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Mia vita a quattro zampe (La) - Mit liv som hund

Regia:Lasse Hallstrom
Vietato:No
Video:Playtime, Eden Video
DVD:
Genere:Drammatico
Tipologia:Diventare grandi, I bambini ci guardano
Eta' consigliata:Scuole elementari; Scuole medie inferiori; Scuole medie superiori
Soggetto:Tratto dal romanzo "Mit liv som hund" di Reidar Jonsson
Sceneggiatura:Per Berglund, Brasse Brannstrom, Lasse Hallstrom
Fotografia:Jorgen Persson
Musiche:Bjorn Isfalt
Montaggio:Christer Furubrand, Susanne Linnman
Scenografia:
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Anton Glanzelius (Ingemar), Melinda Kinnaman (Ulla), Anki Liden (madre di Ingemar), Tomas Von Vbromssen (Gunnar)
Produzione:Svensk Filmndustri
Distribuzione:Non reperibile in pellicola
Origine:Svezia
Anno:1985
Durata:

103'

Trama:

In Svezia, negli anni '50, il ragazzo Ingemar vive in un piccolo centro con la madre, il fratello maggiore e il cane Sikkar, mentre il padre è sempre assente, perché lavora in un paese lontano. Quando la mamma si ammala gravemente di tubercolosi, Ingemar viene ospitato dallo zio Gunnar e da sua moglie, che vivono in un villaggio in campagna, e Sikkar viene messo in un canile. Il ragazzo deve adattarsi ad un nuovo ambiente sentendo molto la mancanza della madre e del cane, compagno di giochi. Cerca di capire gli altri che gli sembrano spesso strani: lo zio Gunnar che lavora in una vetreria e che nelle ore libere vuole che il nipote lo aiuti a costruire una casetta dei giochi; Berit, che posando per una statua allegorica, si fa accompagnare da Ingemar nelle sedute, per salvare la reputazione, e ciò frutta al ragazzo una pericolosa caduta dal lucernaio dello studio dello scultore, giacché si arrampica lassù per vederla svestita; un vecchio malato, che dal ragazzo si fa leggere un catalogo di biancheria intima femminile; uno strambo personaggio che martella tutto il giorno il tetto di casa sua, oppure che fa il bagno nel fiume gelato; Saga, una ragazza che vorrebbe essere considerata un maschio e gioca a pallone e tira di boxe coi ragazzi. In mezzo a tutti questi personaggi, Ingemar se la cava con la sua solita, accomodante filosofia: "È davvero importante fare i confronti nella vita". Passata l'estate, Ingemar torna dalla mamma, che però, si aggrava e muore, dopo che egli l'ha rivista un'ultima volta in ospedale. Il ragazzo è così costretto a trasferirsi definitivamente presso lo zio, ed è sempre più desideroso di riavere il cane, del quale chiede invano notizie precise. Spesso egli si mette a quattro zampe e finge di abbaiare, come se volesse realizzare la presenza dell'animale, impersonandolo. Quando l'amica Saga, con la quale ha bisticciato, gli rivela che Sikkar è da tempo morto nel canile, la perdita dell'amico della sua infanzia fa scoppiare il dolore finora sepolto dentro il suo cuore per la morte della madre. Soltanto adesso Ingemar la piange disperato, chiudendosi da solo per una notte nella casetta dei giochi, comprendendo che non potrà mai più soddisfare il bisogno di parlare a lungo, confidando a lei ogni più piccolo problema della sua vita. La crisi di disperazione passerà: Ingemar uscirà dall'infanzia, maturato dal dolore e dalle molte esperienze vissute, e ritroverà la sua saggia filosofia: "Poteva andare peggio".

