Giorgio Falco
     
  Da vicino
 

Io lo sapevo, io. Dico, del matrimonio. Al lavoro, tre giorni prima di sposarmi, porto pasticcini, pizzette e confetti. Mi regalano un aspirapolvere. Quel giorno sono coi mezzi, così torno con l’aspirapolvere sul 14. Mi guardano tutti. Dico, cosa c’è da guardare? Mai visto un aspirapolvere sul 14? Un aspirapolvere in generale?
Poi alla fine, mica lo dico.
Al lavoro siamo in tre che si sposano. Io, la Gabry, la Genny. Io sono la prima. In ufficio guardiamo assieme i siti con gli abiti da sposa. Io non compro sul sito l’abito da sposa perchè zia Elena fa la sarta e ha gli sconti con un negozio. Ora la chiamo zia Elena, perchè scrivo, ma quella che ha gli sconti è zia Lina. Il giorno prima di sposarmi sono ancora al lavoro. Prendo un permesso retribuito di quattro ore, alle sei passa l’estetista. Dice che mi vuole mettere il rimmel antilacrima. Io dico, ma va che non piango, è tredici anni che sono fidanzata. Al lavoro bacio tutti, anche quelli che mi sono antipatici, quasi tutti, pure la Gabry e la Genny, che da quando sono caporeparto, mi leccano. Però c’è il fatto che ci sposiamo tutte e tre, anche se io prima. Non dico che siamo quasi amiche, ma quasi. L’anno scorso volevamo andare una settimana a Sharm El Sheikh, ma il fidanzato di Genny è geloso e non siamo andate. Non facevamo niente, poi. Una se vuole, lo fa sul 14, mica deve andare in Egitto.
Io queste cose non dovrei neanche dirle, figuriamoci scriverle, che sembrano ancora più gravi del dirle, ma tanto, chi vuoi che mi legge.
La sera prima del matrimonio, Lory, l’estetista, passa da casa. Mia mamma, zia Lina e le altre girano un po’ qua e un po’ là.
Lory ha le unghie lunghe rosse, direbbe la nonna, pittate. La nonna è morta, pure l’altra nonna è morta, con la prima nonna andavo d’accordo, peccato non è qui a girare per la stanza, ma pure seduta andava bene. Il vestito è nell’armadio di zia Lina, che abita al piano di sopra, lei ha un armadio vuoto perchè mia cugina Susy è sposata da tre anni e ha lasciato un armadio tutto vuoto, e zia Lina ogni tanto piange perchè Susy si è divisa dal marito. Io ho sentito che lui la picchiava, qualche schiaffetto, poca cosa, ma la mamma dice che Susy l’ha lasciato per un altro, un collega. Io ancora non ci credo che mi sposo. Se non fosse per le risate, tutta ‘sta gente venuta su dalla Sicilia, sembra il funerale di zio Giacomo, il marito di zia Lina. Lo so, non dovrei dirle certe cose, figuriamoci scriverle, che sembrano ancora più gravi, però io quando c’è una festa sono triste, anche se non lo dico a nessuno. Rido, scherzo, ma pure io ho la mia sensibilità. La volta che sono stata davvero felice, invece, è quando mi hanno promossa caporeparto, giuro. Ho pianto sul 14 dalla felicità. Poi ho pensato, da domani non vengo più in tram. Io sono di parola, sono andata sempre in macchina, prima la tenevo in garage fino al sabato, per andare alla piscina vicina al centro commerciale, che a Marco, mio marito, piace nuotare. Ma da quel giorno, dico sul 14, vicino, non so se siete di fuori, vicino al deposito dell’Atm a Giambellino, dico: da domani in macchina. E l’ho fatto sempre, a parte la volta dell’aspirapolvere. Mi ha accompagnata Marco, io non volevo portare neanche una pizzetta, ma come si fa, sono caporeparto da un anno, e se dicevo l’anno scorso, mi sposo, magari caporeparto diventava Genny. Meno male va, anche se il mio capo dice sempre, da quando sa che mi sposo: non è che mi stai in maternità?
Io non voglio un bambino adesso, sono caporeparto da un anno, mica da dieci, però un bambino lo voglio, non importa maschio o femmina, basta che è sano (...)

