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Gangs of New York - Gangs of New York

Regia:Martin Scorsese
Vietato:No
Video:Twentieth Century Fox Home Entertainment
DVD:Panorama
Genere:Drammatico
Tipologia:Disagio giovanile
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Tratto dal romanzo "Gangs of New York" di Herbert Asbury
Sceneggiatura:Jay Cocks, Steven Zaillian, Kenneth Lonergan
Fotografia:Michael Ballhaus
Musiche:Howard Shore
Montaggio:Thelma Schoonmaker
Scenografia:Dante Ferretti
Costumi:Sandy Powell
Effetti:
Interpreti:Leonardo DiCaprio (Amsterdam Vallon), Daniel Day-Lewis (Bill "The Butcher" Cutting), Cameron Diaz (Jenny Everdeane), Jim Broadbent (Boss Tweed), John C. Reilly (Happy Jack), Liam Neeson (Padre Vallon)
Produzione:Alberto Grimaldi, Harvey Weinstein
Distribuzione:Twentieth Century Fox Italia
Origine:Usa
Anno:2002
Durata:

165'

Trama:

A New York, nella seconda metà del 19° secolo, varie bande lottano per spartirsi il territorio e la gestione degli affari illeciti nella zona dei Five Points. In questo contesto si sfidano due bande, i 'Dead Rabbits', guidati dal giovane Amsterdam Vallon, ed i 'Native American', condotti dallo spietato Bill Poole detto 'The Butcher', il macellaio. Amsterdam - innamorato della bella borseggiatrice Jenny Everdeane - vuole a tutti i costi vendicare la morte del padre, assassinato da Poole tempo prima. Il capo dei 'Native American', dopo il padre, intende uccidere anche il giovane Vallon per affermare il suo predominio sulla città. La lotta sarà più aspra durante gli scontri del 1863 per la chiamata obbligatoria alle armi per la Guerra civile americana.

Critica 1:New York, anno 1845. nel quartiere di Five Points, in un duro scontro tra le gang rivali dei “Nativi” e degli irlandesi “Conigli morti”, il piccolo Amsterdam Vallon assiste impotente alla morte del padre, giurando che un giorno sarebbe tornato a vendicarlo. Trascorrono 15 anni e, uscito dal riformatorio, Amsterdam scopre che Bill il Macellaio, l’uomo colpevole dello sterminio della sua famiglia e della sua gente, è oggi uno dei più autorevoli rappresentanti della malavita newyorkese. Cercherà, allora, d’infiltrarsi tra i collaboratori più stretti della gang, ove incontrerà anche l’affascinante Jenny Everdeane, un’enigmatica ladruncola che combatte strenuamente per la propria indipendenza. Il percorso formativo del giovane Amsterdam diverrà una lotta per la sua sopravvivenza e per quella della sua gente, in cerca di un luogo a cui appartenere. Nel frattempo, sullo sfondo infuriano gli scontri della Guerra Civile, preparando lo scenario al caso di tensione civile più doloroso che l’America abbia mai conosciuto.
Non è raro che Martin Scorsese si lasci, in un racconto, sedurre dal respiro dei toni più epici: è una tendenza che si riscontra nel diffuso lirismo di melò come L’età dell’innocenza e Casinò, ma anche ne L’ultima tentazione di Cristo. Continuamente oscillando tra il dettaglio ed il totale, indugiando sui risultati del dualismo a cui questa scelta stilistica lo lega, Scorsese trova ancora la strada attraverso un progetto personale quanto lo era stato L’ultima tentazione, un desiderio assecondato e nutrito in oltre trent’anni d’attese e dilazioni. Decide infine di dedicarsi ad un monumentale affresco in cui coglie la storia di due etnie e di due uomini, per darle posto nel mosaico più ampio della nascita di un paese e delle sue tradizioni sociali. Qui, il grande autore definisce una calibrata serie di bivalenze strutturali, esempi preziosi di teoria del cinema: rivolgendosi apparentemente alla brutalità del linguaggio popolare come ventre del disordine, d’improvviso allarga l’obiettivo per scavare a fondo nei modi in cui la violenza si esprime, non solo concentrandola in un gesto furioso, ma infiltrandola diversamente e ad ogni livello sociale nei gesti della vita quotidiana, come parte integrante di una New York primitiva e selvaggia.
A più riprese, allontana la messa a fuoco dai personaggi per portar luce sin dentro al silenzioso contesto che li contiene e li sorveglia, al tempo stesso ridimensionandoli. Ciò che intende ottenere è il quadro di un’America profondamente strutturata, frammentaria e caotica, il cui profilo è irregolare come un’immagine ricomposta a casaccio; ove la conquista dello spazio riesce solo ad esprimersi nell’atto di forza che le ripartizioni culturali affermano in un antico senso di appartenenza alle proprie radici, disinteressate a comunicarsi il desiderio di una terra nuova.
Tutti gli attori, dai protagonisti ai comprimari, sono un dettaglio essenziale di questo limpido sguardo corale, straordinariamente attenti a conservare i registri di una sceneggiatura versatile che intreccia la farsa ed il melodramma, imponendo lo sforzo di distribuire con misura le proprie risorse interpretative. Daniel Day-Lewis, soprattutto, porta sullo schermo un personaggio travolgente, forma e simbolo in uno spazio che sovrasta, conquistandolo con la stessa risolutezza del Tom Hanks di Castaway. Quella di Scorsese non è di certo una ricerca dalle ambizioni storiografiche, ma una rappresentazione fiabesca a cui le contrapposizioni storiche negano il diritto alla catarsi: una sinfonia incompiuta, ad ogni modo integra e bastevole, riguardosamente rischiarata dalla fiamma di John Ford.
Autore critica:Francesco Russo
Fonte criticatempimoderni.com
Data critica:



Critica 2:No, Gangs of New York non è il capolavoro annunciato; o meglio, lo è solo in parte. Capolavoro a metà è un concetto che non regge? Sia pure: resta il fatto che il film, dopo aver mescolato per due terzi cose belle (la nervosa sequenza iniziale) con altre meno riuscite, nell'ultima parte decolla vertiginosamente offrendo allo spettatore un'ora di cinema memorabile. Liberamente tratto dal libro di Herbert Asbury, ospite del comodino di Martin Scorsese per una trentina d'anni, Gangs of New York è un "noir in costume" ambientato durante la guerra civile americana. Del film di gangster ci sono tutte le componenti fondamentali. Due bande si fronteggiano nel quartiere di Five Points: i Nativi, che si considerano americani perché nati sul posto, e i Dead Rabbits, immigrati irlandesi. Sono tribù barbariche, che si battono all'arma bianca in combattimenti rituali; durante uno scontro il capo della prima, Bill il Macellaio (Day-Lewis), uccide il leader dell'altra. Quindici anni dopo il figlio del morto, Amsterdam (DiCaprio), torna al vecchio quartiere e s'infiltra nella gang del Macellaio. Vuole vendicare il padre, ma è affascinato dal suo assassino; in più, s'innamora della donna di Bill, la cleptomane Jenny (Diaz). Fin qui, nulla di straordinario. Fatto salvo il talento visivo, anzi, alcune cose deludono: una certa insistenza nel "rifare" Sergio Leone, ad esempio, o la caratterizzazione esagerata di Day-Lewis che, tutto ghigno e cilindro, dovrebbe apparire cattivissimo e invece fa pensare a Ezechiele Lupo. Procedendo verso la fine, però, la storia nera ambientata in un contesto dickensiano cede il posto a un grande film politico, complesso e di un coraggio ammirevole. La grande battaglia che chiude la narrazione, come l'altra l'apriva, chiama in causa la Storia con la maiuscola: New York brucia per la rivolta - repressa sanguinosamente - contro la coscrizione obbligatoria (solo chi ha 300 dollari in tasca può evitare la guerra), gli scontri tra le fazioni d'immigrati, le aggressioni razziste. Così, Scorsese ci dice due o tre cose che sa sull'America, spiegandoci meglio di chiunque altro la fascinazione degli americani per la violenza e il loro stato di perenne paranoia. Ci dice che è un Paese di orfani inconsolabili (come i due protagonisti maschili lo sono del padre) delle rispettive terre d'origine. Ci dice che la violenza vera, definitiva è quella delle istituzioni e del potere politico. Ed ecco come è nata la grande nazione americana.
Autore critica:Roberto Nepoti
Fonte critica:la Repubblica
Data critica:

25/1/2003

Critica 3:«Chi si sarebbe mai sognato che la guerra potesse arrivare a New York?». E invece, nel 1863, la guerra infuria nelle strade di Manhattan: due anni prima il presidente Lincoln ha deciso di abolire la schiavitù e undici stati del sud si sono distaccati dall'Unione. La guerra di Secessione é lontana, ma gli uomini che vanno a combatterla, i proscritti, i volontari forzati, i pochi che sembrano crederci, partono da tutti gli stati, e soprattutto dagli strati più bassi. Le bare di legno che calano dalle navi (in un'inquadratura drammaticamente sintetica) si incrociano con i soldati in partenza per il fronte. Dilaga ovunque l'odio per i neri, considerati causa della guerra e uccisi e torturati a ogni angolo di strada da ogni etnia newyorkese, e cresce il furore contro le autorità che obbligano alla leva chiunque non possa pagare 300 dollari (e, contemporaneamente, comprano le elezioni, fanno votare i cadaveri, si servono dei peggiori delinquenti per eliminare o sabotare gli avversari). E un giorno il popolo più disgraziato di New York si ribella e insorge. Quattro giorni e quattro notti di orrore, un picco tra i tanti che animano e devastano costantemente Five Points, la zona della città che si estende tra il porto, Wall Street e Broadway, dove gli immigrati vivono ammucchiati, stivati in cunicoli per topi, e si combattono giorno dopo giorno per la supremazia, ladri, assassini, borseggiatori, pirati, prostitute, tirati da una parte o dall'altra da nuovi sindaci, nuovi politici, nuovi ricchi. Five Points era l'inferno, con i gironi orribili del degrado più spaventoso e demoni ghignanti e sanguinari, ma un inferno alimentato dalla compassata ferocia della New York che conta, sempre molto lontana dalla presunta età dell'innocenza. Gangs of New York, il film che Martin Scorsese ha voluto fare a ogni costo, ispirandosi al libro omonimo di Herbert Asbury, é l'altra faccia del suo capolavoro del'93: dove là il cinismo e gli interessi economici dei ricchi potenti tessevano una tela di ferro per reprimere gli istinti dei loro simili, qua, davanti ai socialmente inferiori, non badano a spese, e la violenza e lo sfruttamento si fanno concreti e fisici. Questo é il tessuto storico su cui scorre Gangs of New York, un tessuto reso palpabile dai molti indizi disseminati da Scorsese nelle immagini e nei dialoghi, mentre le bande di Five Points continuano a massacrarsi: a metà dell'800 dominano i Nativi, guidati da Bill il Macellaio, che sono un po' più ricchi e un po' più borghesi degli altri, indossano abiti alla moda e si fanno pagare dai politici, ma non sono per questo meno spietati. Intanto crescono gli irlandesi, la feccia del momento, brulicanti e miserabili. Quella che contrappone nel 1846 Bill il Macellaio e Padre Vallon é anche una guerra di religione, Cristiani contro Papisti; una guerra che si riaccenderà quando Amsterdam, il figlio di Vallon, verrà a reclamare vendetta, con quel coltello sulla cui lama il sangue é rimasto rappreso per diciassette anni. Barbaro, estremo e vertiginoso, Gangs of New York si regge su una matematica lucidità d'intenti: la Storia dei popoli e delle razze (tutte) é fatta col sangue, coi quarti di libbra strappati dal corpo dei nemici vinti, con le vendette che squassano le generazioni, con l'odio cieco nei confronti di un "altro" (uno qualunque). Ogni corpo esibisce o occulta le proprie ferite: l'occhio di vetro di Bill il Macellaio, le cicatrici sul torace e il marchio a fuoco sul viso di Amsterdam, la triste devastazione del ventre di Jenny, dal quale fu strappato un bambino. ogni razza conta i suoi morti e ogni città i suoi crateri e i suoi cimiteri. Cento anni dopo, gli irlandesi si saranno affrancati dalla miseria al punto di eleggere il presidente più amato del'900 (John Fitzgerald Kennedy). Oggi tocca ai neri altoborghesi contare, e non poco, negli equilibri elettorali del Paese. Il Bene e il Male, il giusto e l'ingiusto, stanno dovunque e da nessuna parte. Tra i personaggi di Scorsese non ce n'è uno che sia totalmente buono o totalmente cattivo: persino Bill il Macellaio ha altezze cavalleresche e tragici momenti di intimismo e dubbio; mentre Amsterdam non esita un istante ad appropriarsi delle armi e della furia oscena di nemici e predecessori. E quando tutto per un attimo si ferma, restano fumo, macerie, silenzio e polvere; e le civiltà risorgono sulle lapidi. Ieri come oggi.
Autore critica:Emanuela Martini
Fonte critica:Film TV
Data critica:

28/1/2003

Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:Gangs of New York
Autore libro:Asbury Herbert

A cura di: Redazione Internet
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