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| Vanessa Ambrosecchio | ||
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| è nata nel 1970 a Palermo, dove vive e insegna Lettere alla scuola media. Ha collaborato con quotidiani e riviste della sua città, ha scritto e messo in scena un testo teatrale ed ha contribuito a una letteratura italiana per le scuole superiori con i capitoli su Sciascia e Tomasi. | ||
| IL TESTO | ||
| Infine ha fatto
mattina anche lì. È un miracolo che il sole spunti anche sugli ospedali.
Alle sei il giorno ha digrignato i filetti della serranda. La Bionda è già
in piedi che rovista cauta e svelta nella sua roba. Oggi è il gran giorno
per loro. Per sua madre invece hanno deciso altre ventiquattr’ore di accertamenti.
Erina stacca il braccio dal tavolo e si controlla le mani: una mappa di
zampe e graffiti. Si alza e s’infila in bagno con l’urgenza di una drogata.
È la sua tragedia privata, da sempre. Il sollievo delle pomate idratanti dura sì e no qualche minuto: dovunque nel corpo la sua pelle traccia strane cartine geografiche, una calligrafia di fiumi e strade, e se ci passa una mano se ne va a scaglie. Certe volte Erina s’incanta a pensare che se dovesse tagliarsi non uscirebbe neanche il sangue, e tira via coi denti pelle dagli angoli delle unghie, fino a che non spunta rosso. Da piccola pure si bagnava. Continuamente, dieci minuti e cacciava le mani sotto il cannolo. O, nel buio, la saliva: spremeva la lingua coi denti, e una mano se l’infilava in mezzo alle cosce. Per dieci minuti, ogni dieci minuti, passava la notte, intenta in un meticoloso lavorio di ghiandole, palme, fauci, dita, un instancabile zampettare di insetto, secernere e filare. Quando sua madre la scopriva la faceva vergognare di quella cosa come di un peccato di lussuria. «È la natura!» concludeva invece ridendo forte, quando si ostinava a giustificare ogni umana aberrazione prevista da un manuale di fisiologia: l’istinto sessuale, il sangue, le figliate… Perciò una volta fuori Erina fa l’indifferente: «Tutto bene, mamma?» Quella ha schiuso due occhi di tartaruga e sogguarda tutto in giro per la stanza, tranne lei. Vengono alle undici e la caricano come una balla di cotone. La Miceli non si muove, forse gliel’hanno ordinato o forse non ci riesce più, la pancia alta fin sul collo sta per scoppiare. Muove solo la testa, la rotola ora di qua, ora di là come se volesse badare a cosa le fanno o cercasse lo sguardo dei suoi, ma non è questo: muove la testa perché non può più muovere altro. - Molti auguri - scatta Erina. Se l’era rigirata sulla lingua una frase giusta da dire, sempre che fosse necessario dirla, «Che colpa ne ho se sei incinta, che colpa ne ho di non esserlo anch’io» pensava, mentre la Bionda la guardava con gli occhioni illanguiditi dalla fifa. Perfino sua madre ha raccolto le forze e ha fatto un flebile cenno, ma Erina lo sa che non è contenta delle parole che ha trovato. L’altra madre abbozza un sorriso deluso ma fa ampi e calorosi ringraziamenti. La Miceli invece non guarda nessuno e andando puzza di paura, e la paura puzza di letto smosso, di fiato spezzato, di orina e di quel maledetto invadente odor di candeggio che tinge i pavimenti delle stanze. Ma se la portano via ugualmente: la processione di candido catafalco e infermieri svolta sul corridoio e sparisce. Solo la sua testa nervosa, da lontano, un tondo rosso di caramella. Erina stacca la spalla dal muro e va a richiudere. Tornano che lei non c’è. Nel pomeriggio, ha fatto attaccare la flebo a sua