Gabriele Picco
     
  L’ultimo luogo
frammento di un racconto più lungo
 

GENNAIO
Non so proprio come andrà a finire, ma devo ammettere che nonostante si litighi spesso, non posso fare a meno di lei, di Lisa Gilmann. L’avevo capito subito dal primo sguardo. Lei aveva tentato di ammaliarmi coi racconti di suo padre e dei suoi illustri amici, ma a me sono cose che non interessano quelle, mi bastavano i suoi occhi e il suo sorriso. E invece lei si era messa a raccontare che suo papà era Robert Gilmann, il più grande fotografo dei vip americani. Mi parlava di foto scattate a Clinton, Spielberg, Monica Lewinski, Hitchcock, Billy Wilder, Lou Reed, quest’ultimo ormai diventato intimo di famiglia, sì, insomma, capita che la sera si faccia vivo per cena proprio lui, quello della canzone che fa Du, du-du, du-du-du-du-du, Du,du-du, du-du-du-du-du.....in persona.
Ad ogni modo stamattina sono uscito di casa, ho lasciato Lisa sola con Lou, il suo adorato dobermann ( sì, si chiama Lou come il famoso cantante amico di famiglia, ma lui pare che l’abbia presa bene, anzi, quando lo vede lo accarezza sempre dietro le orecchie) e Pollock, un gatto persiano ciccione e dispettoso. Ho raggiunto la metropolitana “A”, e ho attraversato tutta la città sotto terra fino alla centonovantesima strada, all’estremo nord di Manhattan.
Questa volta Lisa ha esagerato: dopo mezz’ora di silenzio è sbottata e ha preso ad insultarmi come una pazza scatenata, dicendo che sono uno schifoso egoista, che penso soltanto al mio mestiere di giornalista, a fare bella figura davanti alle telecamere del tg.
Spesso mi fermo alle stazioni della subway ad osservare i cantanti, i musicisti e i ballerini. Mi sono accorto che alla fine sono sempre gli stessi: ho riconosciuto quello che balla con una bambola legata ai polsi e alle caviglie, che se la guardi con la coda dell’occhio sembra viva e innamorata, con un corpo perfetto e questa lunga chioma scura che le ricade sulla spalle. Poi c’è il gruppo di ragazzi che fa la break dance sui tappeti di cartone, due vecchietti con gli occhiali da sole che fanno irruzione nella metro e iniziano a cantare sempre col sorriso sulle labbra, la vecchia che probabilmente viene pagata per non cantare, perché quando apre bocca escono striduli suoni di una canzone triste, quello con gli occhiali a forma di cuore e la fisarmonica a bocca, il flautista giapponese, il cantante lirico negro, il venditore di giornali, il tamburellista, la coreana con una specie di violino rudimentale.
Stavo seduto a osservare tutti questi personaggi quando ho aperto quel libretto azzurro fosforescente con le scritte nere, “ 50 places to find peace and quiet”. Scoprire cinquanta posti dove trovare pace e quiete qui, nella capitale del mondo, non è mica così semplice, sul serio.
Per questo considero quel libretto azzurro una sorta di Bibbia. L’ha scritto un tale, certo Allan Ishac, e io l’ho scovato per caso su una bancarella dell’east
Ogni volta che litigo con Lisa apro la mia piccola Bibbia fosforescente e raggiungo uno di quei luoghi magici della città. Per ora sono arrivato al tredicesimo, chissà dove andrò quando sarò giunto all’ultimo. Chi lo sa. “West Side Community garden”, è questo l’ultimo in ordine alfabetico, l’ultimo luogo oltre il quale non saprò più dove andare.

