Gianluca Di Dio
     
  Baci sdentati
 


Sotto i tasti dell’ascensore c’è scritto che chi ha meno di dodici anni deve essere accompagnato, ma io ne ho dieci, ed è già un anno che ci vado da solo. E comunque adesso sono in regola, perché sono con mio fratello che ne ha dieci più di me. Chissà perché, quando mi viene a prendere lui, non si può aspettare nemmeno un secondo: “Non ho mica tempo da perdere, io!” mi ripete sempre con quella faccia da musone un po’ cammellato. Perché io invece il tempo lo fabbrico, secondo lui! Sono due settimane che non riesco a trovare un minuto per mettere lo scotch rosso sulla mia cerbottana. Quella di Rollo è blu, quella di Gnacco nera, il Verde ce l’ha verde… persino Scalogna ce l’ha colorata, e io? “Emiliano ce l’ha color ponga (1)” urlava Rollo a tutti, e rideva, ieri. E io? cosa potevo ribattere: non ho tempo? devo andare a inglese? devo fare la schedina a mia nonna? Chiaro che no, ho dovuto piantargli una caracca (2)dietro a un’orecchia, a Rollo, che poi è uno strazio perché si mette a frignare e non la finisce più.
Ecco, ecco no! lo schiaccio io il tasto del sesto piano. Ma perché se uno è due spanne più alto di te, deve fregarti sempre il gusto di schiacciare i tasti più alti? Probabilmente è un destino: più si diventa alti più si diventa rompiscatole. Il portinaio che ci caccia sempre via dalle cantine, per dirne uno, sarà alto più di due metri. Va be’, comunque mio fratello non è ancora così alto, lui ha un problema diverso: che non si rende
conto. Adesso,per esempio, è venuto a prendermi con la scusa che la nonna sta poco bene. Che ragione è, che urgenza c’è? Quando mai la nonna è stata bene? Eravamo lì sdraiati sulla terrazza della lavanderia, io, Rollo, il Verde, Gnacco e Scalogna, con le nostre cerbottane puntate tutte quante contro il balcone di Guanciadipollo. Stavamo guardando, riflessa sulla finestra, la telenovela che le due Guancedipollo, madre e figlia, si fanno sempre dopo mangiato, e stavamo aspettando che arrivasse il momento giusto per sferrare il nostro tuonattacco. È troppo bello vedere le Guancedipollo che si girano di colpo verso la strada cogli occhi sbarrati dopo che cinque proiettili di stucco – o meglio quattro, perché Scalogna ha un occhio che tira a destra – hanno fatto tremare la finestra restando attaccati al vetro, proprio al momento del bacio. Tutto era pronto: la sigla della telenovela partita, le cerbottane caricate e puntate, la strada senza scocciatori… e non mi arriva mio fratello che urla “Emiliano!” ai quattro venti rischiando di farci scoprire tutti quanti? Mio fratello è uno che non si rende conto, cosa si può dire di più?
Siamo appena al secondo piano, speriamo sia una cosa veloce.
La nonna sta poco bene. Ma se stesse bene sarebbe la nonna di un altro. Mia nonna quando va bene ha una cervicale che non riesce a stare in piedi, la sciatica che non riesce a star seduta e i numeri del lotto che non la fanno neanche dormire. Ma soprattutto ha un ballo di San Vito a catena. Cioè: comincia che le trema una mano e quindi deve fermarla con l’altra, ma poi trema anche quella e deve fermarle tutte e due tenendole in mezzo alle gambe, ma poi cominciano a tremare i piedi e così riga il pavimento con le scarpe, allora bisogna metterle le pantofole di gomma, ma così non può camminare perché, non piegando le ginocchia, riesce a muoversi solo strisciando i piedi e con la gomma non scivola più, allora bisogna farle usare le pattine, ma con le pattine va come un treno e, non riuscendo a fermarsi quando è lanciata, bisogna lasciare le porte aperte per evitare che sbatta, ma se tutto è aperto, va anche dove non deve andare e rischia di cadere e allora… allora interviene mio padre che le dà una manciata di pillole.
