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Cagna (La) - La chienne

Regia:Jean Renoir
Vietato:No
Video:Biblioteca Decentrata Rosta Nuova, visionabile solo in sede
DVD:
Genere:Drammatico
Tipologia:Storia del cinema
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Georges de la Fouchardiere
Sceneggiatura:Andre' Girard, Jean Renoir
Fotografia:Theodor Sparkuh
Musiche:Da Canzone di Eugenie Buffet, Serenata di Toselli, canzoni popolari
Montaggio:
Scenografia:
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Michel Argentin Maurice Legrand, Magdaleine Berubet Adele Legrand, Colette Borelli, Romain Bouquet Il colonnelllo, Max Courme Bonnard, Georges Dalban A. Jauguin (Dede'), DoryansJean Flamant Dagodet, Gaillard Aiutante A. Godard, Sylvain Gehret Walstein gallerista, Lucien Guisol Lulu Pelletier, Janie Itkine Langelard,Il critico, Pierson Mancini ,Alexandre Mereze, Andre' Pierre, Rignault, Henri Simon Destys
Produzione:Branberger-Richebe'
Distribuzione:Cineteca Nazionale
Origine:Francia
Anno:1931
Durata:

100'

Trama:

Il cassiere Legrand, sposato a una megera, si fa ladro per amore di una prostituta e la uccide, dopo averla trovata fra le braccia del suo lenone che viene processato e giustiziato al suo posto. Diventato barbone, Legrand incontra il primo marito della moglie, intanto defunta, e con lui va a far baldoria con i soldi di un suo autoritratto, comprato da un riccone.

Critica 1:Tratto da un romanzo di Georges de la Fouchardière (e dal copione teatrale di André Mouézy-Eon), è il 1° film sonoro di J. Renoir (1894-1979), e il suo 1° capolavoro per la felice miscela di naturalismo sordido, lucido realismo psicologico, acre umorismo sardonico, bellezza figurativa, uso funzionale del suono. Grande prova di M. Simon in altalena tra dramma e grottesco. Rifatto da Fritz Lang con Strada scarlatta (1957).
Autore critica:
Fonte criticaIl Morandini – Dizionario dei film, Zanichelli
Data critica:



Critica 2:I film muti di Jean Renoir (Parigi, 15 settembre 1894) sono l'immagine della dispersione. Forse, anche, di idee poco chiare. Fra Catherine ou une vie sans joie, che è il primo (1924) e la zoliana Nana (1926), fra La petite marchande d'allumettes (1928) e Tire au flanc (1929), il regista esita fra temi che lo interessano solo parzialmente e fra stili ancora non definiti. Commedia e dramma gli passano fra le mani ma non lasciano traccia. Quest'uomo ha una robusta personalità, uno sguardo attento alle cose e alle atmosfere (una eredità di Auguste, certamente. “Nonostante il suo desiderio di non influenzare i figli” ha scritto nell'autobiografia “mio padre ci influenzava con i suoi quadri, che coprivano i muri della casa. Ci eravamo inconsciamente abituati a considerare la sua pittura come la sola pittura possibile”), un solido e divertito gusto del raccontare. Sembra non altro. Il film sonoro lo vede impegnato con una commedia di Georges Feydeau (On purge Bébe): la gira di corsa, appoggiandosi all'istrionismo degli attori e a qualche invenzione garbata, perché altro ha nella testa e sente il bisogno di crearsi quella rispettabilità economica che i regolari insuccessi dei film precedenti parevano negargli. “L'ho fatto per una sola ragione: volevo girare La chienne confessò schiettamente. “E La chienne era un film abbastanza grosso, dal punto di vista finanziario. Avevo bisogno di dimostrare che sapevo lavorare in fretta, spendendo poco.” Un interesse preciso, questa volta.
Il tema era un romanzo populista di Georges de La Fouchardière, scrittore di modesto prestigio, un epigono del naturalismo che si richiamava alle insofferenze ideologiche dell'anarchia. Del romanzo a Renoir piaceva anzitutto quella dimessa “filosofia” della vita (il caso che sconvolge le abitudini di un poveraccio, un'avventura che provoca, accanto a gioie inattese, amarezze irreparabili). Ma più ancora gli piaceva la descrizione affettuosa del piccolo mondo urbano - impiegati, donnette, prostitute, traffichini - che ruotava intorno a Montmartre, il quartiere dove era nato. Che tutto questo fosse avvolto dalla malinconia di un profondo pessimismo era quasi inevitabile, per il tempo. E Renoir lo accettò saggiamente: parlare d'amore e di miserie quotidiane negli anni della crisi era non soltanto giusto ma (egli credeva) politicamente utile. Per cominciare a comporre la sua mappa della Francia infelice ma coraggiosa, borghese e proletaria, grettamente conservatrice e prudentemente progressista, La chienne (che sarà proiettata a Parigi nel novembre del 1931, con scarso successo) era un tema appropriato.
Legrand, cassiere in banca, è afflitto da una moglie avara e squallida. Vive male in ufficio con i colleghi, partecipa ogni tanto alle loro feste, e sono umiliazioni continue. Quasi vecchio ormai, trova conforto nella pittura, svago innocuo che si accanisce a coltivare come una vocazione. Una sera, passeggiando per il quartiere, vede una biondina malmenata dal suo “protettore”. Interviene, la soccorre. È una illuminazione improvvisa, l'incontro che può cambiare una vita. Legrand la cerca, se ne innamora. Le affitta un appartamento, si sforza di renderla felice. Si illude che possa essere amore quello che lei teneramente gli dedica. Per soddisfare le sue pressanti richieste di denaro è disposto a tutto: a rubare i risparmi della moglie (vedova di un ufficiale scomparso in guerra, che più tardi ricomparirà), ad accettare di vendere i suoi quadri firmati da lei (un gallerista ci ha fiutato l'affare, organizza una esposizione), a lasciare la casa e, infine, ad appropriarsi del denaro della cassa. Lo licenziano. Ma Legrand non ha timori, gli basta l'affetto di Lulu. -Sino al giorno in cui scopre la verità. Lulu non aveva mai rotto con Dédé, il protettore. Li sorprende a letto. Vaga tutta la notte disperato: ora davvero non ha più prospettive. Torna all'alba da Lulu, le domanda di spiegarsi, spera che lei chieda perdono. Ma Lulu è arrogante, per la prima volta, e sicura di sé. Legrand perde la testa, la strozza. Ironia vuole che del delitto sia accusato Dédé, che era stato visto salire da Lulu. Lo condannano a morte. Legrand ne prova una soddisfazione feroce. Si aggira per la città, solo con se stesso e i suoi ricordi: uno straccione come tanti.
In un mondo che sembra dover crollare, la triste storia di un uomo comune è un buon pretesto per osservare pietosamente, ma non senza il rigore dell'analisi, la condizione di una città e di un paese. Sono pochi personaggi da letteratura minore, coinvolti in una storia melodrammatica, ma bastano a Renoir per indagare, con acutezza sommessa (acre qua e là), nelle pieghe dell'esistenza. Non cerca significati simbolici, come fa lo Sternberg di Der blaue Engel. Descrive soltanto.
Autore critica:Fernaldo Di Giammatteo
Fonte critica:100 film da salvare, Mondadori
Data critica:

1978

Critica 3:
Autore critica:
Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:La cagna
Autore libro:Georges de la Fouchardière

A cura di: Redazione Internet
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