madre ed è scappata due ore a fare la doccia. Alle tre, non più tardi, è già lì. Dentro il letto c’è la Miceli, la madre seduta, le natiche stanche sbordano dalla sedia, musi lunghi, occhi bassi, tutto al solito insomma, non c’è neanche la culla. Forse era piccolo, pensa Erina. Piccolo, con quella pancia? Saluta tra i denti, evita le facce di tutti, va dritto verso sua madre. - La bambina… - bisbiglia. - Che dici? Quella fa un cenno con un dito debole verso la Rossa. - Ma che dici? - Vedi la flebo… - conclude ostentando spossatezza, come fa quando è indispettita dalla sua scarsa perspicacia, dalla sua ottusa mancanza di reattività. C’è caldo, dentro, perché tengono chiusa la porta? Ma Erina non è una che fa domande. - La flebo… - insiste sua madre. Ma sentila. Solo lei sa essere imperiosa pure quando bisbiglia. Si allontana per chiamare l’infermiere e quando torna è stata richiusa. Bussa e apre. C’è dentro Ginevra, verde di sala operatoria. - Le dispiace? Dovrei dire due parole alla signora - e la mette alla porta. L’infermiere arriva, la flebo in braccio, e se ne torna desolato. «Ora chissà quando ripassa» pensa Erina. Si sporge da un davanzale e guarda fuori. «A Johnstone parve di trovare la causa della mestruazione nella stazione verticale della donna e nelle conseguenti modificazioni dell’apparato genitale, in confronto alla stazione orizzontale delle bestie…». Prova a rilassarsi, a respirare, da ventiquattr’ore le sembra di stare in apnea. «… Questa concezione ha fatto logicamente considerare il catamene come un fenomeno evolutivo della specie». È una casa editrice specializzata, dove lavora: testi universitari e ristampe anastatiche per le facoltà di Chimica, Biologia e Medicina-Chirurgia. Nient’altro, e lei si arrangia come può. Correggendo, trasforma brani di lezioni in freddure, in aforismi. Alcuni, stralciati dal contesto, possono risultare irresistibili: «Al momento dell’efflusso avviene una diminuzione dell’angolo di flessione fra corpo e collo, una specie di erezione dell’utero», oppure «I rapporti rilevati tra l’apparato genitale femminile e il rinofaringe sono tali da aver autorizzato il Fliess a parlare di zone genitali localizzate nel naso». Scopre i denti per sorridere, si volta e incontra il suo viso alla finestra: i solchi sono incisi, naso e mento sporgono, la carne delle labbra rosso febbre: un ceffo di animale, pensa sconcertata, per non dire che a tratti volentieri abbaierebbe. Stacca la sigaretta dalle labbra e la gratta contro il muro esterno. Appena può, la getta di sotto. Fuori, un’ombra grigia ha fatto livido l’interno. Sta per piovere, o il sonno le fascia la vista. Stanotte si è svegliata alle quattro, abitata. E’ che ogni mese ci ammaliamo di una malattia rara: ridiventiamo bestie, pensa, una specie di licantropia. Nessuno di sotto. Okay. Getta la cicca. «Menses prima foetus materia, si legge in Aristotile. Cioè si riteneva la donna in costante pletora sanguigna, pronta a fornire il di più del suo sangue. Espulso ogni qualvolta non si verificasse la gestazione». Se lo dice Aristotile, ridacchia. Ma non riesce a distrarsi dal disgusto che le ispira il fremito di vibrisse delle proprie mani surriscaldate. «Se la tocchi, muore» le disse sua madre la prima volta, che non aveva neanche undici anni. E non era superstizione. Aveva sfiorato per sbaglio la dieffenbachia, due giorni dopo la trovarono incenerita. Così scoprì, grazie a lei, di avere una facoltà immonda, nei giorni rossi: la faccenda di Persefone. Dall’abitudine a sei mesi d’inferno, la