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Da qui all'eternita' - From Here To Eternity

Regia:Fred Zinnemann
Vietato:No
Video:Biblioteca Rosta Nuova, visionabile solo in sede - Columbia Tri Star Home Video
DVD:
Genere:Drammatico
Tipologia:Storia del cinema
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Tratto dal romanzo omonimo di James Jones
Sceneggiatura:Daniel Taradash
Fotografia:Floyd Crosby, Burnett Guffey
Musiche:George Duning
Montaggio:William Lyon
Scenografia:Cary Odell
Costumi:Jean Louis
Effetti:
Interpreti:Burt Lancaster (Sergente Warden), Montgomery Clift (Prewitt), Deborah Kerr (Karen Holmes), Donna Reed (Lorena), Frank Sinatra (Angelo Maggio), Claude Akins (Sergente Dhom), Ernest Borgnine (Sergente Judson)
Produzione:Columbia Pictures Corporation
Distribuzione:Columbia
Origine:Usa
Anno:1953
Durata:

118’

Trama:

Nel 1941 alle Hawaii, alla vigilia dell'attacco giapponese a Pearl Harbour, s'intrecciano storie violente e sentimentali dei militari americani. Un capolavoro hollywoodiano con cast di serie A, premiato da otto Oscar. Celebre il bacio sulla spiaggia tra Burt Lancaster e Deborah Kerr.

Critica 1:La vicenda è ambientata nel 1941, nella base militare di Pearl Harbor, a pochi giorni dall’attacco giapponese. Ma il film non si sofferma, se non nel finale, sul momento storico, perché sono le vicende personali parallele ad essere in primo piano: quella tra Montgomery Clift e Donna Reed e quella tra Burt Lancaster e Deborah Kerr. Tenere in parallelo due storie d’amore così forti, con tutti i contrasti possibili (un soldato che si rifiuta di boxare dopo aver ucciso un uomo in combattimento, un sergente che rifugge dalla carriera militare, una sorta di “nobile” prostituta, un’adultera che ricambia il marito infedele, ecc.) è un’impresa ambiziosa, sostenuta però, da un lato dalla grande capacità evocativa della sceneggiatura, che intreccia ed alterna le storie all’interno dell’ambiente ipocrita ed inutilmente violento della base militare, dall’altro da una regia, quella di Zinnemann, sempre attenta a non andare sopra le righe di un mélo a forti tinte, ma del tutto inserito all’interno dell’ambiente militare. Ed anche quando la forza delle immagini di Zinnemann esasperano il “fuoco dei sentimenti” (la celebre scena del bacio tra Lancaster e Deborah Kerr sulla spiaggia) il film mantiene inalterata la sua credibilità, che viene anzi rafforzata proprio dalla valenza simbolica delle immagini. Zinnemann del resto, viennese trapiantato a Hollywood, era un cineasta con una sua idea personale di cinema, reduce dal grande successo ottenuto con Mezzogiorno di fuoco (altro film controtendenza dell’epoca), e poteva perciò anche permettersi delle libertà formali e contenutistiche ad altri non concesse.
Autore critica:
Fonte criticadvd.it
Data critica:



Critica 2:Il cast di questo film di larghe ambizioni fu al centro di molte polemiche, e addirittura segnò un capitolo suggestivo nella storia di Hollywood (tale da ispirare il famoso episodio della testa mozzata del cavallo in II padrino di Coppola). Le star dovevano essere Robert Mitchum (Warden), Aldo Ray (Prewitt), Joan Crawford (Karen), Eli Wallach (Maggio) e Julie Harris (Lorena). Ma Zinnemann era legato a Montgomery Clift da sincera ammirazione, al punto da dichiarare ai produttori: «Se volete un altro attore, dovete trovare un altro regista». Così riesce ad averlo come protagonista e ne sarà tanto soddisfatto da affermare che «egli fu la base di qualunque cosa eccellente si trovi in From Here to Eternity». Al contrario sembra che Sinatra si sia imposto attraverso pressioni esterne, e proprio a questo esordio su raccomandazione del cinema “impegnato” si riferisce Il padrino. Comunque, Zinnemann dichiarerà in seguito: «Non c'entravano teste di cavallo»; e inoltre, sicuro di sé: «Se non lo avessi voluto, non avrebbe recitato quel ruolo». Gli altri cambiamenti rientrano invece nella ordinaria amministrazione del cinema. Alla fine, si tratta di un grande successo. Otto oscar (su tredici nomination) tra cui: film, regista, attore non protagonista, attrice non protagonista, sceneggiatura. (...)
Dopo High Noon Zinnemann continua il suo discorso sulla sopraffazione su colui che, rivelando un carattere deciso e coerente, contrasta gli interessi di una comunità. Qui è la volta del soldato Prewitt, testardo oltre misura, che ha rinunciato al grado di caporale e a un privilegiato posto di trombettiere, perchè offeso dal fatto di essere stato messo in ombra da un raccomandato. Nella nuova base nel Pacifico il capitano Holmes vuole costringerlo a tornare sul ring e dà carta bianca al sergente Gallicovich del plotone di Prewitt, affinchè lo sottoponga ad ogni genere di vessazioni, per farlo crollare e convincerlo ad unirsi alla squadra.
Questa vicenda funziona da perno per l'intrecciarsi di diverse storie (il film si apre con l'arrivo di Prewitt alla nuova caserma e si chiude con la sua assurda morte). Appare subito chiaro che molti sono i legami con il fortunato western del quale riproduce l'antitesi fondamentale, tra il rigore morale di una scelta individuale vissuta con determinazione e sofferenza e le inique pressioni del contesto sociale. Ma allo stile freddo e preciso, all'allegoria politica e all'elaborazione intellettuale di High Noon, si sostituisce ora una propensione per il melodramma a forti tinte, per un'emotività sottolineata, per una storia che solo parzialmente rimanda ad altro da se stessa. Il linguaggio filmico è ad un tempo più controllato e più condiscendente: se da un lato la m d p di Zinnemann si limita - ancor più che nelle pellicole precedenti - ad una semplice registrazione dei fatti evitando anche il minimo movimento o calligrafismo, in uno stile spoglio, teso a dare ai personaggi (tutti ottimi attori) e agli eventi il massimo risalto, d'altro lato, e specialmente nella parte conclusiva, la storia si tinge di un violento pathos, accresciuto come di consueto dall'uso di primissimi piani. In particolare, la sequenza di Prewitt che intona alla tromba il ''silenzio'' per commemorare l'amico ucciso è da antologia, costituendo un esempio chiave dello stile di Zinnemann: unificate da quel canto funebre si susseguono le immagini dei soldati immobili, inframezzate dal primissimo piano di Prewitt che suona con il volto rigato da una lacrima e da campi lunghi dell'edificio militare, a segnare la ritrovata unità dopo gli aspri conflitti che s'erano sviluppati attraverso l'esperienza del dolore. È uno dei momenti più riusciti, una autentica commozione lirica, nella quale risalta l'uso accorto del montaggio e del primo piano (quest'ultimo una sorta di carta vincente che l'autore sa tenere nascosta per giocarla solo al momento opportuno e conferendole così il massimo impatto emotivo). (...) Prewitt è, dunque, il personaggio intorno a cui ruota una spirale di insostenibile violenza, fisica e psicologica. Ma questa volta lo sfondo non è una lontana, anche se allusiva, cittadina del West, bensì il glorioso e celebrato esercito americano (all'epoca il film sorprese proprio per il suo coraggio e la sua visuale critico-realistica). Non solo. L'ambiente militare vi è dipinto come un luogo popolato