   
  Questioni di principio
 

La mia azienda fa parte del più grande gruppo di telefonia mobile. Io sono caporeparto, gestisco trenta risorse. Ho avuto varie esperienze lavorative prima di entrare in questo grande gruppo. Ho fatto la commessa in un negozio di calze e biancheria intima, assunta con contratto part-time di quattro ore. In realtà lavoravo dieci, dodici ore. Il resto me lo pagavano in nero.
Io ho fatto domanda per questa importante azienda di telecomunicazioni e, senza raccomandazioni, mi hanno subito assunta come operatrice telefonica. Sono brava perchè so cosa vuole la gente. Vuole servizio ed efficienza. Così sono diventata caporeparto, mentre gli altri sono rimasti operatori telefonici perchè non conoscono la gente come me.
Io mi sono appena sposata. Mio marito Marco lavora in una importante azienda di telecomunicazioni, non importante come quella dove lavoro io, però.
Ci siamo sposati il 21 dicembre. Mio marito voleva sposarsi a settembre, io ho preferito dicembre, poco prima di Natale, perchè Natale mi fa schifo.
Io non sopporto i parenti, specie quelli che vengono su dal meridione, parlano ad alta voce in dialetto e scaricano le bottiglie di olio e vino in cortile, davanti al box; portano sacchetti di freselle e taralli, la soprassata e la salsiccia, che sembra che qui al nord pane e salame non esistono, per loro.
Non sono mai riuscita a fare un Natale da sola, lontana dalla mia famiglia, senza ingozzarmi di cibo, così ho scelto il 21 dicembre come data delle nozze.

Mia mamma ha detto di andare giù in bassitalia a fare il viaggio di nozze, figuriamoci, mangiare tutto il tempo. Anche mio padre preferiva la bassitalia, lui ha paura degli aerei da quando è successo quello che è successo a New York.

Io allora gli ho detto, ma va papà, guarda che se deve succedere, accade dappertutto; metti che vai in autostrada e uno sorpassa e ti viene addosso e muori; oppure c’è un camionista che viaggia sull’altra carreggiata, s’addormenta, il camion sfonda il guardrail e t’ammazza. Quando il destino ti si mette contro non c’è nulla da fare, puoi avere anche l’air bag o la pistola sul cruscotto. Ho detto, pensa te, che una mia amica è morta l’anno scorso sulla Paullese, alle otto di lunedì mattina, mentre andava al lavoro. Magari ascoltava Radio Deejay, Rtl, una di quelle radio lì, che fanno sempre i giochi, gli scherzi e i programmi da ridere, eppure è morta.

In viaggio di nozze, io volevo andare giù in Kenya, ma Marco c’è già andato con l’azienda, quando hanno raggiunto il target annuale, così ha detto, scordatelo. E io ho detto, allora si va in Messico.
Ho navigato in internet, nei siti dei tour operator e ho fatto non so quante telefonate, che loro, quelli che mi stanno sotto, li ho sentiti lamentarsi perchè facevo le telefonate al posto di lavorare, ma io sono il capo, loro stanno sotto di me, mica io.
Il 22 dicembre mio padre ci accompagna a Malpensa. A Malpensa gli aerei arrivano con le luci dal cielo che non è più buio ma neppure già chiaro, è violetto, lilla, quel colore che andava di moda la scorsa estate. Mio padre dice state attenti, occhi aperti, non lasciate niente sul comodino, non uscite dal villaggio.
Al check-in siamo solo coppie, tutti sposini, le fedi luccicano nuove.
Io sono contenta perchè ho i vestiti invernali mentre quando arriviamo in Messico, farà caldo. Marco invece è nervoso, vuole bere un altro caffè, il caffè del bar. Si lamenta, dice che non so fare il caffè. Io gli dico, ascolta, non è che sono mongola, la caffettiera è nuova, l’ho usata due volte da quando ci siamo sposati, vorrei vedere te.
In aereo dopo un po’ danno un film in inglese e io non capisco niente, anche se in azienda dicono che l’inglese è importante e organizzano corsi, io non so, per me sono tutte balle perchè io, col poco d’inglese che so, sono caporeparto, l’importante è questo, sapere l’italiano per essere caporeparto in Italia, mica in America
Mi rilasso, esce tutta la tensione, i preparativi del matrimonio, i confetti, le bomboniere, il vestito che, tra l’altro, trovare un vestito da sposa che va bene a Natale, non è come dire.
Quando mi sveglio, Marco parla con una coppia. Abitano a Milano anche loro, vanno in un villaggio a dieci chilometri dal nostro. Dicono che hanno il campo da golf incluso nel pacchetto del tour operator. Marco mi chiede se anche noi abbiamo il campo da golf e io mi innervosisco perchè è tutto sulle mie spalle, l’organizzazione del matrimonio, del viaggio, della casa, ogni cosa, ma quando torniamo vedi se non cambia. Non abbiamo il campo da golf, mi tocca dire a quei due che neanche conosco, io fino a cinque minuti fa dormivo, dormivo benissimo tra le nuvole, anche se non mi ricordo il sogno.
Marco e il tipo parlano di lavoro, anche l’altro fa il venditore, detersivi per una multinazionale. Lui dice che quando hanno raggiunto gli obiettivi, l’azienda li ha mandati in Egitto. Marco dice, in Kenya. Lei dice, ma dai? Anche noi siamo andati giù a Malindi. Dice, bellissimo. Marco dice che il Kenya toglie il fiato quanto è bello. Marco non mi ha mai detto una cosa del genere. È tornato dal Kenya dicendo che s’era rotto le balle. Convention la mattina nella sala convegni dell’albergo, piscina il pomeriggio, la sera cena, piano-bar e a letto presto. Il venditore di detersivi dice, noi siamo stati sempre nel villaggio. Girava la voce che se ti allontanavi, i kenyani ti sputavano sulla mano per sfilarti l’anello, anche se noi non avevamo la fede perchè eravamo fidanzati, comunque abbiamo preferito restare nel villaggio per non farci sputare.