   
  Compleanno senza un piede
 

Ieri sera è stata qui Sara. Abbiamo guardato un pessimo film e poi ci siamo ritrovati nudi sul divano, tanto che risultava impossibile non scopare. Di solito alla fine ci si fa le coccole, ci si sbaciucchia insomma, ma ieri, ieri che stavo per compiere ventotto anni era diverso. Così non avevo tanta voglia di abbracciarla o fare la faccia e la voce dolci. No no, allora mi è venuto in mente un gioco, e forse quando l’ho proposto l’ho fatto con una vena di cattiveria. Forse. Il gioco del confronto. Ho detto a Sara che non esisteva come gioco, ma che lo si poteva inventare lì, sul momento. Allora lei mi ha sorriso e ha detto che sì, lo voleva fare il gioco del confronto, e abbiamo giocato tutta sera, anche se devo ammettere che io l’ho preso forse un po’ troppo sul serio.
Così abbiamo confrontato i nostri piedi…
Pur essendo i suoi di ottima fattura (tra l’altro lunghissimi, porta il 39), i miei sono nettamente superiori sia per colore, che per forma ed eleganza. I miei piedi sono affusolati, snelli e armonici, le dita creano un arco dolce sulla punta, e pur essendo magre, non evidenziano nervi od ossa, mantenendo invece una pelle liscia e delicata.
Ma passiamo alle mani: le sue sono mani bellissime, bianche, con le dita lunghe, affusolate, sembrano veramente mani che vivono di vita propria, mani materializzatesi da un dipinto di Leonardo o di Botticelli. Ho notato per la prima volta che le sue unghie, rispetto alle mie, sono molto più lunghe, nel senso che occupano più spazio del dito. Allora le ho fatto notare che magari poteva essere che le unghie occupassero tutte le dita, te le immagini, tutte le dita fatte di unghie?
Non avevamo ancora finito il gioco del confronto, quando Sara ad un tratto ha cominciato a fissarmi con due occhi lucidi lucidi, sì, due occhioni luminosi, proprio da ragazza innamorata. Ma non è tutto, non si è limitata a guardarmi negli occhi, no, come in preda ad un raptus ha urlato:” Adesso basta, hai vinto tu” e ha iniziato a prendermi in bocca il piede destro, e a leccarlo tutto per bene. A me questa cosa del piede non dispiaceva affatto, anzi, per i primi due minuti provai anche un discreto godimento, ma devo ammettere che verso la fine del quinto o sesto minuto, quando Sara ancora non si decideva a mollare la presa, iniziai ad avvertire una lieve nausea accompagnata da una vaga sensazione di angoscia. Non so perché ma mi ero come convinto che il mio piede a forza di sbaciucchiamenti potesse consumarsi, fino addirittura a scomparire del tutto. Penso che questa paura fosse figlia di un ricordo d’infanzia, quello dei piedi di S. Pietro scolpito nel marmo nero che si trova nella omonima basilica di Roma. La ricordo collocata in una nicchia sulla destra, credo non lontana dal gigantesco baldacchino barocco del Bernini, con quei torrioni di legno che si attorcigliano come serpenti. Le dita del santo vengono clamorosamente baciate e accarezzate da milioni e milioni di persone che fanno ingresso nella basilica, tanto che si sono letteralmente consumate fino a scomparire. Così, mentre Sara si dilungava a ciucciarmi avidamente il piede a me venne in mente questa cosa, di quando per la prima volta avevo visto la statua di S. Pietro a Roma. Ricordo che  rimasi semplicemente scioccato. Avevo sette anni, stavo camminando mano nella mano con mia madre, quando ad un tratto mi accorsi che proprio lì vicino a me c’era una statua nera, di un uomo che a me risultava completamente ignoto. Poteva assomigliare al mio vicino di casa, Zuccarotto, ma non vedevo nessun motivo per il quale Zuccarotto avesse dovuto meritarsi un monumento a Roma vicino a quello di personaggi importanti, considerando che era uno fra i più sospettati di aver rubato la bicicletta di Alfredo, un amico comune che si era visto sparire la bmx marca Bianchi nuova di zecca (era la più bella bmx che avessi mai visto in circolazione e Alfredo faceva benissimo a vantarsene, come faceva benissimo a farmi fare un giro ogni tanto, cosa che mi rendeva molto felice). Capite dunque quanto a me fosse dispiaciuto che avessero rubato la bmx di Alfredo, e quanto Zuccarotto mi stesse sui coglioni.
Se avevano eretto una statua a Zuccarotto, non vedevo perché non dovevano averne eretta una anche a me, io che non avevo mai rubato, giuro, nemmeno un astuccio o un temperino. Certo, un peccatuccio lo avevo commesso, e forse, a pensarci bene, era ancora più grave del furto di una bicicletta: qualche mese prima, durante il gelido inverno del 1983 mi ero toccato il pisello. Alla tenera età di sette anni mi ero toccato lì, in piedi davanti a una turca, nei cessi della scuola durante la ricreazione. E non basta, non solo mi ero toccato, no, avevo anche provato piacere. Avevo goduto. Come un pazzo. Tanto che poi la scoperta aveva inaugurato una lunga epoca di sperimentazioni che oggi, dopo vent’anni, non si è ancora conclusa.
Tornando alla statua nera, dopo queste mie riflessioni mi ero convinto che quello fosse proprio Zuccarotto e che se non mi fossi toccato l’uccello in quel maledetto inverno dell’83, probabilmente avrei avuto anch’io una statua a Roma, e i passanti l’avrebbero baciata in segno di devozione e ammirazione. Quanto invidiavo Zuccarotto, lui se ne stava lì, impassibile, e la gente lo salutava e lo baciava. Uomini, donne, bambini, bambine, tutti in processione verso quel farabutto. Mentre una vecchia signora si trovava con la testa chinata sul suo piede e si accingeva a baciarlo, tentati di convincerla che stava baciando un delinquente, accennai anche alla bicicletta di Alfredo ma quella fece finta di niente, poi lanciò un’occhiata assassina a mia madre, la quale mi strattonò e mi condusse fuori, nella piazza piena di colonne e piccioni.
Certo, se mia madre, atea convinta, non mi avesse vietato di frequentare le lezioni di catechismo, probabilmente avrei avuto le idee più chiare sull’argomento, e non avrei certo scambiato S. Pietro per quello stronzo del mio vicino di casa, che oggi, ora posso ben dirlo, non solo è un ladro, ma si diletta a spacciare droga nel parchetto sotto casa, quando non scorazza con la sua auto sportiva rossa con la radio a tutto volume sintonizzata sulle più belle canzoni di Eros Ramazzotti e Richy Martin.

