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Tranquillo weekend di paura (Un) - Deliverance

Regia:John Boorman
Vietato:14
Video:Warner Home Video
DVD:
Genere:Drammatico
Tipologia:Storia del cinema
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Tratto dal romanzo "Deliverance" di James Dickey
Sceneggiatura:James Dickey
Fotografia:Vilmos Zsigmond
Musiche:Eric Weissberg
Montaggio:Tom Priestly
Scenografia:Fred Harpman
Costumi:
Effetti:Marcel Vercoutere
Interpreti:Jon Voight (Ed Gentry), Burt Reynolds (Lewis Medlock), Ned Beatty (Bobby Trippe), Ronny Cox (Drew Ballinger), Billy Redden (Lonny)
Produzione:Warner Bros., Elmer Productions
Distribuzione:Non reperibile in pellicola
Origine:Usa
Anno:1972
Durata:

109'

Trama:

Quattro amici decidono di trascorrere il fine settimana discendendo con le canoe un torrente che attraversa una vallata. Nei due giorni in mezzo alla natura, il quartetto vivrà una brutta avventura.

Critica 1:Il film è particolarmente interessante. Per quanto tragico come racconto e amaro come filosofia, il discorso del regista è stimolante. John Boorman, altrove raffinato ed etereo (Excalibur) sfodera un clima ossessivo con overdose di grand guignol e scarso riguardo per la verosimiglianza. Attori bravi e allucinati come parte richiede: splendida fotografia e musica adeguata alla strizza incombente.
Autore critica:
Fonte criticaIl Morandini - Dizionario dei film, Zanichelli
Data critica:



Critica 2:Come dice Michel Ciment (« Positif », 143, 1972), «allo stesso modo che in Point Blank, Hell in the Pacific, o in Leo the Last, Deliverance mostra il periplo di un individuo che si perde cercandosi, e finisce per ritrovarsi, modificato, ma chiuso nella medesima solitudine». Anche qui Boorman ha scelto di misurarsi con un genere: Deliverance è sostanzialmente un western, al quale si intreccia uno dei temi-chiave del cinema americano (ma anche di tutta la cultura occidentale), ossia quello del viaggio.
La frontiera che il gruppo di amici decide di affrontare e di percorrere non è «nuova», ma antica. È il termine d'arrivo di una regressione geografica e culturale che la coscienza infelice dell'uomo contemporaneo, occidentale e civilizzato, sogna come panacea al proprio disastro psicofisico. I quattro personaggi che si incaricano di intraprendere questa discesa dalle conseguenze imprevedibili per la falsa coscienza che anima le loro intenzioni sono caratterizzati in modo preciso e apparentemente tutto simbolico. Una caratterizzazione esemplare, da far risalire, secondo quanto dice Boorman, alle intenzioni di Dickey scrittore: «I quattro personaggi rappresentano quattro aspetti della personalità di Dickey, e in un certo modo possiamo guardare questa storia come un tentativo da parte di Dickey di raccogliere i quattro frammenti in un tutto».
Anzitutto Lewis, l'arciere, innamorato della propria prestanza fisica che coltiva nella convinzione che, sola, gli garantirà la sopravvivenza: l'idea, che guida ogni sua azione e informa ogni suo discorso, è il riflesso di una corrente culturale radicata nella società americana, oggetto anche di moda e quindi di sfruttamento commerciale (gli attrezzi «primitivi», in realtà sofisticati e capaci di garantire sicurezza e supremazia sull'ambiente naturale con cui si misurano, e il gadget del survival, mostrano quanto siano ormai inscindibili ideologia e mercato). Lewis è il «superuomo» della situazione, o comunque creduto tale. Ma l'apparenza si scontra drammaticamente con l'imprevisto e soccombe senza scampo: non sarà la morte, ma la menomazione fisica a fiaccarlo e a dimostrargli quanto le sue convinzioni siano precarie e risibili di fronte a un ambiente naturale incontrollabile.
All'opposto di Lewis c'è Drew, l'intellettuale, l'artista, l'individuo colto e sensibile, capace di credere davvero ai. principi umanitaristici che gli derivano dalla cultura, anche in una situazione che li travalica ignorandoli. Se è forse sin troppo prevedibile che sia lui a soccombere, in questa situazione che lo isola e lo respinge, è comunque emblematico che sia proprio lui a far da tramite in quella che forse è la scena chiave di tutto il film. Parliamo del duetto tra banjo e chitarra, tra Drew e il ragazzo dai caratteri mongoloidi. Si trova qui espressa, con una potenza difficilmente riproponibile, tutta la nostalgia di una felicità panica che il sogno vorrebbe far rivivere, e tutta la violenza di una frattura radicale e non rimarginabile: la deformità del ragazzo, che riflette a sua volta la deforme consapevolezza di sé e del proprio passato che hanno i quattro cittadini, infonde nel personaggio una grandezza che lo rende divinità irraggiungibile e enigmatica. E sarà appunto la musica suonata dai due, complici e inconciliabili, ad accompagnare con i suoi echi il compiersi del disvelamento, di una raggiunta coscienza della sconfitta e della solitudine.
Terza «sfaccettatura» è quella di Bobby, l'americano per antonomasia, edonista, pacioccone, pronto allo scherzo, portavoce della predilezione per una vita comoda e senza scosse. Il più vulnerabile di tutti, e infatti il primo ad essere violato, nel senso letterale del termine. Ma l'umiliazione e lo shock della sodomia lo inducono soltanto a voler dimenticare, a fare che tutto «torni come prima». Il viaggio si concluderà per lui come una ferita dolorosa che si richiude senza cicatrici, nel silenzio e nella completa opacità: con una cena che gli fa riscoprire l'ospitalità e la compagnia di altri esseri simili a lui, con la felicità di averla fatta franca nonostante il pericolo mortale affrontato. Bobby si risveglia rifiutando di ricordare gli incubi che hanno popolato la notte sfrenata.
Infine Ed, l'«uomo senza qualità», la cui trasparenza iniziale lo predestina ad essere protagonista di un percorso iniziatico che lo trasformerà, toccandolo nel profondo. Alla fine sarà un'altra persona. È lui che nel romanzo di Dickey incarna la teoria dello scrittore, secondo cui solo attraverso l'esperienza della violenza e della forza fisica è possibile raggiungere la dimensione reale del proprio essere uomo, nella lotta che costituisce il fondamento della vita quotidiana. Boorman ribalta questa prospettiva, facendo di Ed la persona in cui, al termine della prova, la breccia non si ricompone: anzi lo accompagnerà fin nel cuore dell'esistenza domestica, minando con il rinnovarsi dei fantasmi l'apparente equilibrio ricreato attraverso la sopraffazione e la menzogna.