Critica 1:Da un romanzo di Reidar Jonsson. Alla fine degli anni '50 il dodicenne Ingemar ha molte ragioni per essere infelice: madre sempre malata, padre assente in mari lontani, fratello maggiore che lo tormenta. Ma infelice non è. Film insolito, fondato sul principio del "nonostante che". Inquietante, quasi sgradevole nella parte dei rapporti con la madre, trova momenti felici nella vacanza di Ingemar in casa dello zio dove s'accende nel disegno dei personaggi di contorno. Pur non sfuggendo a tutti gli stereotipi e alle trappole della letteratura sull'infanzia, è un film sulla vita, grande sistema di contraddizioni. Nominato agli Oscar 1988 per regia e sceneggiatura.
Autore critica:
Fonte criticaIl Morandini - Dizionario dei film, Zanichelli
Data critica:



Critica 2:Ci sono film che non osiamo citare, che diventano inutilizzabili come termini di paragone perché ci sembrano, comunque, “troppo alti” ed importanti: a differenza dei cult-movie, questi film possono anche permettersi di non essere universalmente acclamati, essi sono semplicemente mitici grazie al loro agire nelle più remote profondità della nostra coscienza, stranamente imparentati a certi nostri ricordi che, con loro, hanno evidenti affinità elettive.
I quattrocento colpi per alcuni rientra in questa definizione e, del resto, lo stesso Truffaut è “fisicamente” ricettivo alla mitizzazione a causa, soprattutto, della sua capacità di trasmettere amore, attraverso il cinema e per il cinema (i suoi film, come i suoi testi critici, dicono continuamente della passione di cui è amabilmente vittima). Grazie a Truffaut viviamo coscientemente il sogno della finzione.
Eppure l'Antoine Doinel de I quattrocento colpi è legato ad Ingemar, il protagonista di La mia vita a quattro zampe, da un elemento significativo e, per certi versi, essenziale: l'età mitica per antonomasia, la giovinezza. E questo un po' basta a rendere le azioni di quest'ultimo e le situazioni nelle quali si trova coinvolto, meno banali e gratuite, affettuosamente inseribili nell'immaginario personale dello spettatore, ben disposto verso quei testi che sinceramente espongono le proprie strategie (si pensi al successo di Stregata dalla luna).
Ingemar, però, non è Antoine Doinel: non agisce sulla vita, ne è vissuto, circondato com'è da donne che lo amano, che lo coccolano, che gli sorridono o che lo allontanano, lo sgridano, gli ordina-no di smetterla. Oppure che lo vezzeggiano
Anche in questo film, come in molti altri ultimi (e non), diventa essenziale il rapporto con i genitori, la necessità di dare e ricevere affetto, la quasi as-soluta indifferenza verso fatti o azioni che non siano “riferibili” alla propria interrelazione affetti-va. Ad una generazione fortemente critica e “se-lettiva” nei confronti di tali figure, oggi assistiamo ad un recupero “ragionato” e dialettico degli affetti, soprattutto materni. La madre che, ab-bandonate se non perdute dei tutto le sue funzio-ni subalterne o poliziesche nell'ambito familiare, diviene simulacro di sentimenti e di piacere. Nell'attuale momento di crisi, la figura paterna scompare davanti a quelle più forti della femmini-lità e dell'infanzia. Ingemar non è Antoine Doinel. Il primo è la realiz-zazione d'una poesia, in certi punti sdolcinata ma non per questo spiacevole. Il secondo è la prosa, spesso dura ed aggressiva, incredibilmente e for-temente poetica, è espressione pura di sentimen-ti profondi (l'amore, la libertà). Entrambi, però, come sempre succede nei film (guai se non accadesse), non sono bambini “rea-li, l'assurdità starebbe nel voler cogliere, attra-verso questi film, com'è realmente l'infanzia: il découpage ha nascosto e occultato (ha tradotto) certi dati che risulterebbero sostanziali se voles-simo ricavarne una definizione scientifica dei ter-mine, ma che non risultano essere significativi per il testo artistico. Per questo “leggiamo” troppo dell'adulto di poi - troppo profondo il pensiero, troppo sofisticata la logica. In compenso, non li sentiamo falsi: la verosimi-glianza - e non la realtà che, in questo caso, non c'interessa - non mostra incrinature di rilievo nonostante l'originalità dei protagonisti. E, del resto, se i testi narrativi sembrano preferire gli enfants prodige alla Mozart, il motivo è palese: la loro “geniaiità” li accosta, per molteplici tratti, all'adulto che ne scrive. In un certo senso essi sono più facilmente manovrabili.
Certo, Antoine Doinel non è Ingemar. Quest'ultimo ha un viso e degli occhi che, attraverso la bellezza, io rendono amabile fin da subito.
Antoine Doinel non ha bisogno di ciò: a lui è riservato un posto nell'Olimpo, non in Paradiso, accanto agli angeli.
