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Orizzonti di gloria - Paths of Glory

Regia:Stanley Kubrick
Vietato:14
Video:Warner Home Video (Gli Scudi)
DVD:La Repubblica, L'Espresso
Genere:Guerra
Tipologia:La guerra, La memoria del XX secolo, Storia del cinema
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Tratto dal romanzo "Paths of Glory" di Humprey Cobb
Sceneggiatura:Stanley Kubrick, Jim Thompson, Calder Willingham
Fotografia:George Krause
Musiche:Gerard Fried
Montaggio:Eva Kroll
Scenografia:Ludwig Reiber
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Kirk Douglas, Adolphe Menjou, Ralph Meeker, Richard Anderson, Frederic Bell, Harold Benedict, Peter Capell, Timothy Carey, Suzanne Christian, Ken Dibbs, Bert Freed, Jerry Hausner, George Macready, Emile Meyer, Wayne Morris, John Stein, Joseph Turkel
Produzione:Harris/Kubrick Productions - Bryna Productions
Distribuzione:Istituto Luce
Origine:Usa
Anno:1957
Durata:

91'

Trama:

Durante la prima guerra mondiale, il generale Broulard, dello Stato Maggiore francese, nel tentativo di rialzare le sorti della guerra, ordina al generale Mireau di attaccare una posizione saldamente fortificata, tenuta dai tedeschi. Mireau è convinto che l'attacco si risolverà in un massacro ma vede nel tentativo un'occasione di mettersi in luce come ardito comandante. Impartisce al colonnello Dax l'ordine di condurre i suoi uomini all'attacco. Dax è un combattente valoroso il quale però, se dipendesse da lui, si guarderebbe dal sacrificare la vita dei suoi soldati a mire ambiziose; ma l'ordine ricevuto è categorico e non resta che eseguirlo. All'alba del giorno designato, Dax esce dalla trincea con la prima ondata; la reazione tedesca produce larghi vuoti nelle schiere francesi e nessuno riesce a superare più della metà dello spazio che separa le due linee. Il bombardamento tedesco si fa così intenso che la seconda ondata non può uscire dalla trincea. Il generale Mireau, che assiste da un lontano osservatorio al fallimento dell'attacco, va su tutte le furie ed ordina all'artiglieria di sparare sulle linee francesi per costringere gli uomini ad uscire dalle trincee; ma l'ordine non viene eseguito. Convocato dallo Stato Maggiore, Mireau decide di punire esemplarmente quegli uomini, che definisce "vigliacchi", facendone fucilare tre, scelti a caso. Dax s'oppone con tutte le forze a tale decisione, e inutilmente difende i suoi tre sol-dati dinnanzi ad un tribunale militare che ha già deciso la condanna a morte. Dax minaccia di provocare uno scandalo rivelando l'ordine pazzesco dato da Mireau all'artiglieria, ma i suoi sforzi sono vani. Il generale Broulard lascia che i tre uomini vengano fucilati e il giorno dopo ordina un'inchiesta sul conto del generale Mireau, che viene allontanato dal comando. Dax rifiuta sde- gnosamente una promozione e all'indomani riceve l'ordine di raggiungere coi suoi la prima linea.

Critica 1:Da un romanzo di H. Cobb. Un capolavoro del cinema antimilitarista, e il solo film hollywoodiano che analizzi la guerra e il militarismo in termini di classe. Racconto di suspense ideologica, è anche un pamphlet satirico in cui il furore della denuncia e un certo schematismo ideologico sono quasi interamente assorbiti nella forza dello stile. Conta il rapporto tra il settecentesco castello dove gli ufficiali dello Stato Maggiore predispongono sulla carta (sulla scacchiera) le mosse dell'azione, rispondendo alle proprie ambizioni, e il caos del "formicaio" in trincea dove l'azione veramente si svolge. Fu distribuito in Francia soltanto nel 1975. Quando si toccano i generali, i censori hanno una memoria storica di ferro. Suzanne Christian, la ragazza che canta con i soldati la struggente canzone finale, diventerà la moglie di S. Kubrick.
Autore critica:
Fonte criticaIl Morandini - Dizionario dei film, Zanichelli
Data critica:



Critica 2:Appare chiaro che (per quanto casuale possa essere stata la scelta del soggetto) nello spazio del cinema americano il genere di K è, per elezione, il film bellico, scelto proprio in quanto esaspera i caratteri fondanti di qualsiasi genere (le qualità particolari elencate sopra da K. non sono altro che, potenziati, i vantaggi di sinteticità, formalizzazione tipizzazione delle sto-rie, di caratterizzazione dei personaggi e insomma di “realistica” artificio-sità dell'insieme, - offerti da ogni genere). Se il genere, che è per quanto riguarda la narrazione il massimo di cultura sedimentata in proprio dal
cinema, è in K. figura mediata dell'artificio stesso che è il cinema (e vediamo che viene scelto il genere ritenuto più efficacemente artificioso), la ricerca spinta di “credibilità” non si riduce alla riproduzione minuziosa e naturalistica dei particolari (del resto in tutti i suoi film contraddetta dall'uso costante di obiettivi più o meno sensibilmente distorcenti, e dalla stilizzazione delle inquadrature). K. è prima di tutto cosciente del carattere puramente filmico del verosimile ricercato (non bastando più l'efficacia pur notevole delle situazioni bellico-orrorifiche, sarà logico in questo senso l'approdo al genere SF in cui tutto o quasi può essere accolto), e mira perciò a una credibilità più “logica” che di suggestione, in quanto già all'interno delle suggestioni del genere-cinema.
Può sembrare cinico introdurre così freddamente il discorso su un film che tratta di un problema umano come la guerra. Ma il film non è immediatamente antimilitarista né militarista, le sue intenzioni sono diverse dalla violenta ironia cabarettistica di Lester (Come vinsi la guerra), da quella ripetitiva e granguignolesca ma amorfa con cui Nichols mette in scena uno scatenato romanzo di Heller (Comma 22), dalla scelta derisoria altmaniana di mostrare lo “spettacolo” disarticolato delle retrovie (MASH), dall'apologo brechtiano di Losey (Per il Re e per la Patria), dalla visione popolar-marxista di Rosi (Uomini contro) - infine dal lirismo umanitario di
Milestone (All'Ovest niente di nuovo). K. Non affida l’eventuale antimilita-rismo dell'opera a un visibile punto di vista interno ad essa, o ad uno spostamento sugli aspetti beffardi del fatto bellico (vedi Lester e AItman), o a un'ambizione didattico-esplicativa sulla realtà (come Rosi) né comunque a un intervento più o meno critico della “regia” sul fatto-guerra raccontato dal film, né alla messa in scena di un soggetto già suffìcientemente critico. Orizzonti di gloria è la costruzione della guerra e del suo funzionare. Lo è proprio perché ne ripete i riti glaciali, non perché mostri il nascere e lo svilupparsi del fenomeno. Esso è infatti già dato nella scritta iniziale (“1916” e nella voce fuoricampo che brevemente puntualizza la situazione del conflitto, e le cui ultime parole sottolineano la posizione di stallo della guerra di trincea, nella quale “gli attacchi riusciti si misuravano in guadagni di- qualche centinaio di metri pagati con centinaia di migliaia di vite”. In seguito la voce tace, e resta solo la situazione di guerra, una guerra storica-mente determinata e con tutti i particolari al posto giusto (Churchill dixit), eppure guerra che pare astratta, guerra in cui non si vede un nemico, in cui non è mai questione di un nemico “aggressore” o ideologicamente “diverso”. Il tutto non sembra meno astratto della “selva” di Fear and Desire, e il riferimento storico preciso crea solo l’incubo. In fondo K. stesso lo dice: sceglie la Prima Guerra Mondiale perché é l’esempio immane di un conflitto gratuito, “una guerra scoppiata per caso”, il cui senso non è comunque maggiore di quello della guerra dei Sette Anni. A parte la discutibilità del giudizio in questione, che è poi l’affacciarsi di un giudizio profondamente pessimistico su tutta la Storia, la situazione è chiara:
anche qui ci troviamo nelI'acquario, nella distanza della fiaba, nel gioco. La guer-ra, come il gioco più complesso e crudele, nello stesso tempo forse il più tremendamente attraente.
Grazie all'elemento visivo, K. Sovrappone al vivido apologo letterario lo schematismo suggestivo della fiaba, specie nel continuo alternarsi dei due ambienti principali, il palazzo del comando e la trincea della truppa, geograficamente vicini e, appunto, lontani come l'antro della Strega e il palazzo del Principe (può essere anche Dracula principe delle tenebre. In questa direzione va la stessa scelta di Menjou e di un tipico,“cattivo e sfregia-to”. Anche se K. è stato criticato per questa connotazione dei due generali come “cattivi” tipici, che smorzerebbe la portata antimilitaristica della cosa, la patologia tipizzata dei due “deve” contrapporsi simmetricamente alla “nobiltà” di DougIas-Dax. (…) L’opinabile giudizio storico (o astorico) di K. Riferito sopra si baia però su quella che fu la realtà bruta del fatto Grande Guerra: per anni, milioni di uomini nelle trincee, e gli insensati attacchi con ventimila morti per voIta. La trincea come sanzione fisica di una guerra che si sapeva ormai di posizione, e decidibile non per offensive di soldati ma per potenza di artiglieria e ancora più per decisioni di governi (vedi la pace di Brest-Litovsk). A noi è stato insegnato che Cadorna era stupido (o cattivo) per i suoi attacchi a tappeto suicidi ma la maggior parte dei comandi, sui fronti principali nel ‘14-’18, prese di continuo decisioni che votavano in partenza al massacro fino ai tre quinti degli effettivi in azione. Mireau
che snocciola le percentuali di perdite previste nel folle assalto, forse è un sadico, ma soprattutto sta svolgendo un’indispensabile operazione logico--matematica: “metà dei suoi i uomini periranno - dice a Dax - ma avranno permesso all'altra metà di prendere il Formicaio”.
L’ironia di K. sta nel prendete ad esempio una guerra storicamente vera che, resa esattamente e “realisticamente”, si rivela come, puro, assurdo. Non ha bisogno di sconvolgere apertamente il genere coll'invenzione fantastica o coll'evidenza della condanna o ancora mediante l’irrisione distorcente. Si capisce perché sia rimasto colpito dalla situazione proposta dal romanzo: il processo e la condanna per codardia, e ancor prima il tentativo di Mireau di far sparare sui propri soldati, sono la riproposta dell’assurdo meccanismo di previsione e pianificazione della morte all’interno di una sola delle parti in guerra. La frase di Mireau infuriato per il fallimento rassicura lo spettatore del film di guerra; qualcosa si vedrà “se non hanno voluto affrontare i fucili tedeschi affronteranno quelli francesi”. (…)
La specificità di Orizzonti di gloria non è quindi la guerra, o lo è talmente da divenire struttura del tutto e non solo della guerra. La condanna sorge solo dall’ammirazione inconscia per un “bel” meccanismo che è poi produttore di morte.
La paura della situazione è quella del gioco rituale (il gioco eroico e catartico della lotta bellica) che si scopre con orrore essere un sacrificio umano. L’aspetto del conteggio della morte, della previsione dei suoi modi (“preferisci la mitragliatrice o la bomba?” si chiedono i soldati la notte dell’attacco), del suo succedere implacabile (e K. Solo dopo molte discussioni riuscì a imporre alla United Artists l’esecuzione finale invece di una grazia salvatrice), del suo avvenire senza eroismi, è il punto nero in cui il meccanismo si rivela non essere limitato alla guerra. (…)
Autore critica:Enrico Ghezzi
Fonte critica:Stanley Kubrick, L’Unità/Il Castoro
Data critica:

7/1995

Critica 3:
Autore critica:
Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:Paths of Glory
Autore libro:Cobb Humphrey

A cura di: Redazione Internet
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