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Silkwood - Silkwood

Regia:Mike Nichols
Vietato:No
Video:Ricordi Video, Vivivideo, Panarecord
DVD:
Genere:Drammatico
Tipologia:Il lavoro, La condizione femminile, Natura e ambiente
Eta' consigliata:Scuole medie inferiori; Scuole medie superiori
Soggetto:Alice Arlen, Nora Ephron
Sceneggiatura:Alice Arlen, Nora Ephron
Fotografia:Miroslav Ondricek
Musiche:Georges Delerue
Montaggio:Sam O'Steen
Scenografia:
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Meryl Streep, Kurt Russel, Susie Bond, Cher, Charles Hallahan, Richard Hamilton, Craig Richard Nelson, Diana Scarwid, Ron Silver, Josef Sommer, Fred Ward
Produzione:Abc Motion Pictures
Distribuzione:Non reperibile in pellicola
Origine:Usa
Anno:1983
Durata:

128'

Trama:

Karen Silkwood, operaia e sindacalista in una fabbrica di materiale radioattivo, raccoglie prove e indizi di quel che non funziona nello stabilimento, ma, nell'andare a consegnare i documenti, muore in un misterioso incidente.

Critica 1:Ispirato a un fatto vero del 1974, è uno dei migliori film di M. Nichols, nonostante inutili indugi descrittivi, ma vale soprattutto per la direzione degli attori: M. Streep e Cher ebbero una nomination agli Oscar insieme con la regia, la sceneggiatura e il montaggio. Il cinema entra raramente in fabbrica: questa è una bella eccezione.
Autore critica:
Fonte criticaIl Morandini - Dizionario dei film, Zanichelli
Data critica:



Critica 2:Evidentemente c'è una cattiva coscienza nazionale che turba i sonni dell'America così da aprire una valvola di sicurezza sostanzialmente psicologica con film che ti parlano di corruzione politica, di contaminazione radioattiva, di cinismo giornalistico e d'altre magagne ancora. (...) Ma, non dimentichiamolo, a Nichols dobbiamo anche Il laureato, un'opera forse non folgorante ma di quasi storica importanza, una testimonianza di psicologia e di costume come nessuno sino a quel momento aveva fatto in America. (...)
Certo, da un punto di vista registico Nichols non è un “auteur” e nell'insieme della sua opera non sono facilmente rintracciabili tematiche e stilemi personali. È ciò che di solito capita in Usa quando un regista opera nelle fila del teatro, quando, avendo alle spalle un'importante esperienza teatrale, si divide più o meno equamente fra l'uno e l'altro campo. Le ragioni di ciò sarebbero non poco interessanti da leggere e vagliare, ma non è questo il momento per farlo. Ciò che conta, in relazione al nostro discorso, è che Silkwood non è “un film di Nichols”, ma un film diretto da Nichols. E fortunatamente, molto bene.
La scena è un'America nixoniana, un inusitato Far West lontano dall'oleografia cui tanti film ci hanno abituato. Non ci sono vecchietti originali e mogli insoddisfatte, ragazzetti destinati al servizio militare e torbide università di provincia. Questo Ovest è quello vero, una terra ormai industrializzata, dei tutto aliena da tradizioni e clichés. E non è nemmeno un'America proiettata verso il futuro, il paese dei “nuovo” e dell'irregolare: tutto vi coesiste, alta tecnologia e provincialismo, meschinità e libertà individuale. Karen vive tranquillamente nella stessa casa con un'amica lesbica, ma quando questa si porta in camera una amante ecco che subito la prima ridacchia in privato coi suo uomo, tipica riprova della legge sociologica secondo cui la mentalità cambia più lentamente dei costumi. Ma Nichols non intende moraleggiare, la mdp sceglie la difficile via della (supposta) oggettività e segue passo passo la protagonista nell'iterazione dei gesti quotidiani rinunciando a una significazione che non sia nelle cose stesse e nella loro fenomenologia. Osserviamo quella festicciola di compleanno improvvisata nel reparto, quell'orribile sottoveste in nylon: è una sequenza ideale per dimostrare quanto si diceva più sopra. Apparentemente essa è ideata per sottoporre allo spettatore l'incoscienza degli operai, ormai così abituati alla routine dei lavoro da non tenere in conto i pericoli dei luogo in cui si trovano. Una torta mangiata a due passi da radiazioni potenzialmente mortali è certamente strumento di denuncia. Ma per un momento fingiamo che dietro quel vetro non vi sia uranio o plutonio, bensì - che so? un motore d'automobile in una fase dei suo montaggio. Verrebbe forse meno l'angosciante sensazione di squallore, di monotonia, di vuoto che quella sottoveste si porta dietro? D'accordo, l'obiezione a questo punto è inevitabile: perché allora fare un film proprio in un ambiente dei genere? Perché non scegliere, appunto, una fabbrica d'automobili o qualcosa di comparabile? Rispondere che Sílkwood si ispira a un fatto realmente avvenuto (o quanto meno a una storia e a personaggi reali) evidentemente non basta: la pellicola non è un cinegiornale, e dunque qualsiasi modificazione - anche la più ardita e radicale - alla cronaca sarebbe stata in se stessa accettabile. Il punto in effetti è un altro, e più specificamente che tutto il film è concepito come una metafora generale di carattere esistenziale.
Osserviamone la struttura di fondo. Di plutonio e uranio se ne vede ben poco, anzi praticamente nulla; le famose barre incriminate vengono più volte citate, ma mai mostrate; le radiazioni - del resto invisibili - trovano il loro correlativo oggettivo in quella luce rossa e in quel ronzio intermittente che incombono sui personaggi come una spada di Damocle e per tutto il film si parla di pericolo e di misure di sicurezza senza che la pellicola conceda alcunché ai risvolti potenzialmente informativi, documentari, “realistici” della cosa. Tutto questo - e altro ancora - contribuisce perfettamente a creare un'atmosfera, una sensazione di allucinazione, di mistero, di incertezza, di provvisorietà che è poi la cifra della vita dei protagonisti, e di Karen in particolare. In questo senso il primo incidente automobilistico della protagonista è soltanto la figura di un destino, il segno di un tracciato cui la donna non può sfuggire, come dimostra l'incidente posteriore nel quale ella perderà la vita. Da questo punto di vista l'abbandono della fabbrica da parte del suo uomo significa molto più della rottura di una routine insoddisfacente o di una decisione presa in conseguenza del timore di un pericolo effettivamente esistente per chi vi lavora: esso è una scelta di vita, una rivolta non contro uno specifico oggetto, una specifica situazione, bensì contro una concezione perdente della propria esistenza. L'uomo opta per un lavoro concreto, individuale, autonomo, laddove Karen si invischia sempre più nei meccanismi dei potere, sia per la sua attività sindacale sia per le reazioni dei padronato nei suoi confronti davanti a questa scelta. In effetti sindacato e padronato si equivalgono: ambedue giocano sulla pelle degli individui per il perseguimento dei loro fini. E la vita di Karen corre ineluttabilmente verso la sua conclusione che in certo senso non è tanto riassunta dalla sua morte quanto dalla terribile sequenza dell'invasione della sua casa da parte dei tecnici. Lo smantellamento dell'edificio è evidente metafora dei crollo subìto dalla vita della donna, della dissoluzione dei referenti minimi, quotidiani della sua esistenza. La morte effettiva della protagonista è anzi un momento stridente nell'economia dei film. Giustamente Nichols non la mostra, ma al tempo stesso commette l'errore di celebrare il personaggio nell'ultima scena con un ralenti del tutto inadeguato alla dominante di squallore che per l'intera pellicola ne era stata l'immagine emblematica. Birre in lattina e chiacchiere oziose e stanche sulla veranda nel tramonto e nella calura estiva di un'Arizona desolata hanno poco a che fare con le fresche, edeniche immagini di Karen colta da un rallentatore che sembra immortalarla per i posteri. Di Karen rimangono piuttosto le tristi visite ai suoi figli, la paura davanti alla luce rossa e al suo intermittente ronzio, la meraviglia della provinciale giunta in città, le frasi ideologizzate ripetute meccanicamente a chi la rimprovera di compromettere se stessa e i suoi compari davanti al padronato. Il resto non esiste, è semplice retorica. Lo dimostrano le lacrime dell'amica nel finale, le prime che un personaggio in diritto di piangere dall'inizio alla fine del film versa silenziosamente ricordando non certo i giorni felici - ce ne sono mai stati? - ma la solitudine e il dolore della vita dell'amica così come della sua. Ed anche persino un amore che poteva essere e non è stato, una felicità che Karen ha rifiutato: non per caparbietà, leggerezza o cattiveria, ma solo e soltanto perché, come spiega all'altra sulla veranda, lei non è fatta a quel modo. Perché fra l'amore e la morte Karen ha da sempre scelto inconsapevolmente la seconda.
Autore critica:Cineforum n. 234
Fonte critica:5/1984
Data critica:



Critica 3:
Autore critica:
Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:
Autore libro:

A cura di: Redazione Internet
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