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Alibi era perfetto (L’) - Beyond a Reasonable Doubt

Regia:Fritz Lang
Vietato:No
Video:Biblioteca Rosta Nuova, visionabile solo in sede
DVD:
Genere:Noir
Tipologia:Diritti umani - Pena di morte, Mass media
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Tratto da un racconto di Douglas Morrow
Sceneggiatura:Tratto da un racconto Di Douglas Morrow
Fotografia:William Snyder
Musiche:Gilbert Herschel Burke
Montaggio:Gene Fowler Jr.
Scenografia:Carroll Clark
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Dana Andrews (Tom Garrett), Sidney Blackmer (Austin Spencer), Philip Bourneuf (Thompson), Joan Fontaine (Susan Spencer), Barbara Nichols (Sally)
Produzione:Bert Friedlob per Rko Teleradio Pictures
Distribuzione:Non reperibile in pellicola
Origine:Usa
Anno:1956
Durata:

80’

Trama:

Un editore propone al suo futuro genero, ex giornalista e scrittore, di fingersi colpevole di un omicidio, in modo da poter essere condannato al processo. Dimostrando poi la sua innocenza potrà portare un contributo determinante alla battaglia contro la pena di morte. L'uomo dissemina, così, indizi che lo fanno accusare dell'omicidio di una ballerina, viene accusato e condannato. Ma, al momento di fornire le prove della sua innocenza, l'editore muore in un incidente stradale. E l'imputato rischia davvero l'esecuzione capitale.

Critica 1:Per ottenere l'abolizione della pena di morte, editore chiede al fidanzato della figlia di confessarsi omicida di una ballerina, farsi arrestare, processare e condannare. Ultimo film americano di Lang. Inesorabile come un teorema e fondato su una scommessa: mostrare un uomo affascinante e pulito e dimostrare negli ultimi due minuti che è un mascalzone. Macellato dai produttori.
Autore critica:
Fonte criticaIl Morandini – Dizionario dei film, Zanichelli
Data critica:



Critica 2:Beyond a Reasonable Doubt (L'alibi era perfetto, 1956) non ha matrici letterarie. Anzi, si svolge tutto in bilico tra due generi hollywoodiani e televisivi, newspaper movie e courtroom drama. Un riconoscibile motivo musicale - la canzone «Beyond a Reasonable Doubt» eseguita da The Hi-Los - ci guida nell'intreccio consueto di istinti e delitti, dove l'ambiguo ritratto di Susan provoca reminiscenze hitchcockiane. Lo scranno che all'inizio fulmina il condannato Peters, avviando la polemica contro l'esecuzione capitale, ha brillato già nel finale di Scarlet Street. Il regista si avvita su se stesso, sui temi abituali, in tiri gioco ben strutturato ma stanco, ripetitivo. Durante le riprese litiga con il produttore Bert Friedlob, che prima gli dà carta bianca, poi giudica troppo violente le scene ambientate nel braccio della morte.La misura è colma, per Lang, che affida l'opera al bravo montatore Gene Fowler, concedendosi una pausa di riflessione. Ha sessantasei anni ormai, anche se il volto angoloso ha acquistato in forza e autorevolezza. Non è più il dandy venuto dall'Europa a scambiare un preciso stile artistico-esistenziale con il colore e il profumo dei dollari. Nelle foto dell'ultimo decennio sembra piuttosto un guru, un severo maestro dell'ascesi mistica, assomiglia sempre più alla sua creatura Mabuse e a un altro grande cineasta, John Ford. Si accorge, inoltre, che il suo status di autore a Hollywood va riducendosi in favore della serialità. Sospinto nel ruolo angusto del mestierante, Lang corre il rischio di bloccarsi nella melma dei serial. Il prodotto seriale, com'è noto, vive della confusione di forma e contenuto. In questo indistinto baluginare di elementi compositi l'anima si spenge, il talento si annulla, l'identità del creatore sfuma nella tirannica iterazione degli schemi. Così vuole il cliente, che ha sempre ragione.
L’indice di gradimento del pubblico determina la sorte dell'individuo, è un fatto. Questa e altre considerazioni passano, forse, nella testa di Lang, che immaginiamo seduto in collina, in compagnia di un buon sigaro e di una messe di ricordi. «Ripensai a tutto quello che era successo in passato - spiega a Bogdanovich - a quanti film erano stati rovinati. Poiché non avevo alcuna intenzione di morire d'infarto, dissi a me stesso: "('Credo che me ne andrò da questa gabbia di matti". E decisi di non fare più film in America». Se all'epoca di Fury, reduce dal nazismo, l'autore si era piegato con entusiasmo e molti spunti originali alle convenzioni ferree delle major hollywoodiane, alle evidenti schizofrenie di una democrazia puritana, tempo è venuto per rimpiangere lo stereotipo del creatore europeo nobile e solitario. Il ritorno e la rivalsa del superomismo mabusiano - rapace, autoritario, splendido nel divampare delle passioni - sanciscono, in Lang, la legittima aristocrazia del singolo opposta alle grigie moltitudini senza nome. L'estremismo sanguinario di Sigfrido, la determinazione oscura di Crimilde, le cupe foreste e i castelli su cui grava l’ alito magico del drago premono dall'Interno sui protagonista di Beyond a Reasonable Doubt. AI di là di ogni ragionevole dubbio sta un continente quasi inesplorato, dove gli eroi furiosi celebrano in eterno la propria ribellione al fato e alle regole sociali.
Chi è questo Toni Garrett, nome e volto comuni, se non l'ennesima e gloriosa personificazione della diversità? Un assassino, un malato (come Stephen Byrne, Harrv Prebble, Vince Storse e Roberr Manners), un illusionista. Paludato civilmente da giornalisra-scrittore, Tom è invece un guerriero pagano a caccia nella giungla notturna della metropoli. È vittima della propria natura eccentrica, crea l'immagine di un falso assassino che dissimula il criminale vero. Niente di nuovo, né per Lang né per la tradizione del gotico e del thriller. Eppure si intuisce una ferocia immensa dietro il banale pretesto dell'omicidio. Il compiacimento netto e irredento del gesto anarchico, folle, liberatorio dell'uccidere onde affermare se stessi. A un passo dalla salvezza, il mefistofelico Tom viene battuto dalle ragioni del cuore altrui e da quelle più ovvie della giustizia. Torna in cella e presumibilmente spirerà sul rogo della sedia elettrica, ma gli spettatori non sanno che ha vinto, cancellando una volta per tutte, con uno scatto di luciferino orgoglio, la grazia e i pentimenti del lieto file, imposti a una lunghissima catena di avi, irriducibili assassini-stregoni.
Autore critica:S. Socci
Fonte critica:Fritz Lang, Il Castoro Cinema
Data critica:

1995

Critica 3:
Autore critica:
Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:
Autore libro:

A cura di: Redazione Internet
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