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Terzo uomo (Il) - Third Man (The)

Regia:Carol Reed
Vietato:No
Video:Legocart
DVD:
Genere:Poliziesco
Tipologia:Storia del cinema
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Basato sul testo di Graham Greene
Sceneggiatura:Graham Greene, Mobbie Poole, Carol Reed
Fotografia:Robert Krasker
Musiche:Antonio Karas
Montaggio:Oswald Hafernichter
Scenografia:Joseph Bato, John Hawkesworth, Vincent Korda
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Joseph Cotten (Holly Martins), Alida Valli (Anna Schmidt), Orson Welles (Harry Limem), Trevor Howard (Maggiore Calloway), Paul Hörbiger (Porter), Ernst Deutsch (Barone Kurtz), Erich Ponto (Dottor Winkel), Siegfried Breuer (Popescu), Bernard Lee (Sergente Paine), Wilfrid Hyde-White (Crabbin)
Produzione:London Film Production per la British Lion
Distribuzione:Bim, Cineteca Griffith - Pantmedia (I classici di oreste del buono)
Origine:Gran Bretagna
Anno:1949
Durata:

104'

Trama:

Poco dopo la fine della guerra, Holly Martins, scrittore canadese, si reca a Vienna, dove un suo amico d'infanzia, certo Harry Lime, sta svolgendo un'attività di carattere umanitario. Martins si propone di collaborare con l'amico, ma giunto a Vienna, apprende che Harry è morto il giorno prima, in seguito ad un infortunio. Al funerale dell'amico, Martins conosce Calloway, capo della polizia militare americana, il quale gli rivela che Harry era un malfattore. Martins non ci vuol credere e intanto inizia, per suo conto, indagini sulla morte accidentale di Harry. Interroga vari amici del defunto, i quali sostengono che solo due persone erano presenti al momento dell'incidente, mentre a Martins consta che i presenti erano tre. Riparla della cosa con Calloway, il quale può provargli che Harry spacciava penicillina falsificata, cagionando numerose morti. Martins decide di partire e si reca a salutare Anna, grande amica di Harry. Uscendo, di notte, dalla casa d'Anna vede Harry in carne ed ossa, lo chiama, ma quegli fugge. Messo al corrente, Calloway accerta che l'uomo sepolto col nome di Harry non era Harry, ma un suo complice. Messosi d'accordo con Martins, riesce ad attirare Harry, che viene ucciso dopo un drammatico inseguimento.

