I TESTI Tullio Avoledo
  Stando ai documenti e alla memoria dei miei genitori sono nato il 1° giugno del 1957 a Valvasone, in Friuli. Ora abito da un’altra parte, con mia moglie Anny e i miei due figli, Francesco di sei anni ed Elisa, nata il 29 maggio del 2002. Sono laureato in legge e lavoro, appunto, in un ufficio legale. Prima ho fatto diversi altri mestieri di cui meriterebbe parlare. Sono friulano per tre quarti e tedesco per il resto. Fra i miei antenati dalla parte del “resto” c’è Johann Philipp Kimberger (1721-1783), violinista alla corte di Federico il Grande nonché allievo e amico di J.S. Bach. Oltre che per la sua musica viene ricordato per il carattere impossibile. Fin da piccolo ho letto molto. Anche più del dovuto. Un tempo scrivevo poesie. Nel ‘75 Leonardo Sinisgalli mi consigliò di smettere, ed io seguii il consiglio, che mi pareva competente e disinteressato. Negli anni Ottanta Elio Bartolini mi ha insegnato a scrivere per il cinema. Due anni fa, a Pordenone, ho partecipato a un seminario di scrittura con Mauro Covacich e Gian Mario Villalta. L’elenco telefonico di Atlantide è nato in qualche modo per effetto di quel corso. Prima, per citare Valeria Golino in Hot Shots 2, per quanto riguarda lo scrivere romanzi “ero vergine, e completamente imbranato”. Dopo Atlantide ho scritto un altro romanzo, Mare di Bering, molto diverso dal primo. Entrambi i romanzi verranno pubblicati da Sironi Editore nel 2003. Scrivo essenzialmente perché mi diverto a scrivere, e poi a leggere quello che ho scritto. Alla base di Atlantide, oltre a uno scambio di lettere con Arthur C. Clarke, credo ci sia il lavoro del fumettista francese Lauzier. Bering invece deve molto a Doonesbury di G.B. Trudeau. Entrambi i libri sono stati composti ascoltando in dosi massicce la musica di Gavin Bryars. Sono alto un metro e settantanove (quel centimetro in meno ha sempre fatto la differenza).
   
  I TESTI Umberto Casadei
 
Sono nato a Padova il 4 maggio del 1966. I miei facevano gli insegnanti. Quand'avevo 19 anni è morto mio padre. Non volendo lavorare, ho fatto l’università. Lui insegnava italiano in un istituto tecnico: fosse stato in me, diceva, non si sarebbe iscritto a lettere. Io scelsi quello che, nell'indecisione, sceglievano molti: scienze politiche. Ci ho messo nove anni. Da quando avevo 23 anni, diventato un fuori corso, ho provveduto al pagamento degli studi lavorando come cassiere in un supermercato. Adesso quello stipendio serve a pagare l'affitto della stanza in cui vivo. Ho iniziato a scrivere nel periodo in cui facevo la tesi di laurea. Prima, soltanto dei testi per il gruppo con cui suonavo e qualche sconclusionata pagina di un diario. Dalla sorte ho avuto due genitori, due sorelle, due grandi amori, e tre o quattro amici. Fra questi, una persona tenace, che mi ha fatto dono della sua stima.
   
  I TESTI

Francesco Dezio

  Mi chiamo Francesco Dezio e sono nato nella città del pane e dei salotti (ma potrebbe diventare presto anche la città del cardoncello o della salsiccia tagliata a punta di coltello - diciamo a periodi), nel 1970. Il 24, il giorno di Gesùbbambino, nasco, erompo sulla scena delle acque: placenta. Il mio esordio letterario risale al 98, data in cui viene pubblicata l'antologia similtondelliana “Sporco al Sole, racconti del sud estremo”, curata dagli scrittori Gaetano Cappelli ed Enzo Verrengia, e il giornalista e critico letterario Michele Trecca. Il mio racconto viene definito sorta di Trainspotting. Poi finisce il periodo di disoccupazione e frequento un corso di formazione quale operatore alle macchine C.N.C. (controlli numerici), seguito da uno stage di mesi due. E poi la Grande Fabbrica.
E poi ancora Disoccupazione - e si arriva ai giorni nostri. Nel mentre accade tutto questo, partorisco degli abbozzi di storie, esperimenti che metto su carta - una deriva ontologica degli accadimenti. Anche piuttosto rabbiosa. Scrivo negli orari + impensati. Di solito a fine turno, quando i ricordi sono ancora freschi. Appena finito il turno di notte, mi levo il sonno dagli occhi e scrivo. Lo faccio anche durante le pause di lavoro. Osservo e scrivo. Loro parlano e io scrivo. Mentre guido, mi arrivano in testa dei giri di frase e scrivo – a rischio di andarmene parete parete (faccio un gesto inequivocabile). Mi comandano, mi sfottono, ci litigo, mi minacciano, mi licenziano - io scrivo. Scrivo tutto. Loro hanno abusato di me 2 anni a formazione Io abuserò letterariamente di loro in eterno, punto e basta. –
È così che si fanno i buoni libri, almeno quelli che piacciono a me. Céline direbbe lo stesso, ma non ricordo la citazione -.
 