Solo a guardare il giaccone che avevo su alla partenza, mi viene caldo. Scendo dall’aereo, mi sento come quando, in estate, esco dall’ufficio per andare al self service nella pausa pranzo.
Marco saluta la coppia, lo faccio pure io, loro dicono magari ci vediamo, dai, magari ci vediamo, Marco dice, va bene, sicuro, una sera ceniamo assieme
Una ragazza abbronzatissima aspetta con il cartello di Ali Libere, il nostro tour operator. Ci sono le ali bianche che volano nell’azzurro del cielo del cartello, e sotto, in piccolo, è scritto Buon Natale.
La ragazza parla benissimo italiano, io sono stordita dal viaggio, dal fuso orario, a disagio perchè tutta sudata, magari gli altri sentono, annusano.
Saliamo sul pullman, piccolo, venti posti, e fa caldo, Marco chiede alla ragazza se è possibile accendere l’aria condizionata, lo dice lentamente, come quando mio padre indica la via a un camionista straniero, parla piano coi verbi da scemo.
La ragazza dice sì, senz’altro, subito, poi aggiunge, potete parlare normalmente perchè sono di Lecce.
Dopo che dice che è di Lecce, sono più tranquilla, mi passa il cattivo umore di prima, quando Marco parlava coi due e io lì zitta. L’aria condizionata funziona, l’autista guida piano, la ragazza di Lecce sta sul sedile davanti, col busto leggermente girato verso di noi, parla con le mani appoggiate allo schienale, ci dà il depliant con i servizi del villaggio, io dico grazie, so già tutto tramite internet, comunque prendo il depliant, lo sfoglio e mi sento bene, al sicuro, in un luogo fresco, il caldo fuori e le parole del depliant dentro.
Benvenuti in Messico: un paese bellissimo, variopinto, capace di soddisfare ogni tipo di curiosità e di desideri. Il Messico vi offre, grazie al suo aspetto multiforme, il tipo di vacanza che più si adatta alle vostre esigenze: la vacanza all’insegna del relax, grazie al clima meraviglioso che raggiunge i 35 gradi lungo le paradisiache e incontaminate spiagge; la vacanza sportiva, grazie ai fantastici scenari naturali uniti alle strutture più moderne, senza dimenticare le attrattive dei divertimenti serali e notturni; la vacanza culturale, in un mix di storia, mitologia, vita quotidiana (...)

