RETE CIVICA DEL COMUNE DI REGGIO EMILIA
Torna alla Home
Mappa del sito Cerca in Navig@RE 

Home

Giardino di cemento (Il) - Cement Garden (The)

Regia:Andrew Birkin
Vietato:14
Video:Panarecord
DVD:
Genere:Drammatico
Tipologia:Giovani in famiglia, Letteratura inglese - 900
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Tratto dal romanzo omonimo di Ian McEwan
Sceneggiatura:Andrew Birkin, Jay Presson Allen
Fotografia:Stephen Blackman
Musiche:Edward Shearmur
Montaggio:
Scenografia:Bernd Lepel
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Ned Birkin (Tom), Alice Coulthard (Sue), Sinead Cusack (Mother), Charlotte Gainsbourg (Julie), Jochen Horst (Derek), Andrew Robertson (Jack)
Produzione:Neue Constantin Film Productions
Distribuzione:Grafilm
Origine:Germania
Anno:1992
Durata:

105'

Trama:

"The Cement Garden" è un film tratto dal famoso romanzo di Ian McEwan. Sceneggiato e diretto da Andrew Birkin è stato girato vicino ai Docklands, sul Tamigi nel cuore di Londra. In una strana casa, isolata dal mondo reale, quattro bambini orfani vanno oltre i tabù delle relazioni familiari e creano un loro mondo - e una loro moralità ... A 15 anni Jack è un ragazzo selvaggio. A parte l'interesse per la sorella maggiore Julie, è assorbito dalla sua sessualità ed ha poco interesse per suo fratello minore Tom (7) e per sua sorella Sue (11). Quando la madre muore i ragazzi la seppelliscono in un baule pieno di cemento in cantina. La vita continua ma, mentre Julie assume il ruolo materno, Jack pensa solo a se stesso. Anche Tom si rifugia nel suo mondo fantastico vestendosi in modo femminile ed interpretando ruoli con il suo amico William. Sue, l'osservatrice, si ritira in cantina per scrivere il suo diario, seduta accanto alla mamma defunta. La casa si addormenta ... L'arrivo del ragazzo di Julie, Derek, minaccia di riportarli alla realtà. Tuttavia è questa intrusione che sprona Jack a maturare conquistando finalmente l'ammirazione e l'amore di Julie.

Critica 1:Tutto funziona in questo film che turba, spiazza, inquieta: il discorso di fondo sulle trasgressioni adolescenziali della morale comune che sono eversioni più che perversioni, commesse in totale naturalezza; la fredda scrittura registica che rende con puntiglio antropologico questo microcosmo alla deriva; l'equilibrio tra crudeltà e tenerezza, lucidità di sguardo e abbandoni lirici; la fotografia di Stephen Blackman, giocata sul grigio e sul blu; la coinvolgente colonna musicale di Edward Shearmur; gli interpreti. Orso d'argento al Festival di Berlino.
Autore critica:
Fonte criticaIl Morandini - Dizionario dei film, Zanichelli
Data critica:



Critica 2:La prima inquadratura è un fiore (a fuoco) sullo sfondo di muretto coperto di ceramiche (sfocato). Le tessere colorate, tenute assieme dal cemento, fanno pensare alle costruzioni del Parco Gaudì. Dove siamo, a Barcellona?
Alla terza inquadratura si vede un nanetto di terracotta, in un giardino. Uno di quei terrificanti nanetti che popolano le ville nella campagna leghista a Nord di Milano. Dove siamo, in Brianza?
Uno dei risultati più sconcertanti e affascinanti di The Cement Garden è il totale spiazzamento spazio-temporale. Non si ha una netta percezione di dove si svolge il film, e di quando si svolge. Del resto non sappiamo neppure come si chiama la famiglia protagonista. Conosciamo solo i nomi lei quattro ragazzi: Jack, Julie, Sue e Tom, con l'aggiunta del fatto che Jack compie i 16 anni a metà del primo tempo. E tutto. Andrew Birkin riesce a trascinarci in un universo fittizio dove spazio e tempo sono fattori labili, forse inesistenti. Jack è vestito come un teddy-boy degli anni'60, porta i capelli lunghi, sembra Mick Jagger adolescente. La casa dove i ragazzi vivono è un'assurda palazzina in stile anni '20 sopravvissuta (ma non è ricostruita, per caso?) in una periferia devastata, popolata di macerie e di gasometri, delimitata all'orizzonte da fabbriche e casermoni in purissimo stile sovietico. Potrebbe essere la periferia di Mosca, o di Milano, o di Calcutta; ma verosimilmente è una città britannica in condizioni appena appena "normali", a ribadire - nel caso i film di Ken Loach non fossero bastati - che nell'ex Impero i confini del terzo mondo si sono spostati all'interno dei quartieri e delle coscienze.
Da questo contesto del tutto astratto, nel quale si capisce che siamo in Inghilterra solo quando si vede una macchina viaggiare sulla carreggiata sinistra, Birkin parte per entrare in casa, e non uscirne più. Fra le due parole che compongono il titolo inglese, "cement" e "garden", la prima è nettamente più importante. All'inizio, certo, si vede il "garden", in tutta la sua assurdità: e si viene a sapere che papà vuole ricoprirlo con il "cement", a proseguire su scala domestica la spaventosa urbanizzazione che circonda i personaggi. Ma immediatamente Birkin sposta l'attenzione su qualcos'altro. Come dice lan McEwan nel romanzo, narrare la morte del padre serve “solo per spiegare come mai le mie sorelle ed io ci trovammo con tanto cemento a nostra disposizione” (cito dall'edizione italiana del “Giardino di cemento”, Einaudi 1980, traduzione di Stefania Bertola).
In breve, la morte del padre coincide con una soddisfacente masturbazione che Jack compie guardandosi allo specchio, eccitandosi con la propria immagine riflessa. Qui c'è uno dei pochi tradimenti gravi - si fa per dire - rispetto al romanzo. Nel libro Jack, che narra tutto in prima persona, ci confessa tranquillamente che quello è il suo primo orgasmo, la prima volta in cui si realizza “ciò di cui ero al corrente dalle barzellette e dai testi scolastici di biologia ed era da mesi che l'aspettavo, sperando di non essere diverso dagli altri”. Nel film, invece, abbiamo già visto Jack appartarsi in una discarica, con un giornaletto porno e.un rotolo di carta igienica: inequivocabile, no? In qualche modo la metafora di McEwan perde forza, ma forse diventa anche meno esplicita, più sfumata. Il significato resta lampante: la conquista della virilità da parte di Jack non può che coincidere con il sacrificio rituale della figura paterna: “Non ho ucciso mio padre, ma certe volte mi sembra quasi di avergli dato una mano a morire”. Sono le prime parole del romanzo: se tutto si fermasse qui, saremmo nel campo della simbologia rozza. Ma il bello di Cement Garden, libro e film, è che la coincidenza orgasmo-morte del padre non è che l'inizio. E McEwan ce lo fa capire subito dopo, quando scrive: “Se non fosse capitata in coincidenza con una pietra miliare nel mio sviluppo fisico la sua morte sembrerebbe un fatto insignificante in confronto a quello che è successo dopo”.
Cosa succede, dopo? Succede quello che è quasi ovvio debba succedere, quando il regista di un film si chiama Birkin, e uno degli attori (il bambino che interpreta Toni) si chiama Birkin e una delle attrici si chiama Gainsbourg. Insomma, ci siamo capiti: per molte culture l'incesto è un tabù, o una forma di violenza perpetrata e inconfessata fra le mura di casa, ma per la faimiglia Birkin-Gainsbourg, dai tempi, di Je t'aime moi non plus, l'incest è solo una parola inglese che nel dizionario viene dopo incessant e prima di inch. Ci piacerebbe partire per i giochi di parole, e dire che le masturbazioni di Jack sono davvero incessant fino al giorno in cui Julie non gli fa scoprire che fatto in due è molto meglio; e che le dita (inch vuol dire "pollice") sono protagoniste di diverse scene del film e del libro, protagoniste di giochi inconfessabili che i quattro fratelli scoprono all'improvviso di poter praticare in libertà. Ma ci fermiamo qui, perché il problema è un altro.
