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GENNAIO
Non so proprio come andrà a finire, ma devo ammettere che nonostante
si litighi spesso, non posso fare a meno di lei, di Lisa Gilmann.
L’avevo capito subito dal primo sguardo. Lei aveva tentato di ammaliarmi
coi racconti di suo padre e dei suoi illustri amici, ma a me sono
cose che non interessano quelle, mi bastavano i suoi occhi e il suo
sorriso. E invece lei si era messa a raccontare che suo papà era Robert
Gilmann, il più grande fotografo dei vip americani. Mi parlava di
foto scattate a Clinton, Spielberg, Monica Lewinski, Hitchcock, Billy
Wilder, Lou Reed, quest’ultimo ormai diventato intimo di famiglia,
sì, insomma, capita che la sera si faccia vivo per cena proprio lui,
quello della canzone che fa Du, du-du, du-du-du-du-du, Du,du-du, du-du-du-du-du.....in
persona.
Ad ogni modo stamattina sono uscito di casa, ho lasciato Lisa sola
con Lou, il suo adorato dobermann ( sì, si chiama Lou come il famoso
cantante amico di famiglia, ma lui pare che l’abbia presa bene, anzi,
quando lo vede lo accarezza sempre dietro le orecchie) e Pollock,
un gatto persiano ciccione e dispettoso. Ho raggiunto la metropolitana
“A”, e ho attraversato tutta la città sotto terra fino alla centonovantesima
strada, all’estremo nord di Manhattan.
Questa volta Lisa ha esagerato: dopo mezz’ora di silenzio è sbottata
e ha preso ad insultarmi come una pazza scatenata, dicendo che sono
uno schifoso egoista, che penso soltanto al mio mestiere di giornalista,
a fare bella figura davanti alle telecamere del tg.
Spesso mi fermo alle stazioni della subway ad osservare i cantanti,
i musicisti e i ballerini. Mi sono accorto che alla fine sono sempre
gli stessi: ho riconosciuto quello che balla con una bambola legata
ai polsi e alle caviglie, che se la guardi con la coda dell’occhio
sembra viva e innamorata, con un corpo perfetto e questa lunga chioma
scura che le ricade sulla spalle. Poi c’è il gruppo di ragazzi che
fa la break dance sui tappeti di cartone, due vecchietti con gli occhiali
da sole che fanno irruzione nella metro e iniziano a cantare sempre
col sorriso sulle labbra, la vecchia che probabilmente viene pagata
per non cantare, perché quando apre bocca escono striduli suoni di
una canzone triste, quello con gli occhiali a forma di cuore e la
fisarmonica a bocca, il flautista giapponese, il cantante lirico negro,
il venditore di giornali, il tamburellista, la coreana con una specie
di violino rudimentale.
Stavo seduto a osservare tutti questi personaggi quando ho aperto
quel libretto azzurro fosforescente con le scritte nere, “ 50 places
to find peace and quiet”. Scoprire cinquanta posti dove trovare pace
e quiete qui, nella capitale del mondo, non è mica così semplice,
sul serio.
Per questo considero quel libretto azzurro una sorta di Bibbia. L’ha
scritto un tale, certo Allan Ishac, e io l’ho scovato per caso su
una bancarella dell’east
Ogni volta che litigo con Lisa apro la mia piccola Bibbia fosforescente
e raggiungo uno di quei luoghi magici della città. Per ora sono arrivato
al tredicesimo, chissà dove andrò quando sarò giunto all’ultimo. Chi
lo sa. “West Side Community garden”, è questo l’ultimo in ordine alfabetico,
l’ultimo luogo oltre il quale non saprò più dove andare.
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Ieri sera è stata qui Sara. Abbiamo guardato un pessimo
film e poi ci siamo ritrovati nudi sul divano, tanto che risultava impossibile
non scopare. Di solito alla fine ci si fa le coccole, ci si sbaciucchia
insomma, ma ieri, ieri che stavo per compiere ventotto anni era diverso.
Così non avevo tanta voglia di abbracciarla o fare la faccia e la voce
dolci. No no, allora mi è venuto in mente un gioco, e forse quando l’ho
proposto l’ho fatto con una vena di cattiveria. Forse. Il gioco del confronto.
Ho detto a Sara che non esisteva come gioco, ma che lo si poteva inventare
lì, sul momento. Allora lei mi ha sorriso e ha detto che sì, lo voleva
fare il gioco del confronto, e abbiamo giocato tutta sera, anche se devo
ammettere che io l’ho preso forse un po’ troppo sul serio.
