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Angela -

Regia:Roberta Torre
Vietato:No
Video:Eyescreen
DVD:
Genere:Drammatico
Tipologia:La condizione femminile
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Roberta Torre
Sceneggiatura:Massimo D'Anolfi, Roberta Torre
Fotografia:Daniele Cipri'
Musiche:Andrea Guerra
Montaggio:Roberto Missiroli
Scenografia:Enrico Serafini
Costumi:Enrico Serafini
Effetti:
Interpreti:Donatella Finocchiaro (Angela), Andrea Di Stefano (Masino), Mario Pupella (Saro), Erasmo Lobello (Mimmo), Matteo Gulino (Paolino), Toni Gambino (Santino), Giuseppe Pettinato (Raffaele Santangelo)
Maria Mistretta (Minica)
Produzione:Rita Rusic Company - Movie Web - Sister Film - con il sostegno del Dipartimento dello Spettacolo
Distribuzione:Lucky Red
Origine:Italia
Anno:2002
Durata:

99’

Trama:

Angela, nata in una famiglia di onesti lavoratori a Ballarò (il quartiere del mercato di Palermo), è attratta dal lusso, dalle moto di grossa cilindrata e dal gusto per il rischio. A vent'anni sposa Saro e con lui condivide una vita fatta di traffico di droga e guadagni facili e si mette contro la sua famiglia. Quando conosce Masino, pensa che sia uno sbirro ma, una volta che lui è diventato il braccio destro di suo marito, tra i due nasce un'attrazione irresistibile e tormentata. Ma nel loro mondo le regole sono scritte dagli uomini che sono assai spesso costretti a rinunciare ai propri sentimenti.

Critica 1:Che cosa é stato il cinema di Roberta Torre fino adesso? Vedere Tano da morire e Sud Side Story é come salire su una di quelle macchinette traballanti che si tuffano sui binari dei vecchi tunnel dell'amore (o dell'orrore) che una volta erano il cuore dei Luna Park e delle fiere, delle tribù itineranti sparse per il paese. Un piccolo viaggio nel buio, dove si illuminano a scatti scheletri ghignanti e occhi fosforescenti, cuori di plastica e mostri improbabili, lampi di cartone e flash stroboscopici, gorghi e vortici, rumori sinistri e ingenui spaventi. Cosi era Tano da morire e ancora di più Sud Side Story, dove il baraccone cinematografico é anche casbah folle, mercato caotico, John Waters e Pappi Corsicato, documentario e musical, danza orientale e litania mafiosa, Nino D'Angelo e Little Tony. La milanese Roberta Torre si innamora di Palermo e vede la cittá siciliana come l'incantesimo di un mago truffatore, la danza esotica di una tribú indigena, il teatrino di un artista di strada. Tutto finisce mescolato nel calderone della strega, fino al pastrocchio, al groviglio e all'approssimazione. Fino alla girandola, là dove la velocità è così alta che i colori si mischiano in una scia luminosa e indistinta. Palermo é vista attraverso il binocolo di chi si affaccia a un safari insolito, di chi sogna l'Africa in giardino. Roberta Torre, dopo Tano da morire e Sud Side Story gira questo Angela, sempre con Daniele Ciprì come direttore della fotografia, un grande occhio dietro la macchina da presa ipnotizzato da una figura di donna. Partito dal ritratto "tipico", dettato da un'interpretazione stereotipata della regalità mafiosa, Angela é il film che segna il ritorno al ritratto "fisionomico", alla copia da vero. Angela, nata e cresciuta a Ballaró, il quartiere mercato di Palermo, attratta dal lusso e dai soldi facili, si sposa a vent'anni con Saro, che usa un negozio di scarpe come copertura al traffico di droga: lavora come commessa nel negozio del marito e come corriere della droga rifornisce i clienti, finché la relazione clandestina con un socio in affari del marito le fa intravedere una vita diversa e congela l'angoscia a un altro tempo («Lasciatemi almeno la consolazione della carne, anche se so che non serve a fare una buona morte», ha scritto Dario Bellezza). Secondo la logica del pedinamento, la Torre segue la sua eroina nelle strade di Palermo (vero e proprio sacco amniotico: pioggia e luce, estate e inverno passano nella boccia di vetro di una città innamorata solo di se stessa), risale la corrente della tradizione fino a citare Godard e a ridisegnare le coordinate del melodramma. Il cinema si addensa attorno a un nome di donna, per mettere a fuoco un solo volto. Angela é una di quelle creature che si illuminano, di cui ci si innamora lentamente. Il film si apre a mano a mano che si chiude su di lei. Angela, la gazza, é una bambina che ruba la luce perché terrorizzata dal buio: c'é una scena in cui mentre lei si porta al collo una collana, una dissolvenza inghiotte tutto, fino a che rimane solo il brillio delle pietre a riverberare sulla superficie, ancora un attimo, quando lei é già sparita sul fondo. Questo nero sgranato, pieno di luccichii come plancton sul mare: il cinema resta come un bacio prolungato sulla superficie della fotografia.
Autore critica:Silvia Colombo
Fonte criticaDuel
Data critica:

1/7/2002

Critica 2:Sarebbe difficile immaginare due film più diversi di Angela e di Febbre da cavallo - La mandrakata, i due titoli italiani che sbarcano nei cinema questo week-end. Il primo è un film di mafia, il secondo una commedia. Roberta Torre, milanese da anni in trasferta a Palermo, nasce come bravissima documentarista e si afferma, prima di Angela, con due musical, Tano da morire (originale e divertente) e Sud Side Story (meno originale e poco divertente). I fratelli Carlo ed Enrico Vanzina, «romani de Roma», non hanno bisogno di presentazioni: campioni della post-comemdiaall’italiana, efficientissimi interpreti del costume italico dagli anni 80 in poi, omaggiano con questo seguito un film-culto firmato nel '76 da babbo Steno (Stefano Vanzina, appunto.) I due film vengono da pianeti diversi e. raccontano pianeti diversi. Perché, quindi, li accostiamo? In primo luogo perché sono due film riusciti, due segnali di vitalità del nostro vituperato cinema. E poi, nell'ordine: perché lavorano sui generi, in modo diverso ma altrettanto profondo; e perché sono costruiti su grandi di prove d'attori. Nel caso dei Vanzina, il mattatore è Gigi Proietti che dev'essersi divertito follemente nel riprendere il personaggio di Mandrake e tormentoni a lui cari da una vita; nel caso della Torre, siamo di fronte a una rivelazione assoluta; una giovane attrice catanese - Donatella Finocchiaro - capace di coniugare bellezza e talento: fin d'ora, l'esordio più folgorante del 2002. Il discorso sui generi é quello che maggiormente ci interessa. Il cinema italiano, lungo la sua storia, é stata una fucina di generi paragonabile solo al cinema americano. Commedia, melodramma popolare, peplum, western, poliziesco, film d'amore, film erotico, dramma sociale e - genere trasversale a molti altri - film di mafia. Angela, da questo punto di vista é un piccolo miracolo: parte come un'indagine antropologica lucidissima, che svela le origini documntaristiche della regista, per poi diventare "un fiammeggiante melodramma, la storia intensamente erotica di un amore sensuale e impossibile. La prima parte descrive il ménage quotidiano di Angela, moglie orgogliosa e cosciente del boss mafioso Saro: lui si occupa degli affari sporchi, lei gestisce con perfetto aplomb borghese il negozio di calzature che fa da copertura alle loro attività criminose. Tutto crolla non perché Angela si penta, tutt'altro!, ma perché é irresistibilmente attratta dal fascino canagliesco di Masino, killer giovane e bello al servizio di Saro. Il dramma di Angela é tutto interno alla logica mafiosa, ma mette in gioco le stesse ansie di ogni donna che scopre all'improvviso la proibizione del desiderio. La Finocchiaro é fantastica, e anche Andrea Di Stefano (Masino) e Mario Pupella (Saro) regalano prove notevolissime; Daniele Ciprì (metà di Cinico Tv, assieme a Franco Maresco: auguri per il loro imminente Cagliostro) li fotografa tutti in una Palermo ombrosa, fatta di interni, di chiusure, di segreti. Angela incrocia i codici del reportage sulla mala e del mélo più estremo, mostrandoci quanto le leggi non scritte della mafia siano limitrofe al nostro mondo «normale». In fondo (ed é la terza similitudine che troviamo, evviva!) anche Febbre da cavallo racconta, oggi come 26 anni fa, un mondo a parte che confina con il nostro: quello dei «cavallari», frequentatori incalliti di ippodromi per i quali un cavallo «bbono» può dare senso alla vita. (...)
Autore critica:Alberto Crespi
Fonte critica:l'Unità
Data critica:

1/11/2002

Critica 3:La luce d'una collana brilla nella penombra, quasi uscendo dal nero dello schermo. In primo piano, Angela (Donatella Finocchiaro) se la prova di nascosto. Poco prima, davanti ai gioielli d'una rapina o forse d'una ricettazione, se l'era presa d'istinto, quella collana, per mettersela addosso. Ma Saro (Mario Pupella) l'aveva fermata senza dare spiegazioni, e brusco le aveva infilato al dito un anello. Ora, in quella luce negata e rubata, paiono accendersi l'immagine e la forza d'un desiderio anch'esso negato, d'una libertà anch'essa rubata. È una donna della mafia, questa che Roberta Torre, ormai giunta a piena maturità espressiva, segue per le strade di Palerrmo con sguardo da antropologa. Lei stessa, milanese che da tempo s'è fatta siciliana, così definisce l'uso della macchina da presa in Angela (Italia, 2002, 96'). Non giudica, non condanna e non assolve, quello sguardo attento. Piuttosto, cerca di entrare in un mondo altro, serrato dentro se stesso, con le sue leggi non scritte, con i suoi valori e i suoi sentimenti. Nella prima parte del film, quel mondo viene attraversato e mostrato in una prospettiva resa come neutra. I gesti di Angela sono osservati nella loro fisicità muta, precisi e funzionali, moralmente indifferenti. Anch'essa precisa e moralmente indifferente, la macchina da presa - dietro cui c'è anche l'occhio di Daniele Ciprì, direttore della fotografia - segue e anzi insegue non uomini e donne ma frammenti d'umanità, non azioni dense di senso ma, ancora, frammenti di corpi, oggetti, situazioni. Merce contro denaro, denaro contro merce: questo è il solo significato che ce ne venga, e il solo che la stessa protagonista pare avvertire anche per sé. Nella prima parte del film, dunque, non c'è - cioè, non è mostrato - alcun insieme di sfondo, alcun orizzonte generale. L'effetto di questa scelta stilistica è quasi sorprendente. Invece di restare fuori dal mondo di Angela e di Saro e di Masino (Andrea Di Stefano), invece di avvertirne sempre più l'estraneità, finiamo per vederlo dall'interno. Certo, non nel senso che ci si induca a condividerne leggi, valori e sentimenti, ma in quello - tanto più importante in una prospettiva cinematografica "antropologica" - che lo vediamo quasi attraverso gli occhi di Angela e Saro e Masino, pur non prendendovi parte. Il centro di quel mondo è il denaro, niente di più e niente di meno. Non c'è odio e non c'è passione, non ci sono sentimenti estremi, ma una normalità quotidiana che, se non fosse mafiosa, verrebbe da dire solerte e operosa. La decisione di uccidere o di non uccidere non è né morale né immorale: è adeguata o inadeguata, e in questo senso è razionale o irrazionale, per quanto irragionevole a noi possa apparire. Che il denaro si sporchi di sangue, anche in senso materiale, è solo una seccatura e una perdita netta (non a caso nel film, dopo aver ucciso, ci si affretta a toglierne una mazzetta dalla macchia rossa che s'allarga veloce da sotto il cadavere). Prima che in Angela, questa normalità e questa quotidianità criminali sono state raccontate in Quei bravi ragazzi (1990). E tuttavia Saro, Masino e gli altri che "commerciano" nel retrobottega d'un negozio di scarpe sono molto meno eccessivi, molto meno caricati dei goodfellas di Martin Scorsese. La loro quotidianità è ben più nomale, la loro normalità è ben più quotidiana. A Torre non interessano i giudizi, né espliciti né impliciti. Quello che davvero le preme è la sua protagonista, la sua individualità dentro l'universo mafioso. Questa individualità, appunto, emerge sempre più nella seconda parte del film. Come di fronte alla collana, così di fronte a Masino Angela intravede una luce che si stacca dalla penombra. Non conta che il suo futuro amante condivida leggi e valori di Saro. Non è un altrove morale, quello che Angela cerca, ma un'altrove dell'anima: un luogo lontano dal suo pervasivo, plumbeo qui e ora. A chiamarla e a farla decidere è la passione. Eppure, oltre alla passione si avverte in lei qualcosa di più estremo, e anche di più potente: un senso di incompletezza dolorosa, un desiderio che non ha né riesce a trovare oggetto, e che proprio per questo è tanto più doloroso e intenso. Più tardi, in galera, Saro le dirà - certo mentendo - d'aver ucciso e spacciato per lei, perché lei potesse avere. Ma quello che ad Angela manca è proprio l'essere: una mancanza, questa, che non chiede calcoli di convenienza, che non conosce razionalità, e ancor meno ragionevolezza. Quello che conosce e chiede è fatto d'una materia inafferrabile e sottile che si accende di luce e che, alla fine, Angela trova in un bar sul porto, aspettando per anni, inutilmente, il suo Masino.
Autore critica:Roberto Escobar
Fonte critica:Sole 24 Ore
Data critica:

10/11/2002

Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:
Autore libro:

A cura di: Redazione Internet
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