da brutali sergenti e faziosi capitani, che abusano del loro potere per finalità personali, nel totale spregio di ogni rispetto umano. A ciò si aggiunga che i personaggi positivi finiscono uccisi (Maggio linciato da Judson, Prewitt dai suoi stessi compagni, per errore) proprio a causa di quella catena di soprusi di cui sono oggetto. L'individuo non riesce nemmeno a sopravvivere nel meccanismo sociale (magari al prezzo di una volontaria autoemarginazione: la stella nella polvere dello sceriffo Kane). Anzi, ne esce stritolato se rifiuta di uniformarsi, di scendere a compromessi. Del resto, fin dall'inizio, l'abile sergente Warden aveva invitato Prewitt a «farsi furbo», a cedere al compromesso. Ma l'ammonimento non era servito: come Kane non fugge, così Prewitt non risale sul ring e accetta di buon grado gli ordini più assurdi e gratuiti.
Tra gli opposti (i superiori malvagi e i due soldati incrollabili), la figura di Warden si colloca in una posizione mediana: è l'uomo esperto che sa ottenere giustizia mediante una sottile diplomazia fatta di mezze frasi; è il sergente maggiore che manovra il capitano Holmes, fingendo di dargli rispettosi consigli. La elasticità e la esperienza gli permettono di uscire vincitore da tutta la vicenda, dopo che i due soldati sono morti, il capitano Holmes si è dimesso e il sergente Judson è stato ucciso. Se Zinnemann è certo dalla parte di Prewitt e Maggio, egli sa però razionalmente indicare nel pragmatismo di Warden il modello più efficace per affrontare con successo, e senza troppe umiliazioni, gli ostacoli del sistema sociale.
Comunque, il coraggio di From Here to Eternity è solo parziale. Se è vero che i prepotenti non sono mere eccezioni di una struttura peraltro perfettamente funzionante, d'altro canto vi è un attento equilibrio tra elementi positivi e negativi, ed è su un personaggio positivo, Warden, che si chiude il film. Il capitano Holmes è certo un ambizioso senza scrupoli, ma i suoi superiori sono in compenso colonnelli e generali probi (significativa la sequenza in cui Holmes assiste compiaciuto alla zuffa tra il sergente Gallicovich e il finalmente reattivo Prewitt, mentre i suoi superiori da una finestra si chiedono allibiti perchè non ne ordini la fine) e, d'altronde, è il saggio sergente maggiore Warden a guidarlo in segreto.
Il sergente Gallicovich è un farabutto, pronto a infierire su Prewitt; in compenso quest'ultimo è difeso ora da Maggio, ora da altri soldati che ne testimoniano l'innocenza, gli dimostrano solidarietà, gli ricordano l'esistenza di un regolamento cui può appellarsi per far punire i suoi persecutori, spesso lo salvano da ingiuste punizioni. Warden ubriaco dà ordini al vento, ridicolizza la realtà militare, ma quando è sobrio mostra di amare il suo lavoro. Judson sta per linciare Maggio allo spaccio, ma Warden interviene, evitando o almeno ritardando quel linciaggio. Prewitt accoltellerà Judson, ma solo al colmo di una sequela di torti subiti e sarà ucciso un po’ troppo banalmente (solo perchè rifiuta di farsi riconoscere confermando una testardaggine che in tale occasione confina con la stupidità) mentre tenta di ricongiungersi eroicamente al suo plotone: ogni colpa è espiata, ogni ingiustizia trova la sua punizione in questo intreccio troppo calibrato secondo i canoni del vigente codice Hays, l'autocensura di Hollywood (necessarie compensazioni di elementi positivi e negativi). Per questo, non si può fugare il sospetto di una punta di artificiosità, che va ad innestarsi sulla peraltro sincera ispirazione che l'opera in più punti dimostra. Del resto Zinnemann non poteva osare una franchezza eccessiva, o utilizzare lo stile scabro della precedente concisione in questa superproduzione destinata a intrattenere un largo pubblico, ad essere il «film dell'anno». Il cinema povero e rude era - nel bel mezzo degli anni '50, nell'era dei musicals e dei colossi biblici - solo un ricordo: bisognava aggiustare il tiro pur cercando di rimanere se stessi. Zinnemann è uno dei pochi registi che vi riesce, attraversando pressochè indenne gli anni della ''caccia alle streghe''.
Autore critica:G. Raus
Fonte critica:Fred Zinneman, Il Castoro Cinema
Data critica:

1985

Critica 3:
Autore critica:
Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:
Autore libro:

A cura di: Redazione Internet
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