Così abbiamo confrontato i nostri piedi…
Pur essendo i suoi di ottima fattura (tra l’altro lunghissimi, porta il
39), i miei sono nettamente superiori sia per colore, che per forma ed
eleganza. I miei piedi sono affusolati, snelli e armonici, le dita creano
un arco dolce sulla punta, e pur essendo magre, non evidenziano nervi
od ossa, mantenendo invece una pelle liscia e delicata.
Ma passiamo alle mani: le sue sono mani bellissime, bianche, con le dita
lunghe, affusolate, sembrano veramente mani che vivono di vita propria,
mani materializzatesi da un dipinto di Leonardo o di Botticelli. Ho notato
per la prima volta che le sue unghie, rispetto alle mie, sono molto più
lunghe, nel senso che occupano più spazio del dito. Allora le ho fatto
notare che magari poteva essere che le unghie occupassero tutte le dita,
te le immagini, tutte le dita fatte di unghie?
Non avevamo ancora finito il gioco del confronto, quando Sara ad un tratto
ha cominciato a fissarmi con due occhi lucidi lucidi, sì, due occhioni
luminosi, proprio da ragazza innamorata. Ma non è tutto, non si è limitata
a guardarmi negli occhi, no, come in preda ad un raptus ha urlato:” Adesso
basta, hai vinto tu” e ha iniziato a prendermi in bocca il piede destro,
e a leccarlo tutto per bene. A me questa cosa del piede non dispiaceva
affatto, anzi, per i primi due minuti provai anche un discreto godimento,
ma devo ammettere che verso la fine del quinto o sesto minuto, quando
Sara ancora non si decideva a mollare la presa, iniziai ad avvertire una
lieve nausea accompagnata da una vaga sensazione di angoscia. Non so perché
ma mi ero come convinto che il mio piede a forza di sbaciucchiamenti potesse
consumarsi, fino addirittura a scomparire del tutto. Penso che questa
paura fosse figlia di un ricordo d’infanzia, quello dei piedi di S. Pietro
scolpito nel marmo nero che si trova nella omonima basilica di Roma. La
ricordo collocata in una nicchia sulla destra, credo non lontana dal gigantesco
baldacchino barocco del Bernini, con quei torrioni di legno che si attorcigliano
come serpenti. Le dita del santo vengono clamorosamente baciate e accarezzate
da milioni e milioni di persone che fanno ingresso nella basilica, tanto
che si sono letteralmente consumate fino a scomparire. Così, mentre Sara
si dilungava a ciucciarmi avidamente il piede a me venne in mente questa
cosa, di quando per la prima volta avevo visto la statua di S. Pietro
a Roma. Ricordo che rimasi semplicemente
scioccato. Avevo sette anni, stavo camminando mano nella mano con mia
madre, quando ad un tratto mi accorsi che proprio lì vicino a me c’era
una statua nera, di un uomo che a me risultava completamente ignoto. Poteva
assomigliare al mio vicino di casa, Zuccarotto, ma non vedevo nessun motivo
per il quale Zuccarotto avesse dovuto meritarsi un monumento a Roma vicino
a quello di personaggi importanti, considerando che era uno fra i più
sospettati di aver rubato la bicicletta di Alfredo, un amico comune che
si era visto sparire la bmx marca Bianchi nuova di zecca (era la più bella
bmx che avessi mai visto in circolazione e Alfredo faceva benissimo a
vantarsene, come faceva benissimo a farmi fare un giro ogni tanto, cosa
che mi rendeva molto felice). Capite dunque quanto a me fosse dispiaciuto
che avessero rubato la bmx di Alfredo, e quanto Zuccarotto mi stesse sui
coglioni.
Se avevano eretto una statua a Zuccarotto, non vedevo perché non dovevano
averne eretta una anche a me, io che non avevo mai rubato, giuro, nemmeno
un astuccio o un temperino. Certo, un peccatuccio lo avevo commesso, e
forse, a pensarci bene, era ancora più grave del furto di una bicicletta:
qualche mese prima, durante il gelido inverno del 1983 mi ero toccato
il pisello. Alla tenera età di sette anni mi ero toccato lì, in piedi
davanti a una turca, nei cessi della scuola durante la ricreazione. E
non basta, non solo mi ero toccato, no, avevo anche provato piacere. Avevo
goduto. Come un pazzo. Tanto che poi la scoperta aveva inaugurato una
lunga epoca di sperimentazioni che oggi, dopo vent’anni, non si è ancora
conclusa.