Critica 1:Uno dei compiti più difficili per il critico è quello di lodare o di incolpare chi lo merita", sostiene Graham Greene in Vie di scampo (tra parentesi, e parlando di quella che definisce la sua "breve e comica" esperienza hollywoodiana). Ha ragione (ma lo stesso discorso potrebbe applicarsi anche al pubblico). Ora un restauro ci riporta Il terzo uomo nella forma e nel bianco e nero smagliante del direttore della fotografia Robert Krasker. Da stasera sarà proiettato al Palazzo delle Esposizioni di Roma. Chi lo vedrà tornerà a chiedersi a chi vadano attribuiti i meriti maggiori di un film straordinario che ha almeno tre padri (quattro con il produttore Alexander Korda). A uno scrittore strepitoso e "cattivo" come Graham Greene, che ha inventato la storia e scritto la sceneggiatura? A Sir Carol Reed che ha inventato una Vienna cupa, barocca, espressionista, sbieca, angosciosa? A Orson Welles, che interpreta uno dei suoi molti villain - più cattivo di Quinlan, più cinico di Kane - dandoci uno dei personaggi più duri del cinema e restando pur tuttavia, in qualche modo, un eroe? "Odiavo Harry Lime", confessava Welles, a vent'anni dal film. "Non aveva passioni, era freddo: era Lucifero, l'angelo caduto". Come dargli torto? Lime è l'uomo che nella Vienna del 1949, devastata dalla guerra, non ha scrupoli a trafficare in penicillina adulterata, a settanta sterline la fiala, mietendo vittime come un angelo della morte. Eppure la bellissima Alida Valli continua ad amarlo e a chiamarlo "povero Harry", e il suo amico che arriva dall'America per rivederlo, Joseph Cotten - un attore scelto per riprodurre il rapporto di fascinazione, amore e disamore che esisteva tra lui e Kane in Quarto Potere - ci mette un bel po' a decidere che Lime è passato dalla parte dei nemici. E lo spettatore - che ha assistito al suo funerale e lo considera morto, ma si aspetta anche l'arrivo di Orson Welles - deve attendere a lungo la sua entrée, come per una superstar: cinquantanove minuti, prima che sentiamo risuonare i suoi passi, e ben cinquantasette allusioni verbali piene di amore e odio, dieci rulli ad anticipare il suo arrivo, tra le ombre di un portone, preannunciato dal rumore dei passi nella notte di Vienna. Una scena indimenticabile che Welles, pur sostenendo di avere scritto ogni altra riga della sua parte (il resto era "dell'impareggiabile Graham Greene"), attribuisce al regista. Così come la lunga camminata finale, al cimitero, di Alida Valli. "Puro Reed", commenta Welles nella sua lunga intervista a Peter Bogdanovich. Se il finale è "puro Reed", l'inizio, con la sua casualità, è puro Greene. Racconta lo scrittore che gli era capitato un bel giorno di buttar giù sul lembo di una busta un "incipit": "Avevo dato l'ultimo addio a Harry, una settimana prima, quando la sua bara era stata calata nel terreno gelido di febbraio: e non senza incredulità, pertanto, lo vidi passare, senza un solo cenno di riconoscimento, tra la ressa di sconosciuti dello Strand". Dice Greene che allora non aveva la benché minima idea di come continuare e come spiegare la situazione. Ma tanto bastò: quando Alexander Korda gli chiese di scrivere un soggetto per Carol Reed, dopo Idolo infranto (che era ispirato al suo racconto Lo scantinato), Greene gli mise in mano il suo incipit - traslocato a Vienna. Korda avrebbe preferito una storia sulla complicata situazione della Vienna di quegli anni, "divisa tra le zone americana, russa, francese e inglese, mentre il centro della città era amministrato a turno da ciascuna potenza per un mese e pattugliato giorno e notte da ronde di quattro soldati delle quattro potenze". Ma Korda cedette. Greene, sostenendo che "è impossibile per me scrivere una sceneggiatura senza prima scrivere una storia", si accinse a completare il racconto - pur continuando a sostenere che Il terzo uomo (da lui definito "il rozzo materiale per un film") non è stato scritto per essere letto, ma solo per essere veduto. Scoprì l'esistenza del racket della penicillina. A Vienna, un ufficiale dell'Intelligence gli rivelò l'esistenza di una sorta di Polizia clandestina che si muoveva liberamente attraverso la rete fognaria della città. La storia prese forma. Poi, racconta, lui e Reed percorsero insieme "chilometri di tappeto" discutendo ogni singola scena, e smontando la storia originale, scena dopo scena, spesso su richiesta di Greene. A tu per tu, recitarono insieme le parti di tutti. Litigarono: Greene, per esempio, che aveva immaginato un lieto fine, non era affatto convinto che il finale così spoglio e malinconico voluto da Korda avrebbe retto. Ammise poi che non aveva fatto i conti con il talento di Greene e con la musica dello zither di Anton Karas, il celeberrimo tema del Terzo uomo, che tiene insieme anche questa difficile sequenza così come crea tensione e continuità in tutto il film. Risultato (secondo lo scrittore): "il film è migliore del soggetto". Quanto a Welles, che nonostante il suo molto annunciato arrivo resta in scena complessivamente poco (e se la cavò con dieci giorni di riprese, che andarono a finanziare il travagliato completamento del suo Othello) si attribuisce pochi meriti: come l'idea delle dita di Lime che compaiono attraverso la griglia di ferro, e, soprattutto, il celebre discorso che, sospeso sopra Vienna, in una cabina della ruota del Prater, il superomistico Harry Lime indirizza all'amico Holly Martins, mentre indica i "puntini", gli esseri umani lì in basso che lui è pronto a sacrificare: "In Italia, sotto i Borgia, per trent'anni hanno avuto guerre, terrore, assassinii, massacri: e hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera, hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di pace e democrazia, e che cos'hanno prodotto? Gli orologi a cucù". Bella sintesi (anche se la precisione storica è, come dire, impressionistica), discorso impressionante, grande lezione di recitazione. E di stile da parte degli svizzeri: che garbatamente reagirono spiegando come in Svizzera non si siano mai fabbricati orologi a cucù - i quali vengono invece dallo Schwarzwald, in Baviera. (Non è finita: Welles più tardi confessò ad André Bazin che la storia degli orologi a cucù... l'aveva rubata "a una vecchia commedia ungherese).
Autore critica:Irene Bignardi
Fonte criticaLa Repubblica
Data critica:

29/05/2000

Critica 2:Diversi sono i motivi per cui Il terzo uomo di Carol Reed è passato alla storia. Innanzi tutto la partecipazione straordinaria di Orson Welles. Harry Lime è il personaggio chiave, su cui gira l'intera storia ma che compare solo a film inoltrato grazie a una soluzione registica magistrale (la famosa scena della soglia). Orson Welles, raccontano le cronache, dopo il Macbeth passò quattro anni alla ricerca di soldi per finanziare l'Othello; per questo motivo prestò il suo genio in diversi film come attore. Tra questi ci fu Il terzo uomo. I critici e gli storici più maligni hanno sempre sospettato l'ingerenza di una personalità così carismatica nelle soluzioni di regia. Ma lo stesso Welles ammette di aver collaborato solo alla stesura dei dialoghi della sua parte e di aver suggerito la scena finale nella quale Lime morente, cerca di fuggire dalle fogne di Vienna aggrappandosi alla grata di un tombino. Sua è pure la famosissima battuta, recitata sotto la ruota panoramica di Vienna, sugli Svizzeri e gli orologi a cucù: «In Italia per trenta anni hanno avuto guerra, terrore, omicidio, strage e hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera, con cinquecento anni di amore fraterno, democrazia e pace cos'hanno prodotto? L'orologio a cucù». Indubbio rimane il fatto che il cameo di Welles sia rimasto fortemente impresso nell'immaginario collettivo e abbia garantito, contro l'accoglienza "glaciale" della critica il favore del pubblico. Ma Il terzo uomo segna un altro dato significativo: la perfect colloborotion tra Carol Reed e Graham Greene che, dopo il successo di idolo infranto, si ritrovano a Vienna per lavorare al nuovo soggetto. A differenza della prima collaborazione, che nasceva da un lavoro precedente di Greene, Il terzo uomo viene costruito ad hoc per la versione cinematografica e solo successivamente prende corpo in un romanzo breve dello stesso Greene. Per rendere ragione, invero, della genesi del film bisogna riportare anche la versione di Welles il quale sostiene che la vera anima del film l'abbia suggerita Alex Korda, il produttore, che, per aver in prestito Joseph Cotten e Alida Valli, dovette cedere la distribuzione americana al solerte David O. Selznick il quale guadagnò non poco dall'operazione. L'altro dato storico riguarda la musica suonata dalla ormai leggendaria cetra tirolese di Anton Karas, musicista incontrato per caso da Reed nelle vie di Vienna. Il motivetto, che ricorda a posteriori gli andantini dei film di Fellini, ma che trae suggestioni dal periodo tedesco di Kurt Weil, ebbe un enorme successo e garantì anch'esso il successo del film. Ma forse tutti questi sono motivi "accidentali", perché Il terzo uomo rimane, seguendo la lucidissima analisi di Mark Ferro, apparsa in un famoso saggio dal titolo "Un conflitto nel film Il terzo uomo", una tragedia politica scritta nello spirito della guerra fredda. L'analisi comparata del romanzo e del film porta il critico a sostenere la tesi di un conflitto ideologico tra Greene e Reed: il primo voleva proporre un divertissement intelligente dove fossero rappresentati i caratteri fondamentali della sua arte (ambiguità, ironia, umanesimo), il secondo voleva, come ha fatto, politicizzare e ideologizzare il testo al fine di rappresentare una visione sociale tra bene e male, tra resistenza e debolezza. Basta in questo senso confrontare il finale del film con quello del libro per saggiare le differenze. Ma questa polemica ormai lascia il tempo che trova, rimane alla storia. Ci sono invece altri motivi che ci portano a sostenere l'importanza attuale del film di Carol Reed. Di quella Vienna da poco liberata e divisa in quattro zone gestite da americani, russi, francesi e inglesi ormai non ne rimane più traccia, così come del traffico di penicillina, ma di sicuro, riecheggia ancora e drammaticamente il monito subliminale di Carol Reed che nel caratterizzare i personaggi secondo le logiche del buono e cattivo fa - indirettamente? - risaltare quella più ambigua e cinica rappresentata dal Lime di Orson Welles. Alla fine tra il caporale inglese scorbutico, l'americano "Rollo" Cotten, ingenuo e pericoloso per la sua stessa ingenuità, e l'antigoniana Anna di Alida Valli, vince il diabolico Welles e il suo discorso, recitato in cima alla ruota panoramica, sul valore della vita umana di fronte alle sirene dei facili guadagni.
Autore critica:Massimo Bertarelli
Fonte critica:il Giornale Nuovo
Data critica:

3/6/2000

Critica 3:Che meraviglia di restauro. Chissà che cosa pagherebbe Alba Parietti per una risistemata del genere. Il terzo uomo (classe 1949) sembra proprio nuovo. Carico di trofei (tra cui spicca la Palma d'oro a Cannes del 1950) e di una fama imperitura, forse perfino superiore ai suoi indiscutibili meriti, il tenebroso poliziesco di Carol Reed torna sugli schermi in un'edizione smaniante che richiamerà frotte di appassionati. Certo, il bianco e nero e la versione originale con sottotitoli (ma tre o quattro refusi con un po' di attenzione si potevano tranquillamente evitare) non porteranno le folle del Gladiatore, ma si può, facilmente prevedere un successo almeno pari a quello ottenuto l'anno scorso dall'Infernale Quinlan. Guarda caso un altro capolavoro con lo zampino di Orson Welles. Che non era sicuramente il tipo da subire un regista, l'inglese Carol Reed, senza fiatare. Dove arriva la leggenda e dove comincia la realtà sugli interventi del poco maneggevole divo americano é difficile dirlo. Chissà, per esempio, se è vero che Welles, per nulla intenzionato a trattenersi nelle fogne dove si svolge la celebre scena del sottofinale, piagnucolò a lungo con Reed ("non posso lavorare qui sotto, soffro troppo il freddo, io che vengo dalla California, ah la mia povera gola"). Una reazione da donnicciola o da primadonna, come preferite, che nei ricordi di chi c'era ha avuto svariate versioni e che comunque conferma la smania di protagonismo di Welles. Quanto a vocazione a rompere le scatole al prossimo, il monumentale attore-regista fu in ottima compagnia durante la lavorazione del film. Il produttore David Selznick, all'epoca il numero uno di Hollywood, dall'ufficio di Londra ricopriva di memorandum, leggi ultimatum, il suo socio (di minoranza, specialmente psicologica) Alexander Korda, impegnato sul set di Vienna. Settantadue in tre mesi, mica male come media. Non contento, il boss se la prese poi con Graham Greene, autore del racconto da cui fu tratto il film e sceneggiatore di se stesso: la sua colpa era quella di avere smorzato i toni nella persecuzione russa ai danni di Alida Valli (nella finzione cinematografica l'amante di Welles). La storia si svolge nella Vienna dell'immediato dopoguerra (il secondo, naturalmente), dove il mediocre scrittore americano di western Holly Martins (Joseph Cotten) arriva nella città occupata dalle forze militari di quattro paesi, Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Russia per ritrovare, e possibilmente combinare qualche affaruccio con l'antico amico Harry Lime (Orson Welles). È morto, investito da un camion in pieno centro, gli dicono, ma le numerose contraddizioni dei reticenti testimoni, non convincono il sempre più perplesso ospite, che tampinato dal maggiore inglese Calloway (Trevor Howard) e ammaliato dall'attricetta Anna Schmidt (Alida Valli), cerca un fantomatico terzo uomo che avrebbe assistito all'incidente. Per saperne di più, indaga con discrezione, non sufficiente tuttavia a evitare guai, tanto da essere sospettato dell'omicidio di un teste, che stava per rivelargli un segreto. (...) Più che la suspense, ma in almeno un paio di scene non si fa peccato ad evocare Hitchcock, contano le atmosfere, il taglio delle inquadrature, i primi piani di certi volti diffidenti, la macchina da presa che fruga nelle strade, nei vicoli, davanti ai portoni, sotto i lampioni, tutto splendidamente illuminato dalla magica fotografia di Robert Krasker (puntuale e meritatissimo Oscar), e naturalmente l'indimenticabile motivo conduttore eseguito alla cetra da Anton Karas. Insomma, un capolavoro ritrovato.
Autore critica:Silvio Danese
Fonte critica:Il Giorno
Data critica:

10/6/2000

Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:
Autore libro:

A cura di: Redazione Internet
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