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Kippur - Kippur

Regia:Amos Gitai
Vietato:No
Video:Medusa Video
DVD:
Genere:Guerra
Tipologia:La guerra
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Amos Gitai, Marie José Sanselme
Sceneggiatura:Amos Gitai, Marie José Sanselme
Fotografia:Renato Berta
Musiche:Jan Garbarek
Montaggio:Monica Coleman, Kobi Netanel
Scenografia:Miguel Mirkin
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Liron Levo, Tomer Ruso, Uri Ran Klauzner, Yoram Hattab, Liat Glick Levo, Noach Faran
Produzione:Mp Production Parigi, R & C Produzioni Roma, Agav Film Tel Aviv
Distribuzione:Medusa
Origine:Francia, Israele, Italia
Anno:2000
Durata:

120'

Trama:

Il 6 ottobre 1973 in Israele é la festa di Yom Kippur. All'improvviso ad Haifa, mentre le famiglie stanno andando al mare, risuona un rumore sordo che sembra l'urlo di una sirena : é la guerra. Egitto e Siria hanno attaccato a sorpresa approfittando del giorno di festa. Due amici, richiamati dall'esercito, su una vecchia Fiat124 cercano di raggiungere il loro Quartier Generale ansiosi di servire e difendere il paese. Quando arrivano il loro battaglione è già partito, passano la notte in una caserma deserta e decidono di entrare nella forza aerea. Vengono destinati ad un gruppo di soccorso aereo incaricato di raccogliere i feriti caduti durante le battaglie. Le missioni si susseguono senza tregua e noi viviamo il conflitto attraverso gli occhi dei due ragazzi che progressivamente perdono l'entusiasmo e si sentono sempre più soli. ll loro aereo viene abbattuto e loro vengono feriti. Una volta guarito Amos non sopporta di restare al centro di riabilitazione dove la vista dei commilitoni gravemente feriti gli ricorda la guerra per cui chiede e ottene di andare in un albergo. Qui tra le braccia di una giovane donna sconosciuta, finalmente riesce a dormire.

Critica 1:C'è mai stata pace in Medio Oriente? Sabato 6 ottobre 1973, nella ricorrenza dello Yom Kippur, il "giorno dell'espiazione", si chiede perdono a Dio nel silenzio e scoppia la guerra. Siriani ed egiziani attaccano, molti soldati israeliani non riescono a raggiungere i reparti, è il caos. Amos Gitai partecipò a quella guerra e ce la mostra in un film lucido e straziante, aperto e chiuso da due scene d'amore con i corpi che si abbracciano su un letto cosparso di vernici. Il tempo colorato dell'amore e il tempo fermo e infinito della guerra. Gitai segue l'affannoso lavoro di una squadra di volontari che in elicottero recuperano i feriti e li riportano negli ospedali. Due scene tolgono il fiato e la pace: quando i soccorritori non riescono a tirar fuori dal fango la barella con un ferito e quando l'elicottero colpito da un razzo precipita a terra senza che la macchina da presa smetta di guardare. Gitai ci costringe a stare dentro la guerra, a guardare e continuare a guardare. Nessun commento, nessuna morale, nessun accenno ad una qualsiasi superiorità sul nemico, nessuna rivendicazione di essere nel giusto. Solo uno sguardo mesto e pietoso su degli uomini che cercano di salvarne altri. Sembrano sapere che non sarà l'ultima guerra. Grande film.
Autore critica:Bruno Fornara
Fonte criticaFilm TV
Data critica:

24/10/2000

Critica 2:Cinque giornate di un gruppo di ragazzi bellissimi e felici catapultati dalla allegra e un po’ futile normalità della pace all’inferno della guerra. Cinque giornate nel Golan, sotto il tiro dei siriani, nel fango, nella pioggia, a cercare di salvare quante più vite umane è possibile. Cinque giorni in due ore di un severo film sulla guerra e contro la guerra - anche se, Amos Gitai tiene a precisare “non antimilitarista” - più duro di Niente di nuovo sul fronte occidentale, di Orizzonti di gloria e di Platoon messi insieme. Con un’avvertenza: poco importa la coincidenza dell’uscita di Kippur con i tragici eventi di questi giorni in Israele. E Kippur, anche se è certamente legato all’esperienza autobiografica di Amos Gitai durante i giorni dell’attacco a sorpresa subito da parte di egiziani e siriani insieme, il 6 ottobre 1973, il giorno appunto del Kippur, è un film su “tutte” le guerre. Non è certo un caso se il nemico in questo film non si vede mai, e si vede solo il disastro che gli scontri producono. Amos Gitai, che è nato nel 1950, la guerra l’ha vissuta in prima persona giovanissimo, come il personaggio in cui si rispecchia, Weinraub (l’attore, bellissimo come solo certi giovani “sabra” possono essere, è Liron Levo). Come lui, sorpreso dall’annuncio dell’attacco in un tranquillo giorno di festa che era anche il suo compleanno, si è precipitato verso il fronte, si è trovato prigioniero di un gigantesco ingorgo, non è riuscito a raggiungere il gruppo a cui era assegnato, si è trovato a far parte di un’improvvisata squadra di soccorso, è stato abbattuto con i suoi compagni e l’elicottero che li trasportava, è stato ferito. Ed è certo quest’esperienza di prima mano, questa cicatrice sulla giovinezza di Gitai, che dà al film il suo aspro sapore di verità. Ma è soprattutto la scelta severa e apparentemente autolesionista di non romanzare, di usare la cinepresa (quella del bravissimo Renato Berta) senza virtuosismi e indulgenze estetiche, a fare di Kippur un film unico, originale e fortissimo. Incalzando da vicino il caos, l’orrore e il sangue in un film tutto grigio, verde, fango - salvo l’inizio, che non è davvero la parte migliore, in cui vediamo Weinraub rotolarsi in un letto con la sua ragazza in uno psichedelico tripudio di colori che si spargono addosso felici - seguendo il lavoro disperato di una squadra di soccorso che cerca con dedizione assoluta di salvare le vite che le due parti stanno cercando di distruggere, Gitai ci sbatte in faccia il paradosso della guerra, spoglia di ogni eroismo i gesti eroici dei suoi ragazzi (si veda quella inutile battaglia nel fango per salvare una vita), ci mette faccia a faccia con la sofferenza. Lo spettatore potrebbe chiedersi perché dovrebbe andare a confrontarsi con questa sofferenza: beh, perché siamo pronti a soffrire inutilmente (con buona pace di chi dice che è utile) della finzione orrorosa degli splatter, perché palpitiamo per dolori romanzati, perché cerchiamo paure fasulle ed emozioni artificiali da "Grande Fratello". Per una volta, anche se fa male, vale la pena di scontrarci con qualcosa di autentico.
Autore critica:Irene Bignardi
Fonte critica: la Repubblica
Data critica:

21/10/2000

Critica 3:
Autore critica:
Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:
Autore libro:

A cura di: Redazione Internet
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