   
 
Gocce
 

È accaduta una cosa al parabrezza del motorino. Andavo al lavoro e ho preso una buca. Ero in ritardo e ho pensato solo ad arrivare in orario.
Uscito dal lavoro, ho fatto la strada lungo il Naviglio. È lì che mi sono accorto. Il parabrezza si era crepato, così, per non rischiare di perdere il pezzo, l’ho staccato dal bordino di gomma nero. Arrivato a casa, ho tentato di sistemare il parabrezza. Ho preso il nastro adesivo marrone e ho cercato di attaccare il pezzo crepato al resto del parabrezza e il parabrezza al bordino nero ma non riuscivo a sistemare niente.
Ho chiamato il signor Pino, un vicino di casa.
“No, il nastro adesivo marrone sta male. Aspetta che vado in cantina” ha detto.
Il signor Pino è andato in pensione dopo quarantacinque anni di lavoro.
È tornato dalla cantina con una specie di pistola spara scotch trasparente.
“Questo è buono. Mantieni” ha detto.
Io ho tenuto fermo il bordino mentre il signor Pino sistemava il parabrezza.
Ho guardato il signor Pino attraverso il parabrezza, tutto il signor Pino al di là del parabrezza tranne le dita nervose attorno al bordino e la pistola spara scotch che avvolgeva il parabrezza. Il signor Pino sembrava un ragno gigante con una pistola spara ragnatele.
“Così stai sicuro” ha detto il signor Pino. “È non si vede il marrone.”
“Grazie” ho detto.
“Visto che roba?” ha detto impugnando la pistola spara scotch.
“L’ho presa in ditta. Dopo quarantacinque anni, è il minimo.”

Nei giorni scorsi tutti confidavano nella pioggia per la storia dell’inquinamento. Se non pioveva scattavano di nuovo le targhe alterne o il blocco totale del traffico. È arrivata la pioggia. Mi sono accucciato vicino al parabrezza. A me piace quando piove sul parabrezza del motorino perchè le gocce si muovono come i girini e si mischia tutto. Quando piove e vado al lavoro non sembra neanche la mia vita, c’è una telecamera al posto degli occhi e io fantastico un documentario.
Sono arrivato al lavoro soddisfatto, solo i piedi bagnati.
I colleghi hanno detto: “In motorino con questo tempo?”

Uscito dal lavoro mi sono accorto che il rammendo del signor Pino non aveva tenuto.
Il parabrezza si era crepato di nuovo e lo scotch trasparente aveva creato un impasto di acqua sporca filamentosa. Ho strappato lo scotch e tolto una parte del parabrezza per non perderlo.
Pioveva. Ho fatto la solita strada lungo il Naviglio e appena oltre il ponte della tangenziale, ho visto da lontano tre lampeggianti blu sulla strada parallela, dall’altra parte del canale. All’uscita della tangenziale le macchine impazzite suonavano il clacson mentre il fumo saliva lentamente dalle marmitte fradice. Io mi sono fermato accanto a un pensionato con un sacchetto dell’Esselunga in testa e a una pensionata con l’ombrello.
Al di là del canale, a dieci metri da noi, un uomo della Croce Verde cercava di rianimare una persona, pompando ritmicamente le mani sul petto.
“Un incidente?” ho chiesto.
Il pensionato non staccava lo sguardo dall’infermiere e dalla persona sulla barella. La persona sulla barella era immobile. Due sommozzatori sistemavano i loro attrezzi su una jeep.
“Si è buttato in acqua” ha detto il pensionato con il sacchetto dell’Esselunga in testa.
Ora le macchine passavano in silenzio e quasi si fermavano, abbassavano gli alzacristalli elettrici proprio davanti alla barella. I vigili urbani agitavano le mani e fischiavano sotto l’acqua per velocizzare il passaggio, un suono forte, deciso.
“Quando ti parte la testa è difficile andarle dietro” ha detto la pensionata.
Il pensionato è stato zitto. Si sentiva il rumore della pioggia sul sacchetto dell’Esselunga.
Due carabinieri hanno gettato in un sacco un giaccone da marinaio, nero o forse blu. Poi l’infermiere ha smesso di pompare e ha steso un lenzuolo bianco.
I due pensionati sono rimasti lì
Io ho acceso il motorino e sono andato via. Pioveva molto forte e ho percorso la stradina lungo il Naviglio. In quel tratto non c’è nemmeno il guardrail, sembrava che l’acqua dovesse tracimare sulla stradina. Dall’altra parte del canale, le auto sfrecciavano.
La pioggia cadeva obliqua. Avevo la faccia bagnata. Ho preso con la punta della lingua una goccia che scendeva dal naso.