periodica dimestichezza delle donne con la feralità. Per fortuna che è un’ora calma, questa, in clinica. I malati riposano, non si vedono le loro vestaglie rosa e marroni macchiare qua e là i corridoi e non ci sono visite. Dalle sette alle otto ogni sera, pure la domenica, per carità. Quel vociare sguaiato di bambini che trasformano i candidi corridoi in piste olimpioniche. Guarda i muri, in basso sporchi delle loro piccole manate, una, due, tre, quante sono… Un irruente rumore di maniglia. Erina china a contare si mette su. - Ah, finalmente… Sono quelli di sempre gli occhi di lui: piccoli, scuri, chiusi ad ogni espressione. Erina abbozza un sorriso e va per entrare. - La signora… - fa Ginevra, accennando appena col mento. Non è più stanco, più incazzato del solito, la sua faccia non è più grigia del solito, ma quegli occhi le stanno grattando il fondo del cranio. - La bambina della signora. Non ce l’ha fatta. Erina non batte ciglio. - Lo temevamo. Insufficienza respiratoria. Erina non batte ciglio per lo stupore. - Ha respirato due ore e mezza. Mai pensato uno che nasce e subito muore. Dove starai sprofondando, ora? Una, due, tre, le manine grigie sul muro sotto la finestra Erina le segue scendere fin sullo zoccolo, e lì dietro scivolare, aggrapparsi, ne affiorano piccole dita, uno scorcio di palmo, prima di scomparire. Però potrebbero tornare indietro, i bambini che muoiono, le loro scialbe impronte arrampicarsi, risalire alla luce… - Per cui sarebbe opportuno… Potrebbero anche restare: uno di meno, o di più, come aggiungere o togliere un grammo a un peso di un quintale… Ginevra ha staccato gli occhi da lei. - Lasciamola riposare. …O tornare alla larva del ventre, questo dovrebbero fare, tornarci e starsene lì, accovacciarsi zitti senza muoversi e senza disturbare, anzi far perdere le tracce che c’erano, che ci hanno provato, farsi piccoli piccoli fino a scavarsi la forma, e trattenere il respiro per sempre… Erina lo guarda andare via, corpacciuto, un po’ lento, le corna dello stetoscopio che gli inforcano la nuca, e improvvisamente vorrebbe corrergli dietro, che stronzata. Poi in fondo il suo verde incrocia il bianco dell’infermiere. Lei gli fa cenno, «La flebo!…». Ed entrano nella stanza. C’è anche il marito, dentro, sulla sedia di là dal letto. Chino, le grosse mani intrecciate davanti, gli occhi che gli luccicano come cocci di vetro al sole. La Bionda invece si è impossessata della sedia loro - gliel’ha offerta sua madre, sicuro, e Erina sta in piedi. S’è messa contro l’armadio, e ha le cosce larghe sul sedile e una faccia chiusa. Tra i due si sviluppa la forma candeggiata del letto con su la sagoma immobile della degente. L’aria è più leggera, adesso, ma il silenzio è pregno. Rotto solo dalle automatiche operazioni di ricambio della flebo. - E com’era, ’a picciridda? Nel silenzio, quella frase precipita come una valanga, ma cos’è, impazzita sua madre?… E invece no. - Mi la go vista, signora, sa’la? - risponde quello piano, dall’altro capo della stanza. – La gera bèa… - e sorride, come se fosse un motivo di consolazione. Erina li sbircia tutti e quattro fra le ciglia. Il marito inarca la fronte e fa tentennare la testa: - La gera cussì granda, la varda!