Questo è dunque il ricordo che mi passava per la testa mentre Sara si ostinava a baciarmi il piede, tenendolo ben saldo fra le mani. Quando poi ad un tratto si era decisa finalmente a mollare la presa, il mio sguardo si era istintivamente rivolto là, verso l’estremità della gamba. Così, quando con mio grande stupore mi accorsi che il mio piede destro non c’era più, iniziai ad urlare disperato imprecando contro quella specie di mostro che mi aveva menomato a forza di baci e risucchiamenti.
Il fatto che Sara mi implorasse di calmarmi, facendomi notare che forse avevo esagerato con la vodka al limone, non mi scalfì minimamente, tanto ero preso dalla disperazione.
Non potete infatti immaginare come ci si possa sentire improvvisamente privati del piede, per di più un piede che vi appartiene di diritto fin dalla nascita. Ma il destino è così, lo si deve accettare, e io dovevo accettare, proprio il giorno in cui mi accingevo a compiere ventisette anni, di perdere un piede, un piede bello e affusolato quale era il mio.
Mentre continuavo ad insultare Sara, invitandola gentilmente a raccattare i suoi stracci e a scomparire dalla mia vita, il mio pensiero fantasticava su come avrei dovuto comportarmi e come la mia esistenza sarebbe cambiata senza un piede. Così, -pensavo,- tra poco avrò un anno in più e un piede in meno. Poi scoppiavo a ridere ma con una di quelle risate isteriche che si vedono nei film e che poi finiscono con le lacrime. Di solito mia madre a questo punto si commuove e inizia anche lei a piangere come una disperata, con mio padre che sorride e si diverte a prenderla per il culo.
Ad ogni modo avevo gli occhi rossi e gonfi, pensavo che l’indomani avrei dovuto fissare un appuntamento con un medico, informarmi su tutti i tipi di protesi che la tecnologia moderna avesse potuto offrire ad un poveraccio come me. Mi ero persino convinto che, essendo ormai entrati a tutti gli effetti nel nuovo millennio, qualche chirurgo, che so americano, avrebbe potuto persino ricostruirmelo il piede, uguale, identico a quello di prima. Poi mi tornò alla mente il povero S. Pietro, e mi sentivo proprio come lui, con i piedi consumati, eppure impassibile, austero, luce per milioni e milioni di fedeli sparsi per tutto il mondo.
Chissà, forse un giorno avrebbero potuto santificare anche me. Ormai la mezzanotte si stava avvicinando, tra poco, pensavo, la mia vita sarebbe completamente cambiata, in peggio, credo.
Ecco, era arrivata, inesorabile, come solo sa essere il tempo. Ne avevo la certezza: l’anno appena passato, il mio ventisettesimo, non sarebbe più tornato, così come non sarebbe più tornato il mio piede, e la stessa cosa valeva per Sara, persa anche lei, per sempre, puf!
Scomparsa dalla mia vita.
Erano trascorsi soltanto venti secondi del mio ventottesimo anno di età. Un anno che aveva certo tutte le carte in regola per diventare il più difficile, se non il peggiore della mia vita. Ma chissà, forse il destino aveva voluto semplicemente cambiare le carte in tavola, e la prossima mossa, quella vincente, sarebbe toccata a me.
Mossa che di certo non avrei sbagliato.