente e pacificato, lo sguardo di Mendes e Ball. E per questo che in platea ci sentiamo sì gravati da una compassione atterrita, ma non "abbandonati" alla mediocrità vuota dei protagonisti (così finiva per fare, nel '98, il Todd Solondz di Happiness). Al contrario, pone in questione i propri personaggi, ce ne fa intravedere le possibilità. Basti pensare alla splendida ultima sequenza. Attorno al colpo di pistola risolutore, il montaggio intreccia i rancori e le ignominie di tutti i personaggi principali. Ma insieme ne illumina per così dire l'altro lato: le verità tenute nascoste anche a sé, le sofferenze, i rimpianti, il dolore finalmente aperto e "generoso" (soprattutto quello di Carolyn che, di fronte al cadavere di Lester, ha il solo grande, tragico gesto d'amore di tutto il film). Il cinema di Mendes e di Ball riesce dunque a essere morale. Non giudica della moralità o immoralità del personaggi (sarebbe solo moralistico). Piuttosto, ha il coraggio d'essere uno sguardo. Ed é questo, forse, il senso pieno dell'esordio del film, con la sua anticipazione narrativa paradossale. Ponendosi e ponendoci subito oltre il film, al di là della sua vicenda, American Beauty dichiara d'avere un punto di vista esterno alla storia narrata. Se si preferisce: s'impegna a non ridurre la miseria narrata a una miserabile narrazione.
Autore critica:Roberto Escobar
Fonte critica:Sole 24 Ore
Data critica:

6/2/2000

Critica 3:La famiglia di American Beauty sembrerebbe possedere tutti i requisiti per essere felice. Padre e madre con un lavoro sicuro, due belle automobili, una casa ben arredata e un fioritissimo giardinetto. Ma è soltanto apparenza: quella che si riunisce ogni sera davanti a una tavola accuratamente imbandita è in realtà un concentrato di insoddisfazione. Una madre che vorrebbe aumentare i suoi già buoni successi professionali, un padre che non sopporta più il carattere spersonalizzante del suo pur remunerativo lavoro, una figlia inquieta con molti problemi, tra cui la difficoltà di comunicazione con i genitori. Un padre che ha sempre la testa tra le nuvole e una madre troppo attenta all’immagine esteriore, che tende a far sempre finta che tutto vada bene.
L’adolescente Jane ha due modelli con cui confrontarsi. Da una parte l’amica Angela, attenta a seguire le mode e convinta dell’importanza di possedere un’immagine di successo, e il cui ideale è quello di diventare una modella. Dall’altra il misterioso Ricky, la cui bizzarra abitudine di riprenderla in ogni luogo fa nascere in lei il pregiudizio e il sospetto di trovarsi di fronte a un maniaco. In verità, Ricky possiede una visione del mondo molto particolare: Jane finisce per restare affascinata dal suo guardare il mondo con occhi diversi.
Oggetto delle sue riprese video sono quegli aspetti della realtà che parrebbero essere privi di una bellezza esteriore e che tuttavia presentano, al di là dell’immagine di superficie, una bellezza diversa, più interessante e profonda. Ricky filma ciò che è morto, ciò che è sporco, ciò che è imperfetto, ritenendo che in tale imperfezione risieda la bellezza più autentica. Attraverso il comportamento di questo personaggio il film affronta la questione della memoria e dell’identità come valori centrali nella formazione dell’adolescente contemporaneo. Ricky sostiene di aver bisogno di ricordare per sfuggire all’indistinzione di massa, per trovare un’immagine autentica di sé.
Alla ricerca di una nuova dimensione esistenziale è anche Lester Burnham, il padre di Jane. Per questo personaggio, che ha rinunciato alle sicurezze professionali e ritiene che sia giunto finalmente il tempo di godersi la vita, il corpo sognato dell’adolescente Angela, oltre che l’oggetto del desiderio, diventa anche il luogo in cui realizzare una vera e propria fuga dal mondo reale. Vedi le rappresentazioni della ragazza osservata in soggettiva, sdraiata nuda su un letto di petali di rosa. L’adulto si trasforma così in un adolescente innamorato che incontra l’amore con lo stupore della prima volta. Le attenzioni di Lester nei confronti di Angela si prestano a provocare il giudizio dello spettatore su una sua eventuale tendenza alla pedofilia, ma la tenera comprensione da lui dimostrata di fronte alla dichiarazione di verginità di Angela sgombra il campo da tali sospetti. Liberandosi dalle convenzioni che la società prevede per la sua vita di adulto, Lester ritrova anche l’attenzione e il dialogo nei confronti della figlia.
Un dialogo che, invece, manca completamente tra Ricky e il padre, un colonnello dei marines in pensione, con il culto delle armi e nella cui casa dominano il silenzio e la devozione assoluta alla sua persona. È da una sua soggettiva interpretazione, viziata dal pregiudizio nei confronti della mitezza del figlio e dell’omosessualità, che si scatena la tragedia finale.
Jane Burnham è la figlia adolescente di una coppia benestante che vive in un elegante quartiere di Los Angeles. Il “quadretto” familiare si guasta quando il capofamiglia, Lester, annuncia di essersi appena licenziato e quindi inizia a corteggiare Angela, l’amica del cuore della figlia. Le scelte del padre risultano difficile da comprendere per Jane, che inizia a frequentare Ricky, il vicino di casa suo coetaneo. Messa in guardia da Angela, la ragazza è dapprima assai sospettosa nei confronti del giovane, che di tanto viene sorpreso a filmarla. Poi, a poco a poco, tra i due nasce una tenera relazione. Una sera Lester viene ucciso dal padre di Ricky, un ufficiale in pensione che scambia per una relazione omosessuale i piccoli traffici di marijuana tra il figlio e il vicino. Poco prima di essere ucciso, Lester si era appartato in una stanza con Angela, ma aveva rinunciato a consumare il rapporto sessuale con la giovane.
Autore critica:Umberto mosca
Fonte critica:Aiace Torino
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:
Autore libro:

A cura di: Redazione Internet
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