… Cussì granda…! - e fa con le mani un’esagerata misura di un metro. Sua madre, il collo torto per guardarlo in faccia, - Siete così giovani! - espira. Lui sorride, ma gli cade l’occhio sulla moglie e ha subito paura di aver parlato troppo. La Rossa sta distesa, il viso dentro un braccio piegato, la pancia. Cussì granda, capirai, con quella pancia. Com’è che ce l’ha ancora? Una gran pancia vuota, ecco cos’era, cos’è sempre stata, anche se nessuno lo sapeva. Ma Erina non ha nessuna voglia di guardarla. Lui invece le spalma il viso con quello sguardo pentito. - Il Signore l’ha voluto! - la Bionda rompe la faccia in atto di remissione o d’accusa. Poi tira su con le froge di un cavallo e si mette in piedi. C’è troppa roba in giro. Occhi di cipolla si dà da fare a riporre tutto. Ogni tanto saltano fuori manichette, scarpine. Ma la Rossa la ignora, come ignora il marito e Erina e sua madre. Erina, cauta, la sbircia: se ne intravedono gli occhi, chiusi forse, gli occhi di una belva dal suo covo. Il telefono ha incominciato a squillare, la Bionda l’ha raggiunto, sa già che è per loro: tocca a lei fronteggiare i come, i che dispiacere cercando di non far capire alla figlia. Ma quella stacca il viso dal braccio: i suoi occhi sono imperativi, come se comandasse di mantenere un segreto. Lo sguardo di Erina fugge, poi torna e ricomincia, risale piano le gambe di marmo sotto le lenzuola, la pancia balzana, il bianco seno riverso, controvoglia arriva al suo viso, lo spia. La Rossa è l’unica, dei tre, che non ha pianto. Alle sette, ora di visita, arrivano le zie: entrambe occhi aguzzi e culi alti sotto vesti chiazzate di fiori famelici, si trascinano dietro una sciarpa di essenze che esplora l’ambiente e si acquatta e prende la forma non appena loro si fermano e prendono posto. Erina conosce bene il loro aroma e da anni non ci fa più caso, neanche lo sente. Baciano, esclamano, seggono, raccontano, incoraggiano, si sovrappongono e finiscono per litigare. Belle, le zie. O almeno così credeva Erina bambina, entrambe più giovani di sua madre le ricorda ragazze, cosce lunghe, facce e seni rotondi, pronti a dimenarsi, i seni, le facce e le cosce, al primo scherzo, alla minima occasione di farsi le risate. A lungo Erina ha creduto che non ci fosse altro modo di essere belle. Poi hanno smoccolato quattro figli a testa, e anche questo rientra coerentemente nel quadro. Le torna in mente qualcosa, un’epigrafe, l’ultima ristampa curata a lavoro, un vecchio manuale di ginecologia: «Dedico queste mie pagine/ alla Donna senza figli/ A Colei che pur nella dedizione dell’amplesso/ ha proteso ogni fibra del suo corpo/ e tesa ogni corda del suo cuore/ implorando con gli occhi smarriti/ il concepimento agognato/ un bimbo/ figlio della sua carne/ e del suo amore»… - Nenti, nenti, tre giorni e finisti! - È la natura! - Io, quando fu di me… Mara ha subito quattro anni fa la stessa operazione che hanno prescritto a sua madre, perciò le zie sanno di cosa parlano, in fatto di cose naturali. > - Un po’ di pazienza… Ti metti a posto! - Aggiunventi!… - fa Ramona occhieggiando, e scoppia a ridere. Erina la fissa. Lo stesso orrore del riso di melograno: ce n’era un tronco rachitico, nell’aiola davanti casa. Ogni novembre, una notte, sua madre ne trafugava almeno uno. Allargava un tovagliolo sul marmo della cucina e lo lasciava lì giorni, finché non scoppiava un sorriso cariato, tutto intriso di rosso. Solo allora osava mettergli le mani addosso: lo pelava con cura e lo sgranava, attenta a non schiacciare neanche uno dei suoi semi vescicolosi. Li distribuiva equamente in due ciotole e divorava a manciate la sua. Erina non riusciva a ingollare neanche il primo boccone di quella pasta d’ossa triturate. - Erina, mischina, e tu te la fidi? - Come ti senti? Come una pustola carica, pensa, corpo di donna suppurato e debitamente