   
  I TESTI Anna D'Elia
 
Anna D’Elia intrecciando saperi scrive racconti. È a partire dalle fotografie di Luigi Ghirri che ha inizio la sua storia di narratrice. «Ho avuto coscienza di me, per la prima volta, in una foto che mi ritraeva bambina, dinanzi a chi ero stata e che non riconoscevo, ho incrociato gli occhi del fotografo e quelli di mia madre: ma la fotografia mi diceva anche di riempire vuoti, colmare distanze, lenire assenze.
E ogni dettaglio reclamava attenzione, ogni indizio mi prendeva per mano e mi portava sulla tracce di ciò che era stato o sarebbe potuto essere». Era il 1999. La prova successiva è Diario del Corpo (Unicopli, 2002) in cui si autorappresenta a partire da alcuni suoi frammenti (naso, bocca, capelli, mani, piedi).«Sono partita da ciò che, all’apparenza, è privo di significato, minuto, piccolo, banale, irrilevante: una cicatrice, una ruga, una macchia sulla pelle. Riguardo pezzo per pezzo il mio corpo e ne ascolto la parola. Nelle storie che ne fanno loro stessi, scopro il pensiero che attraversa il mio sangue, scopro legami tra pensieri, passi, gesti». I racconti si alternano a immagini, citazioni e testi teorici scritti in prima persona, in cui l’autrice rende testimonianza di un sapere divenuto esperienza. «È il mio ritratto instabile quello che appare: io , te, loro e me, ella». Docente di Pedagogia dell’Arte all’Accademia di Belle Arti di Bari, pubblicista, narratrice e critica d’arte. Ha scritto testi in catalogo per il Centre Pompidou di Parigi e il Museo Rejna Sophia di Madrid. Collabora con l’IRRE Puglia, la Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari e con la Facoltà di Lettere dell’Università di Foggia. Fa parte del direttivo SIL (Società Italiana delle Letterate). Tra i suoi libri: Pino Pascali, Laterza, Bari 1984, Artronica, Mazzotta, Milano, 1987, Archia, Dedalo, Bari 1987, L’Universo Futurista, Dedalo, Bari 1989, Le Città Visibili, Congedo, Galatina, 1990, La Pietra ve i Luoghi, (a cura di), Essegi, Ravenna 1990, Fotografia come Terapia, attraverso le immagini di Luigi Ghirri, Meltemi, Roma 1999, A scuola di città (a cura di), Progedit, Bari 2000, Diario del Corpo, Unicopli, Milano 2002. Anna D’Elia, è nata a Bari, dove risiede.
   
  I TESTI Gianluca Di Dio
 
Gianluca Di Dio (Parma, 1961), dopo la maturità classica, si è laureato, senza intendere nè volere, in Odontoiatria, a Modena, nel 1985. Nel 1990 ha studiato sceneggiatura col regista Salvatore Nocita e, poco dopo, si è iscritto all'Accademia di Comunicazione di Milano per seguire il corsodi studitriennale di copywriting, ma, dopo un mese, è stato assunto nell'agenzia pubblicitaria Bozell-Testa Pella Rossetti e ha lasciato la scuola. Successivamente ha lavorato in altre due agenzie internazionali: la Publicis FCBe la Nadler, Larimer & Martinelli (gruppo DDB). Attualmentevive a Bologna dove svolge attività di copywriter free-lance e sceneggiatore. Per il teatro, sono stati rappresentati in Italia: J.C. Woyzeck : un cane smarrito si aggira per l'Europa (produzione: CRT Milano, '94; regia: B. Stori). Testo messo in scena anche in Germania, dove è stato tradotto in tedesco e pubblicato (Monaco, Theaterstuckverlag, 1996). Sentimenti banditi, tratto dal racconto Linea 63 (produzione: Teatro delle Briciole Parma, '95; regia: L. Quintavalla). Per il cinema, ha sceneggiato i cortometraggi: L'aurora (produzione: Set 22 Parma, '92; regia: L. Mazzieri). Dèlabrè-Palpabile (produzione: Set 22 Parma, '96; regia: L. Mazzieri). Per la narrativa, ha pubblicato scritti su varie riviste. Inoltre ha appena ultimato una raccolta di racconti Senza ritorno, e un romanzo Baci sdentati, ancora inediti.
   