Il problema è che Cement Garden è un film inquietante perché è un film sulla libertà, appunto. E che questa libertà coincide non con l'omicidio simbolico o reale dei genitori, ma più semplicemente con la sostituzione all'interno dei rapporti familiari. E sì, sarebbe trop facile dire che, morto il papà e sepolta la mamma, i quattro diventano liberi e selvaggi come l'enfant di Truffaut. No, siamo pur sempre in una società fortemente codificata, che un tempo ha avuto un impero, e che non può dissolversi di fronte a un problema banale come la morte. Ecco dunque che Jack, Julie, Sue e Tom, una volta orfani, ricreano una famiglia su misura. Del resto la madre li aveva incitati in questo senso, quando pensava di dover andare in ospedale: badate a Tom, aveva detto, tu e Julie dovrete essere come un papà e una mamma per lui.
Detto e fatto. Ma la stranezza corre nella famiglia, come la schizofrenia nel magnifico Ip Quadrophenia degli Who: “...I went back to my mother, I said l'm crazy Ma, help me. She said I know how it feels son, because it runs in the family ...”. Sempre Inghilterra, sempre ambiente suburbano, sempre rapporti familiari "sostitutivi". Sin dall'inizio Tom, un ragazzino fin troppo tranquillo, blaterava sul fat-to che prima o poi voleva provare a essere una bambina, perché a
scuola le bambine non le menano” (tipica iniziazione anglosassone alla virilità: botte da orbi, e conseguente omosessualità diffusa nei college). Viene presto il giorno in cui Julie e Sue lo accontentano. E credo di non aver mai visto, da anni, una scena
agghiacciante come quella in cui Sue e Julie vestono Tom da bambi-na, con tanto di parrucca e rossetto, e Jack, nudo e bello come San Seba-stiano, osserva la scena appoggiato allo stipite della porta. Jack affer-ma che Tom "è ridicolo", le ragazze gli rispondono che è solo "geloso", e Tom, guardandosi allo specchio co-me Jack quando si masturba, mor-mora "carino". La scena è agghiac-ciante perché è vera. Il nuovo padre Jack è stato escluso dal circuito affettivo proprio come il vecchio padre, incapace da sempre di esprimere i propri sentimenti se non con grugniti. Sue e Julie hanno ricreato il medesimo matriarcato che prima intercorreva fra Julie e la madre (con Jack che, patetico, pretendeva: “Anch'io voglio decidere” ... ), e hanno "usucapito" Tom all'interno del loro circolo esclusivamente femminile.
Ecco perché l'incesto è un falso problema. A questo livello, qualsiasi rapporto sessuale è incestuoso perché in qualsiasi rapporto sessuale (non ricordo se lo diceva Freud, o Woody Allen: fa lo stesso) si è in due ma si è, come minimo, in quattro se non di più. L'unica cosa certa è che il brave new world creato dai ragazzi esclude chiunque altro. Arriverei a dire che il fidanzato di Julie, così burino con i suoi vestiti eleganti e la sua macchina da corsa, è un puro meccanismo narrativo per portare la storia a una conclusione rassicurante. Quando arriva la polizia tiriamo tutti un sospiro di sollievo. Non perché quei quattro zozzoni fossero in qualche modo “rivoluzionari": al contrario. Perché in quella casa i feroci rituali della famiglia occidentale-bianca-piccolo borghese erano diventati espliciti in modo insostenibile. Cement Garden è la storia della rivelazione dell'Es. È il momento in cui ci guardiamo allo specchio, come Narciso, e scopriamo quanto siano orribili e quanto ci adoriamo. È il momento, come ha scritto Burroughs, in cui realizziamo cosa c'è davvero sulla punta della forchetta appena prima di infilarla in bocca. Cement Garden è il vero film tratto dal Pasto nudo, ma non ditelo a Cronenberg, potrebbe suicidarsi.
Tutto ciò avviene anche perché lan McEwan è un bravo scrittore, ma in fondo anche questo è un falso problema. John SchIesinger si è servito di McEwan per fare un film inutile e pompieristico come The Innocent, quindi darei gran parte del merito a Birkin e all'ambiente familiare (mi piace immaginarlo ricco e torbido, con tazze di tè dall'orlo macchiato di rossetto) in cui è cresciuto. Inizialmente volevo dividere questo articolo in due parti, di cui una dedicata al tediosissimo raffronto fra immagine e parola scritta, e intitolarle 'I come Incesto" e 'I come lan McEwan'. Sono felice di aver parlato d'altro e vorrei dedicare un ultimo paragrafo al tema 'I come England". Scherzo, lo so benissimo che England si scrive con la "e" ma è troppo banale dire 'I come Inghilterra'. Vorrei solo ribadire una cosa: oltre Manica ci sono registi come Loach, come Leigh, come Frears, capaci di raccontare il loro paese con una puntualità e una ferocia davvero degne. Birkin si aggiunge a questa magnifica squadra. Come ho già scritto recensendo su queste pagine Piovono pietre di
Loach, credo che per capire l'Inghil-terra pezzente di oggi sia necessa-rio vedere questi film, ascoltare i Rolling Stones e i Sex Pistols (a proposito, Cement Garden è stracol-mo di canzoni che escono da transi-stor stile anni '50, ma non ne ho riconosciuta una che è una! E se fossero inventate, non sarebbe bellissimo?), guardar giocare il Manchester United e Paul Gascoigne, leggersi tutti i pettegolezzi su Lady Diana, e poi God bless you. Salvo esclamare, dopo aver visto il film di Birkin, l'immortale battuta di Otto alla fine di Un pesce di nome Wanda: “Fottuto cemento inglese!” E o non è, la Gran Bretagna, anche la patria del sense of humour?
Autore critica:Alberto Crespi
Fonte critica:Cineforum n. 333
Data critica:

4/1994

Critica 3:Ne Il giardino di cemento si assiste a una contrapposizione netta tra ciò che appare interno al mondo costruito da Jack e Julie e quello che invece è inesorabilmente esterno, fuori dal nucleo domestico, fuori dalla casa a due piani persa nell’estrema periferia di una città inglese, invasa dall’erba alta. Tra tonalità grigie e giallognole, tra crepe simboliche e implacabili, sotto un sole che più che scaldare pare opprimere, si origina la base di una famiglia particolare, composta da quattro fratelli e sorelle che ovviano alla morte dei genitori chiudendosi a riccio ed evitando che l’esterno possa intromettersi in quello che appare una sorta di cerchio esclusivo, riservato ai soli membri della famiglia. L’esterno sono in questo caso le autorità, le quali, a seguito della morte della madre, ultima adulta sopravvissuta dopo l’infarto occorso al padre, affiderebbero il piccolo Tom a un istituto e allontanerebbero i quattro figli dalla loro casa. Ma esterno appare anche Derek, il fidanzato di Julie, il quale, quando chiederà delucidazioni sulla particolare conduzione familiare, si sentirà rispondere, in due fasi successive, che egli non c’entra niente con la loro famiglia.
Quello che Jack e Julie fanno per cementare intorno a sé il nucleo sopravvissuto, come se niente fosse successo, è confondere i ruoli ben definiti nell’ambito dell’istituzione familiare. Progressivamente, non attraverso una dichiarazione d’intenti cosciente, bensì in fasi successive dettate dalla curiosità, in modo ambiguo ma mai perverso, Jack e Julie sostituiscono naturalmente i genitori defunti. Tutto, seppur virato in un’atmosfera palpabile di deriva esistenziale, appare spontaneo e istintivo, non mediato dalla forma e dalle convenzioni (si pensi alla strana tenerezza che provoca la scena in cui Jack si reca nudo nel lettino di Tom per consolarlo: non c’è malizia, non esiste esibizione, ma solo un impulso a preservare nella dimensione primordiale e originaria il proprio sangue). In questa estrema confusione che porta al ribaltamento dei ruoli comunemente accettati, non stupisce che il piccolo Tom, il personaggio maggiormente soggetto alle minacce esterne (viene intimorito dai compagni di classe e poi addirittura malmenato dalle sorelle di uno di questi), perda completamente, e nel modo più naturale possibile, i riferimenti e le sue certezze di fanciullo e inizi a travestirsi da donna aiutato dagli altri fratelli. Il travestitismo di Tom, il suo abbandonarsi a una forma esteriore che ne snatura quella di origine, rappresenta l’immagine evidente di un distacco totale dalla realtà, che appare mediata dal filtro irreale e fittizio del gioco (lo stesso Tom e il suo coetaneo William giocano alla mamma e al papà impersonando Jack e Julie).
E attraverso il diaframma del gioco, della scoperta successiva, della mutazione inesorabile di quelle forme che spesso garantiscono la differenza sostanziale tra realtà e sogno, Jack e Julie subentrano a pieno diritto nella logica che li vuole nuovi genitori dei due fratelli più giovani. Il loro incesto è una situazione quasi onirica raffigurata tra le ombre di una luce azzurra che potrebbe fomentare il dubbio. In realtà garantisce la certezza che la loro unione non è altro che una congiunzione regressiva con uno stato primitivo, causato dalla deriva esistenziale e dalla paura di subire una breccia in quella che appare come una rigorosa aspirazione di esclusività familiare.
Autore critica:Giampiero Frasca
Fonte critica:Aiace Torino
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:Giardino di cemento (Il)
Autore libro:McEwan Ian

A cura di: Redazione Internet
Valid HTML 4.01! Valid CSS! Level A conformance icon, W3C-WAI Web Content Accessibility Guidelines 1.0 data ultima modifica: 10/27/2005
Il simbolo Sito esterno al web comunale indica che il link è esterno al web comunale