inverminito, va bene così? - E la signora che fu, gravidanza? Erina infila il muso in quell’afrore agli agrumi dolci e bisbiglia qualcosa, a Mara, se no parla troppo. - Mischinazza però, - finge di dire piano - pare ’na picciridda. Sbircia la Rossa per vedere se ha sentito: quella si rotola inquieta sul bacino, dondolando come una barca. Niente da fare. Per quanto alta e grassa più di loro non è di quella pasta, la Rossa, che va in buca al primo tentativo, eh no, tutt’un’altra generazione. Come scordare, per esempio, sua madre quarantenne sottoporsi per un errore di diagnosi a raschiamento? «Domani all’ospedale vieni tu». E chi se no, tutti maschi gli altri figli, le zie in Sicilia per le feste, anche se Erina aveva tredici anni. Neanche si premurarono di chiudere la porta, e lei si accostò. Uno stanzone squallido come un garage, una lettiga con sua madre sopra in semicoscienza per una malriuscita anestesia: non avrebbe voluto continuare, Erina, perché a continuare si vedevano le gambe appese di lei, e due ganasce in mezzo a tenerla aperta: una fossa, un cratere enorme, ma possibile, possibile che anch’io?… Ma non c’era tempo di pensarci, c’era da guardare, sfamarsi di guardare quel medico che con pinze veloci si accaniva a rovesciare carne a grumi neri e sangue. Dopo c’è nel ricordo un salto buio. E il film riprende che lei scopre sua madre gemere piegata in due sul ciglio del letto: «Un picciriddu era…», e avrebbe voluto irrompere, consolarla, anche se non capiva di che, ma forse doveva essere un segreto, e guai a lei se lo scopriva. Poi per anni domande la forarono da tutte le parti. Un bambino. Perché, di chi, sua madre era vedova da otto anni… Quanta rabbia, per anni, pressata dentro perché non togliesse spazio al respiro regolare, al sonno, alla fame, alle parole spicciole della vita normale, «Torno stasera», «Che si mangia oggi», «Qua c’è il resto» e a un ingombro di silenzi offesi, di timidezza bruta, di minime crudeltà. E poi, quando toccò a lei… Ma perché se lo racconta adesso, tutto questo? Erina si scrolla, torna a guardare la Rossa. Sua madre, quella frase nel silenzio plumbeo della stanza, «E com’era ’a picciridda», chi avrebbe mai osato. Eppure nessuno ha urlato o inveito: anzi, a momenti le dicevano grazie. Il silenzio si è sciolto, ha incominciato a sgranare parole: sempre lei, sua madre… Ce ne volle prima che si riprendesse, ma alla fine recuperò la sua antica energia. La vedeva sgravare il suo sangue cantando, ogni mese. E sollevare balle di bucato, le mani agguantare la spesa della settimana, non sentire neanche il taglio dei manici nel palmo spesso. Perciò nei giorni rossi era inutile lamentarsi: «E’ chi ssi’ fimminuna, è la natura!» rispondeva quella ridendo, e non c’era verso di saltare un giorno di scuola: «Arrùnchiati sempre, lo sai?» Così una volta Erina le silurò la cineraria del compleanno: un cespuglio occhiuto, cento fiori come pupille azzurre spampanate in coro a festeggiarla, regalo delle zie. Adoperò i magici poteri dei giorni rossi, quelli che le aveva insegnato lei. Il vento la finì, spazzò via foglie vizze, capocchie: restarono quattro gambi pelati. Per mesi, scopando, quei piccoli teschi lilla continuavano a saltar fuori dagli angoli più riposti della casa. - Il medico è bravo? - E’ giovane? Meglio… - Amunì, ca ti nni niesci! Le zie ridono, gesticolano, e a ogni movimento delle braccia, delle teste, dai loro capelli, da tutti i peli del loro corpo sale quel fiato vanigliato, si arrampica, ramifica su per le pareti della stanza… L’odore, il