  I TESTI Giorgio Falco
  Ancora per poco, trentaquattro anni. Sagittario ascendente cancro. Ho fatto l’asilo, le elementari, le medie, il liceo scientifico, due anni d’università.
Ho fatto il fattorino e l’attacchino. Ho fatto il venditore di scope per un’azienda leader nel settore. Per quattro anni ho fatto il disinfestatore. Ho vissuto a Padova. Ho fatto l’operatore telefonico nel periodo d’oro del Nord Est. Ho vissuto a Roma. Sono tornato in Lombardia, regione che, oltre alla possibilità di continuare a lavorare per una nota azienda di telecomunicazioni, mi ha dato i natali. Ho iniziato a scrivere nell’ottobre millenovecentonovantanove. Alcuni racconti sono in antologie di Stampa Alternativa, Il Poligrafo, Berti. Uno su Nuovi Argomenti. Un paio di pezzi nel libro di Giuseppe Caliceti, Pubblico Privato 0.1, Sironi Editore.
 
 
 
  I TESTI Gabriele Picco
 
Mi chiamo Gabriele Picco, sono nato il ventidue agosto 1974 all’ospedale civile di Brescia. Mi sono laureato in lettere moderne all’Università Statale di Milano nel 2000. Oltre a scrivere dipingo, disegno ed espongo i miei lavori in gallerie e musei d’arte contemporanea da diversi anni. Nel 2000 ho vinto il premio Michetti sulla pittura europea emergente che mi ha permesso di vivere per qualche mese a New York. Ho scritto un romanzo, “Aureole in cerca di santi”, pubblicato da Ponte alle grazie nell’aprile 2002 e ora sto lavorando al mio secondo romanzo.
   
  I TESTI Sparajurijlab
 
Il laboratorio Sparajurij è un laboratorio autogestito da studenti di Torino che prende vita spunti e miracoli mutaforma e contorni ravviva i colori sbiaditi disegna nuove storie e strutture sovversive nei corridoi polverosi profumati e lastricati di proamianto_vitaminaE di Palazzo Nuovo dove si riunisce in uno spazio della facoltà di lettere e filosofia al primo piano dello stabile. Le riunioni hanno una scadenza settimanale che vede la partecipazioni di numerosi studenti (30 circa) appartenenti a differenti facoltà o corsi di laurea. Il laboratorio dà ai partecipanti la libera possibilità di prendere la parola e lasciarsi prendere dalla stessa attraverso una scrittura domenica ed un linguaggio frammentario e frammentato, rivoltoso e rivoltante. Sparajurij pratica la scrittura di romanzi di prossima pubblicazione e a Torino è organizzatore della Settimana Letteraria di settembre con l’installazione di una Tensostruttura che obblighi i passanti casuali a provare e riprovare in loop la Sparajurij Experience, proiezione fototattile di musica e parole sulla superficie epidermica del nolente spettatore casuale, sulle pareti interne della tensostruttura, sul vapore creato appositamente all’interno dell’ambiente chiuso e poco areato. Il lavoro di Sparajurij è lo spermoso frutto dell'intersezione di differenti tracce unite da un progetto depositato nell'alto dei cieli. L'approccio con il reale è all'insegna delle letture itineranti in tutti gli angoli metropolitani d’Italia e d’Europa, con o senza alterazioni musical, e inoltre il laboratorio sta organizzando il primo poetry slam regionale italiano in Piemonte. Questi frammenti di prose che Sparajurij ha elaborato per presentarsi può essere considerata il primo risultato di un progetto sulla scrittura e le sue derive portato avanti dal laboratorio in questi anni. Ammettiamo di scrivere per leggere cosa ne viene fuori... e siamo come tutti i poeti atterriti da quello che scriviamo. Siamo curiosi delle reazioni possibili a questa nostra proposta. Siamo solidali coi critici che si portano a letto libri sbagliati da cui poi inaciditi. Non ricordiamo d’aver imparato a leggere; a scrivere, sì. La scrittura (certi libri) la musica (alcuni dischi) sono entrati nella nostra vita peggiorandola considerevolmente dal punto di vista della capacità di trarre piacere dalla marmellata, dall’alba e cose così. Questa è la nostra comunità immaginaria che implode una guerra immaginaria all’immaginario, una video-war combattuta attraverso l’unico linguaggio (frammentario e frammentato) che ci resta.
O forse no.