Tornando alla statua nera, dopo queste mie riflessioni mi ero convinto
che quello fosse proprio Zuccarotto e che se non mi fossi toccato l’uccello
in quel maledetto inverno dell’83, probabilmente avrei avuto anch’io una
statua a Roma, e i passanti l’avrebbero baciata in segno di devozione
e ammirazione. Quanto invidiavo Zuccarotto, lui se ne stava lì, impassibile,
e la gente lo salutava e lo baciava. Uomini, donne, bambini, bambine,
tutti in processione verso quel farabutto. Mentre una vecchia signora
si trovava con la testa chinata sul suo piede e si accingeva a baciarlo,
tentati di convincerla che stava baciando un delinquente, accennai anche
alla bicicletta di Alfredo ma quella fece finta di niente, poi lanciò
un’occhiata assassina a mia madre, la quale mi strattonò e mi condusse
fuori, nella piazza piena di colonne e piccioni.
Certo, se mia madre, atea convinta, non mi avesse vietato di frequentare
le lezioni di catechismo, probabilmente avrei avuto le idee più chiare
sull’argomento, e non avrei certo scambiato S. Pietro per quello stronzo
del mio vicino di casa, che oggi, ora posso ben dirlo, non solo è un ladro,
ma si diletta a spacciare droga nel parchetto sotto casa, quando non scorazza
con la sua auto sportiva rossa con la radio a tutto volume sintonizzata
sulle più belle canzoni di Eros Ramazzotti e Richy Martin.
Questo è dunque il ricordo che mi passava per la testa
mentre Sara si ostinava a baciarmi il piede, tenendolo ben saldo fra le
mani. Quando poi ad un tratto si era decisa finalmente a mollare la presa,
il mio sguardo si era istintivamente rivolto là, verso l’estremità della
gamba. Così, quando con mio grande stupore mi accorsi che il mio piede
destro non c’era più, iniziai ad urlare disperato imprecando contro quella
specie di mostro che mi aveva menomato a forza di baci e risucchiamenti.
Il fatto che Sara mi implorasse di calmarmi, facendomi notare che forse
avevo esagerato con la vodka al limone, non mi scalfì minimamente, tanto
ero preso dalla disperazione.
Non potete infatti immaginare come ci si possa sentire improvvisamente
privati del piede, per di più un piede che vi appartiene di diritto fin
dalla nascita. Ma il destino è così, lo si deve accettare, e io dovevo
accettare, proprio il giorno in cui mi accingevo a compiere ventisette
anni, di perdere un piede, un piede bello e affusolato quale era il mio.
Mentre continuavo ad insultare Sara, invitandola gentilmente a raccattare
i suoi stracci e a scomparire dalla mia vita, il mio pensiero fantasticava
su come avrei dovuto comportarmi e come la mia esistenza sarebbe cambiata
senza un piede. Così, -pensavo,- tra poco avrò un anno in più e un piede
in meno. Poi scoppiavo a ridere ma con una di quelle risate isteriche
che si vedono nei film e che poi finiscono con le lacrime. Di solito mia
madre a questo punto si commuove e inizia anche lei a piangere come una
disperata, con mio padre che sorride e si diverte a prenderla per il culo.
Ad ogni modo avevo gli occhi rossi e gonfi, pensavo che l’indomani avrei
dovuto fissare un appuntamento con un medico, informarmi su tutti i tipi
di protesi che la tecnologia moderna avesse potuto offrire ad un poveraccio
come me. Mi ero persino convinto che, essendo ormai entrati a tutti gli
effetti nel nuovo millennio, qualche chirurgo, che so americano, avrebbe
potuto persino ricostruirmelo il piede, uguale, identico a quello di prima.
Poi mi tornò alla mente il povero S. Pietro, e mi sentivo proprio come
lui, con i piedi consumati, eppure impassibile, austero, luce per milioni
e milioni di fedeli sparsi per tutto il mondo.
Chissà, forse un giorno avrebbero potuto santificare anche me. Ormai la
mezzanotte si stava avvicinando, tra poco, pensavo, la mia vita sarebbe
completamente cambiata, in peggio, credo.
Ecco, era arrivata, inesorabile, come solo sa essere il tempo. Ne avevo
la certezza: l’anno appena passato, il mio ventisettesimo, non sarebbe
più tornato, così come non sarebbe più tornato il mio piede, e la stessa
cosa valeva per Sara, persa anche lei, per sempre, puf!
Scomparsa dalla mia vita.
Erano trascorsi soltanto venti secondi del mio ventottesimo anno di età.
Un anno che aveva certo tutte le carte in regola per diventare il più
difficile, se non il peggiore della mia vita. Ma chissà, forse il destino
aveva voluto semplicemente cambiare le carte in tavola, e la prossima
mossa, quella vincente, sarebbe toccata a me.
Mossa che di certo non avrei sbagliato.
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