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Altra vita (Un') -

Regia:Carlo Mazzacurati
Vietato:No
Video:Vivivideo
DVD:
Genere:Drammatico
Tipologia:Migrazioni
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Franco Bernini, Carlo Mazzacurati
Sceneggiatura:Franco Bernini, Carlo Mazzacurati
Fotografia:Alessandro Pesci
Musiche:Ralph Towner
Montaggio:Mirco Garrone
Scenografia:Massimo Spano
Costumi:Maria Rita Barbera
Effetti:
Interpreti:Silvio Orlando (Saverio), Adriana Biedrzynska (Alia), Claudio Amendola (Mauro), Antonella Ponziani (Rita), Giorgio Tirabassi (Vanni), Monica Scattini (Luisanna), Pasquale Anselmo (Jacobino), Maciej Robakiewicz (Lev), Luisa De Santis (assistente di Saverio), Antonello Fassari (Remo), Daniele Ciocca, Laura Devoti, Valentina Lainati, Kim Rossi Stuart
Produzione:Angelo Rizzoli per Erre Produzioni - Raidue
Distribuzione:Non reperibile in pellicola
Origine:Italia
Anno:1992
Durata:

99’

Trama:

Saverio, dentista ancora giovane, è separato dalla moglie e vive solo, esercitando svogliatamente la sua professione. A rompere la monotonia delle sue giornate ripetitive, capita un giorno alla porta dello studio Alia, una giovane straniera agitata e dolorante, per farsi curare un dente. Le fa notare che sono necessarie alcune sedute ma lei insiste perchè la curi subito. Saverio inizia il lavoro e le mette a disposizione una stanza perchè riposi un poco fra un intervento e l'altro, ma quando va a chiamarla, la donna è scomparsa senza pagare, lasciandolo sorpreso e dubbioso. Alia si ripresenta dopo qualche giorno per proseguire la cura. Graziosa e un po' misteriosa, Saverio inizia timidamente a corteggiarla, trovandola disponibile, ma poi Alia scompare di nuovo. Incuriosito e attratto, Saverio si mette a cercarla. le sue ricerche lo portano a conoscere Mauro, un ragazzo che finisce con l'indurre il demotivato dentista a seguirlo sera dopo sera da un bar a un locale equivoco, da una discoteca a una casa di appuntamenti. Una sera Saverio nota che, dopo una discussione animata con un ragazzino, Mauro corre via eccitatissimo. Insospettito lo segue e giunge a una baraccopoli in riva al mare, dove vivono rifugiati d'ogni provenienza, giusto in tempo per tentare di salvare Alia, che ha tentato di uscire dal giro di Mauro, facendolo infuriare. Mentre Saverio sta per soccombere in una rissa impari con Mauro, la ragazza, impacciata ed esitante, si impadronisce della pistola caduta al malavitoso e spara.

Critica 1:L'incontro con una ragazza russa che se la sfanga male a Roma in attesa di un visto per il Canada porta un giovane dentista a contatto con gli arricchiti di periferia e la violenza malavitosa del Tuscolano e di Tor Bella Monaca. Con lontani echi di Fuori orario (1985) di Scorsese e qualche schematismo nei rapporti tra Orlando e Amendola (due mondi, due Italie), è un film che affonda i denti nella realtà di oggi, mettendo a contatto le macerie del socialismo reale dell'Est e i detriti del capitalismo consumistico dell'Ovest con una traversata di Roma ricca di personaggi vitali, emozioni, conoscenze.
Autore critica:
Fonte criticaIl Morandini – Dizionario dei film, Zanichelli
Data critica:



Critica 2:L’emigrata russa, che porta il nome significativo di Alia, allude ad altre macerie, quelle del «comunismo reale», che si giustappongono a quelle, qui ben più concrete e tangibili, «del capitalismo reale, del consumismo reale», a sottolineare una disperante assenza di prospettive, anche sul piano strettamente utopico. (...) Ago della bilancia, strumento del destino, la donna scatena passioni motivate forse solo dalla sua alterità. D’altronde, in questo film sulla «perdita di orientamento», i sentimenti – le stesse psicologie, diremmo – risultano varianti impazzite di un paesaggio di desolazione: dall’atipica amicizia virile di Saverio e Mauro, fino allo stesso legame che unisce il branco di balordi che nella balera che programma musica e balli anni sessanta sembra quasi andare alla ricerca di un passato, costruendosi artificialmente una memoria. Significativamente, è il pianto, come in una straordinaria pagina dei Miserabili, a sancire per ciascuno dei protagonisti il momento di più toccante umanità, nella disperazione per la perdita dell’oggetto della passione: notturno quello di Mauro, irrimediabilmente collocato in un contesto di squallori di automobili e cemento, solare quello di Saverio, in una bellissima sequenza in cui il suo dolore prende corpo in una Roma per una volta riconoscibile e insieme inusuale, per quei Fori Imperiali che assurgono a paesaggio dell’anima, natura romanticamente splendida e indifferente. Per entrambi, tuttavia, non esiste via d’uscita se non nel gesto estremo della tragedia, consumata nell’alba livida di una spiaggia. (...) La borgata di Pasolini non mancava di esprimere cattiveria e crudeltà. La sostanziale innocenza con la quale i suoi personaggi passavano dalla dolcezza alla ferocia (nella fissità di un unico sorriso, talvolta) risiedeva in un erotismo esposto e sempre misurato sui bisogni primari dell’esistenza. (...) Il film di Mazzacurati, più o meno coscientemente, a Pasolini (e al Citti di Ostia per le immagini della marina) fa pensare. Per le scorrerie notturne in auto, quel parlato vernacolo dalle improvvise coloriture letterarie, il disinvolto ricorrere al crimine occasionale, soprattutto per la casa nuova di Mauro, così plausibile e così fatalmente immaginaria. (...) La borgata degli anni cinquanta ha davvero conquistato il centro della città e, dissacrando se stessa, ha dissacrato Roma intera. Perciò è finita la possibilità del mito, della doppiezza o dello sdoppiamento, dell’ambiguità come riserva memoriale e poetica. Al mondo contadino che, attraverso il sottoproletariato, proiettava ombre nel vissuto popolare dell’inurbamento, si sostituisce la variegata e inafferrabile umanità dell’immigrazione. Sottoproletaria in apparenza ma appunto inafferrabile, straniera, incapace per forza di cose di vivere nella memoria – o nei sogni – della città organizzata. Da Pasolini a Bresson il passo non è così lungo.
Quindici anni fa, con Il diavolo, probabilmente, il maestro francese radicalizzava il suo atteggiamento morale su un presente per il quale era possibile ipotizzare la morte di Dio. Sarà forse un paragone azzardato, ma ci sembra che con Un’altra vita il giovane e laico Mazzacurati formuli un giudizio analogo sulla nostra contemporaneità disorientata, con la posizione etica di chi, lontano dal tragico aristocraticismo giansenista, avverte il coinvolgimento – quindi la corresponsabilità – di tutti. Certo la costruzione è profondamente diversa: Bresson vola nei cieli della metafisica, attingendo una scarnificata, icastica semplicità, Mazzacurati si muove sul terreno più concreto della narratività, anche se poi la sua propensione a togliere si traduce in un pudore che trascorre dalla sfumatura al non detto, in una comune ricerca di astrazione. (...)
Autore critica:Tullio Masoni, Paolo Vecchi
Fonte critica:Cineforum n. 319
Data critica:

11/1992

Critica 3:
Autore critica:
Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:
Autore libro:

A cura di: Redazione Internet
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