loro, lo stesso del funerale, invase spudoratamente la camera mortuaria appena portarono suo padre. Erina lo conosce da anni e non ci fa caso. Anzi, quasi gli rende grazie. Grazie per aver reso uguale quella veglia a una seduta dal parrucchiere, e per sopraggiungere sempre quando la vita è per spezzarsi ad annebbiare i sensi, e a ricondurre le vittime del più apocalittico degli eventi alla sua volgarissima ma elementare necessità, continuare: prima e dopo, nessunissima differenza… Intanto la Rossa rovescia la sua metà inferiore giù dal letto: vuole scendere, e il marito l’aiuta, passo passo la tiene, la porta fuori, lei rotea gli occhioni, li leva al soffitto. Erina li evita sempre quegli occhi, e improvvisamente capisce perché. Erina evita quegli occhi perché quegli occhi evitano i suoi, anzi le scivolano addosso. Come se avesse anche lei la sua parte di responsabilità in quella faccenda. Ma se bucata con uno spillo da balia scoppierebbe, come certi palloni a fiato, quella pancia! O affettata e scoperchiata: la troverebbero cava e fredda proprio come la sua, nessunissima differenza. Nove mesi di cure e riguardi e ora è uguale alla sua, che è pellaccia attaccata alle ossa e sbroda sangue ogni trenta. Ma dov’è andata la Rossa? Ecco che torna aggrappata al marito e quello appronta una sedia davanti la finestra, ce la deposita con cautela e schiude i vetri. Alle otto e dieci passa un’infermiera a richiamare le visite, alle otto e venti passa la caporeparto. Tra risa e schiocchi le zie sono le ultime ad andarsene. - Tranquilla statti! - Nni sintemu… - Torniamo presto! Erina sa che, per fortuna, non è vero. In stanza, la Miceli ha gli occhi orlati e la maglia dei suoi capillari di rossa affiora in preda a una fibrillazione. Erina si è appena chiusa la porta alle spalle quando incomincia a parlare. - Però scusate, scusate… la gente non capisce… Quel profumo, scusate… troppo, troppo forte… - E’ che si è sentita male… - spiega il marito quasi supplicando. - Ha ragione, ha ragione… Quando uno sta male… Mi dispiace… - si sforza la madre di Erina tirando il collo. Ma improvvisamente la Rossa non ha più trovato le parole e sta piangendo a dirotto, come una bambina cui si è fatto un torto. Quando passavano a sua madre i loro cappotti, gli abiti smessi. Persino le maglie intime, persino le mutande: attaccava naso e stomaco, attaccava la pelle di sua madre, attaccò la sua quando fu più grande e cominciarono a passarle i loro vestiti da ragazze. Da anni non ci faceva più caso ma ora Erina lo sente… Prima e dopo, nessunissima differenza, ecco cos’era, mastica. Non la faccia di cera lucida di suo padre nel catafalco, né l’odore dei fiori marciti nei vasi, da due giorni. Un cadavere è solo l’ultimo atto della commedia, il punto è quello che resta: una stanza, una sedia deserta. Sua madre piegata in due sul ciglio del letto. Una pancia fossile, un guscio vuoto, pulito, l’eco secco che fa se ci parli dentro. «Tolti quei nove mesi, fra me e te, nessunissima differenza». Ecco cos’era. Non il macabro barcollio della bara a spalla, o il tanfo di terra smossa. La morte sta da tutt’altra parte. È asciutta, non grida e non puzza. Tolto tutto, è quello che resta. Perché non riempie, scava. Scava da tutt’altra parte e oggi scava qui, fra le pallide mura di una clinica, secondo piano stanza ventotto, dove due persone fanno delle cose attorno a una che non fa più nulla. Ecco cos’è. La rimanenza. Fra me e te, piccola Rossa, nessunissima differenza. |
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