Impostato su quattro personaggi così caratterizzati, il racconto potrebbe volgere pericolosamente verso l'apologo sociologico (il film diventerebbe così interpretabile come la semplice messa in scena di uno «spaccato» americano; del rapporto tra il cittadino medio e le proprie radici, oppure, peggio ancora, di una riflessione sulla presenza della miseria e del sottosviluppo nelle sacche sociali del sud degli Stati Uniti in pieno scontro con il consumismo e la ricchezza della metropoli, ecc.). Oppure potrebbe diventare una favola dai contorni filosofeggianti e metaforici (e anche qui i protagonisti si staglierebbero come semplici silhouettes portatrici di referenze simboliche). Se tutto ciò non succede, è merito anzitutto di un intelligente lavoro di sceneggiatura, impostato su una condensazione attenta ed efficace, grazie alla quale il romanzo può essere piegato a una dimensione eminentemente filmica. Con il risultato non solo di evitare i rischi accennati ma anche di aprire spazi alle idee e ai contributi di un cineasta puro come Boorman. E sono proprio questi spazi che finiscono per costituire i momenti «forti» intorno a cui il film si struttura e acquista vigore.
Un processo di condensazione è rappresentato dalla sostituzione di tutto il prologo del libro con uno stringato resoconto in voce off, che apre già sulle immagini dei quattro all'inizio del viaggio. Ulteriori informazioni su questi quattro individui si avranno più avanti nel corso della storia. Ancora. L'inquadratura del ragazzo con banjo che guarda passare le canoe dei cittadini e le segue con uno sguardo assente e carico di presagi, riassume tutto un passaggio del libro, in modo magistrale, impostando la tensione che da qui si organizzerà, e finirà poi con l'esplodere.
In secondo luogo, al di là della sceneggiatura, decisiva è stata proprio la misura dimostrata da Boorman nella messa in scena. Deliverance si impone per la propria fisicità, per il sentimento profondo del rapporto tra i quattro esploratori improvvisati e l'universo di cui hanno deciso l'attraversamento. Emblematica, e portatrice di inquietanti flussi vitali all'intero film, è la «visione» dei due corpi (di Ed e il cadavere del supposto nemico) che risalgono dal fondo del fiume, avvolti da quell'elemento liquido che, così come la forza evocatrice dei sogni, sembra dare vita nuova anche ai morti. Una premonizione che - lungi dall'essere messaggera di una riacquistata speranza - anticipa piuttosto tutta l'angoscia racchiusa nell'incubo che conclude senza scampo il film.
La presenza costante dell'acqua, insieme al movimento di discesa che accompagna il distendersi del racconto e con esso il viaggio dei quattro amici, fa di Deliverance un film sommerso, fluttuante. La sua voluta inafferrabilità permette interpretazioni diverse ma nessuna sembra esaurire il disegno degli elementi in gioco. Come non è ' possibile difendere ciecamente interpretazioni di tipo sociologico-politico - per esempio, quella di «Jeune cinéma», che non tiene conto dei temi che più suggestionano e coinvolgono Boorman così sarebbe parziale rivolgersi solo agli stereotipi delle mitologie medioevali per trovarvi facili chiavi di lettura. Bisogna, infatti, considerare anche l'esplicito confronto che il film istituisce con il genere western e con tutta la cultura della frontiera di cui questo genere si è fatto portatore, sino al punto di colonizzare il subconscio collettivo degli ultimi quarant'anni.
La consapevolezza di creare un prodotto che abbia la presenza e, al contempo, l'irrealtà di un sogno, o di un incubo, è evidentissima in Boorman, E la si scopre, meglio che altrove, nell'aspetto strettamente tecnico della realizzazione. Il colore, il suono, la musica, sono oggetto di una manipolazione attenta, come sempre del resto in Boorman. Per il colore, si procede a una desaturazione, che occupa da sola tre mesi di attività e si vale di un sistema messo a punto dai laboratori Technicolor di Los Angeles e dal direttore della fotografia Vilmos Zsigmond. Poiché i colori forti hanno la tendenza a rimanere pressoché immutati in questi processi
chimici, ci si preoccupa di eliminarli già nella fase delle riprese, dove ai colori puri (e dunque forti) si preferiscono quelli composti. In tal modo si possono ottenere risultati soddisfacenti, quantunque, soprattutto nei primi rulli, si noti una certa tendenza al viraggio, non voluta anche se da alcuni fatta poi oggetto di lettura specifica (…). Come dice Boorman, l'intenzione era di dare, per mezzo della desaturazione, «al contempo più realtà al paesaggio e un certo aspetto onirico, da incubo, che desideravo».
Il rumore delle rapide, e del fiume in generale, costituisce il contraltare ossessionante che fornisce l'esatta dimensione sonora di un incubo da cui appare impossibile liberarsi. Il suono registrato sul luogo, nelle gole dove il fiume scende, dà ottimi risultati sul nastro magnetico ma viene fortemente «appiattito» sulla colonna ottica delle copie da inviare nelle sale, perché la risposta in frequenza di questo «track» impressa sulla pellicola è limitata agli estremi (i registri alti e i registri bassi) da fatti fisici insuperabili. Boorman ricorre allora a una «integrazione» artificiale prevalentemente impostata sui registri medi, usando quel Moog già altrove sperimentato ed estraendo da esso un rumore sordo, cupo e continuo, capace di creare un'impressione ancora più forte del suono naturale.
La musica, per concludere, non è altro che un «pezzo» ripetuto in diverse varianti da Eric Weissberg e Steve Mandell. Eseguito integralmente nel citato duetto tra Drew e il ragazzo seduto sulla veranda, riaffiora poi in diversi arrangiamenti, con tutta l'intensità racchiusa nei rimandi alla primaria scena-chiave.
Autore critica:Adriano Piccardi
Fonte critica:John Boorman, Il Castoro Cinema
Data critica:



Critica 3:
Autore critica:
Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:
Autore libro:

A cura di: Redazione Internet
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