Anche in La mia vita a quattro zampe incontriamo le due coordinate “forti” per eccellenza del nostro immaginario: il sesso e la morte. La prima sembra avere, su Ingemar, effetti appena avvertibili: egli rimanda o cerca di rimandarne l'apprendimento iniziatico mentre gli altri ne ammiccano o lo esibiscono liberamente e, più o meno, gioiosamente (primo, fra gli altri, lo zio, simpatico ed infantile).
Sono soprattutto le donne, le amichette di Ingemar, a prendere l'iniziativa: lui al più si trova ad esserne coinvolto suo malgrado (ed è cosi anche quando si vede “costretto” a leggere i dati pubblicitari della corsetteria femminile ad un anziano signore che, in ciò, trova un surrogato della pornografia piuttosto che dell'atto sessuale tout court).
E la seconda coordinata - la morte - che obbliga Ingemar all'unico atto di modificazione del reale di cui è capace: la lenta ed incessante costruzione d'un Universo rassicurante e trasparente come le bolle di vetro dello zio molatore, nel quale ritrovare la comoda difesa del grembo materno. Da qui la necessità d'inserire, di tanto in tanto, durante tutto il fìlm, fuori campo e su di un cielo stellato, le parole di Ingemar che dicono delle strane evenienze della vita (sono morti famose o spettacolari, casuali o volute da logiche perverse - come quella, ad esempio, della cagnetta mandata nello spazio in una navicella). Ingemar vuole convincersi dell'assoluta quotidianità della morte, vuole esorcizzarne la presenza col continuo nominarla: è lui che dice “Bisogna sempre fare i confronti nella vita” per convincersi che il suo non è il peggiore dei mondi possibili.
C'è, come dicevo, un'incorruttibilità d'un vincolo, genitore-figlio, che sembra aver sostituito (e, contemporaneamente, in parte recuperato) quello meno naturale ed immediato della famiglia. Ingemar e la madre sono come due recipienti complementari: pieno di cose da dare il primo (soprattutto affetto attraverso le parole: “Avrei dovuto raccontarle sempre tutto” dice Ingemar), vuoto e goloso di ricevere il secondo (la malattia che condurrà alla morte la madre di Ingemar è “curata” attraverso numerose e continue letture, letture che diventano una specie di corrispettivo di ciò che era la scrittura per Kafka).
Simbolicamente Ingemar non è capace di bere il latte: in un certo senso egli è “costretto” a dare affetto senza poterne ricevere più di quanto già non abbia. Nella foga dei dare, l'avere si perde, resta inutile, viene rimandato.
Ciò a cui sicuramente non assistiamo è alla crescita di Ingemar. Le vicissitudini si sublimano nella costruzione ormai ultimata della piccola casa “dei giochi” e nel l'allontanamento finale dal mondo adulto (mentre tutti esultano per la notizia radiofonica della vittoria d'un eroe sportivo nazionale, Ingemar candidamente dorme, lontanissimo dal mondo che lo circonda): è semmai la storia d'un ritrovamento felice, del riappropriarsi della propria età così intimamente sofferta e amata.
Ancora una volta è, al contrario, Antoine Doinel che, nel suo viaggio, trova del nuovo e cresce.
La rinuncia a diventare adulto è testimoniata, in La mia vita a quattro zampe, anche da un altro personaggio, l'amica boxeure di Ingemar, la compagna di squadra che, pur di continuare a giocare a calcio con i suoi amici, preferirebbe non veder crescere il suo seno, pena la perdita di quello stato falsamente androgino dell'età puberale: si rinuncia a crescere pur di conservare le ali.
L'ambiente, pur non essendo dei più caldi, non gioca a sfavore: la Svezia, con i suoi paesaggi innevati, con le sue dominanti “fredde” (anche di colore) è “riscaldata” da una certa dose di umanesimo antirazziale: la fratellanza fra nord e sud si materializza davanti ad un televisore, dove la famiglia svedese dello zio di Ingemar ed una greca prendono, imbarazzate, posto. È il lieve sguardo dei piccolo protagonista che ci rende il mondo che lo circonda: i suoi occhi e la sua altezza sono i parametri della nostra fruizione -tutto è ammantato in un ricordo senza tempo, in un continuo flashback di cui ignoriamo il termine ultimo di riferimento.
La narrazione accumula eventi che consumiamo piacevolmente e velocemente: le situazioni, per lo più, si sommano cedendo il passo, di tanto in tanto, a deviazioni più profonde che, con evidenza, punteggiano il racconto (la malattia e la morte della madre), il tutto incorniciato da una certa cura formale e “mediana”, in certi casi pubblicitaria, con musiche ed immagini fin troppo concessive nel confronti dei pubblico.
Rimane evidente l'imbarazzo d'una cinematografia per certi versi non esercitata a nuove strategie che, forse senza volerlo, attrae per il suo timido modo di presentare le storie che istintivamente, come i personaggi che propone, siamo portati ad amare ed a proteggere. Eventualmente a perdonare.
Autore critica:Demetrio Salvi
Fonte critica:Cineforum n. 276
Data critica:

7-8/1988

Critica 3:Punto di partenza del racconto è l'affidamento del giovane Ingemar agli zii e il conseguente smembramento della sua famiglia. Al di là dell'assenza del padre, che lavora lontano e che mai compare, Ingemar soffre per la mancanza della madre, colpita dalla tubercolosi, e del suo cane Sikkar, costretto a vivere in un canile. Adattarsi alla nuova situazione non è facile, è necessario cambiare le proprie abitudini e conoscere persone nuove accettando le loro bizzarrie. Questo è infatti uno degli aspetti più interessanti del film, che analizza l'ambiente naturale della campagna svedese con occhio lucido e realistico. L'isolamento degli abitanti di queste regioni, che vivono lontani gli uni dagli altri e che trascorrono gran parte del loro tempo in solitudine e immersi in un silenzio che è tipico dello stile di vita scandinavo, fa sì che molti individui assumano comportamenti quantomeno inconsueti. Di tutto questo è testimone Ingemar, che passa di casa in casa e di avventura in avventura come se vivesse una fiaba divertente e inquietante al tempo stesso. Il giovane scopre una società chiusa e diffidente, moralista ma anche spregiudicata, incapace di trovare un momento di coesione e dunque ostinata nel proprio individualismo. Assistiamo così alle sedute di posa di Berit, che si espone allo sguardo un po' morboso dello scultore; all'anziano feticista che ama la biancheria intima femminile; al solitario che passa il suo tempo ad aggiustare il tetto di casa e a fare bagni nel fiume gelido; al presunto lesbismo di Saga, che gioca a pallone e tira di boxe.
Le curiose esperienze che accumula non consentono però a Ingemar di superare le difficoltà di comunicazione che lo affliggono da quando ha perso contatto con la madre e il cane. Soltanto con loro il protagonista sapeva e poteva parlare e gli sono stati sottratti in un momento fondamentale della sua maturazione, quello del confronto e dello scambio quotidiano di informazioni. Ingemar non ha più con sé la donna che rappresentava la sua insegnante e la sua guida nella vita e non può più nemmeno giocare (e quindi esprimere il proprio affetto e le proprie attenzioni) con Sikkar. Se per un periodo l'assenza di questi due soggetti è da ritenersi temporanea, la scomparsa della madre è un ordigno che implode nell'animo del ragazzo. Ingemar non riesce a elaborare la morte della donna e si aggrappa disperatamente a Sikkar fingendone la presenza con la malinconica interpretazione che mette in atto in prima persona. Soltanto Saga, che ha capito davvero la situazione, è in grado di sbloccare il corto circuito psichico di Ingemar. La notizia della morte di Sikkar costringe il protagonista ad affrontare il lutto e la sofferenza: il dolore irrompe violentemente in lui, il sogno si interrompe e la realtà riaffiora all'improvviso. Non è facile per Ingemar, ma il breve periodo trascorso in solitudine e mutismo nella casa dei giochi gli consente di prendere coscienza di quanto è accaduto e lo restituisce al resto del mondo più maturo e forte. Ingemar vive un rito di passaggio brusco e dolente, ma è solo attraverso questa esperienza che ottiene gli strumenti mentali e conoscitivi necessari per affrontare l'adolescenza e la vita adulta.
Autore critica:Stefano Boni
Fonte critica:Aiace Torino
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:Mit liv som hund
Autore libro:Jonsson Reidar

A cura di: Redazione Internet
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