Mia nonna, però, ha delle teorie intelligentissime, come quella che il mondo si divide in due: santi e diavoli. Che, a pensarci bene, le cose stanno davvero così. Rollo, per esempio, è un diavolo, e questo si fa presto a dimostrarlo: basta dire che quando mangia la peperonata e si fa chiudere in uno scatolone, dentro c’è tanto di quel gas che se accendi un fiammifero si forma una fiammata gigante. Al contrario, Scalogna, che si fa mettere dentro allo scatolone con Rollo e resiste, ecco, lui è un santo, anche se quando esce tiene gli occhi e la bocca chiusi e fa una faccia schifatissima. Poi un’altra cosa buona di mia nonna è che anche lei, come me, fa collezione di figurine. Le sue non sono adesive e belle come quelle dei Pokémon e non ha nemmeno un album dove tenerle, ma sono comunque una collezione quasi completa perché gliene mancano solo due difficilissime: S. Gildas il saggio, e S. Vito, quello del ballo. Le tiene tutte dentro a una scatola di legno insieme a delle cose inutili come delle lettere che ha già letto duecento volte e dei fiori usati, e credo che non finirà mai la sua collezione perché non trova da scambiare le doppie con nessuno. Le avrò detto mille volte di portarsele dietro quando va agli incontri con quelli della sua età: avrà dieci S. Antoni e venti S. Rite, ma perché non se le gioca a muretto (3) con le sue amiche, dico io. No, stanno lì tutto il pomeriggio a rincoglionirsi davanti a un mucchietto di fagioli giocando a tombola…mah! Comunque lei è molto affezionata alla sua raccolta, come me, e i suoi santi, con le loro armi e i loro poteri, in fondo sono un po’ come i miei Pokémon. S. Saturnino, per esempio, riesce a fermare un toro che ti sta inseguendo, un po’ come potrebbe fare Vulpix col suo stordiraggio. Basta invocarlo – come dice la nonna – cioè gridare forte il suo nome: la stessa cosa che fa un Pokémon quando attacca. Se invece urli: “S. Lorenzo protettore delle stiratrici!”, tutte quelle che fanno quel lavoro si sentono meglio. E S. Clemente poi, per dirne un altro, porta sempre con sé la sua ancora: un’arma micidiale che sulla testa fa male quanto il perforbecco di Fearow o il calcio esplosivo di Ponyta in una gamba. Certo, ci sono anche delle diversità, come per esempio Gloom che attira i nemici con la saliva, a differenza di S. Giovanni che con la saliva guarisce i calli; o come Chansey che cura e protegge tutti gli altri Pokémon, a differenza di S. Rita che protegge solo i salumieri; o ancora Dark Hypno che ti stordisce col suo psicopugno, a differenza di S. Martino che libera gli storditi dall’alcool (come dice mio fratello). Ma le cose in comune sono tante, a cominciare dalle debolezze. Se, mettiamo, i Pokémon di fuoco hanno come debolezza l’acqua, così S. Biagio ce l’ha per gli uncini di ferro; oppure S. Rita per le dita negli occhi, eccetera, eccetera. E poi i santi possono evolversi come i Pokémon. All’inizio infatti sono tutte persone normali, ma poi si circondano di luce e salgono a livelli
superiori, trasformandosi in santi veri e propri con molti poteri in più.
A volte con mia nonna ci prendiamo in giro e lei mi dice che i Pokémon hanno dei nomi strani, come Nidoran e Venonat che sembrano le sue medicine per il diabete, o Raticate che assomiglia al paese della Brianza dove è nata lei. E allora io le chiedo cosa se ne fa delle medicine, se i suoi santini fanno scomparire i calli e le vene grosse. Ma in generale abbiamo un grande rispetto per le nostre raccolte, anche se lei è molto più ingenua di me, perché crede che i suoi santi esistano davvero, mentre io lo so che i miei Pokémon sono finti.
Ecco, siamo arrivati al sesto piano. Mio fratello apre le porte, vicino alle maniglie ci sono parecchie scritte incise nel legno. Una l’ha fatta lui, lo so, ma è il solito semplicione: troppo facile scrivere W la gnocca (4) bisogna anche specificare di chi: non sono mica tutte uguali! Anzi, secondo me, ce ne sono di quelle che fan paura, come quella della sarta di mia nonna, che già lei sembra un ghiro, figuriamoci quella parte lì.
Entriamo in casa. In corridoio c’è pieno di gente, tutti mi passano una mano sulla testa o sulla guancia, ma io non ricambio perché ho fretta di parlare con la nonna: adesso che mi ricordo devo dirle una cosa importantissima. Nella sua stanza c’è poca luce e un odore strano, come se avessero spalmato pomata e mele cotte su tutti i mobili. Vicino al suo letto c’è il dottore, la mamma mi viene incontro e mi abbraccia. Le dico che devo parlare alla nonna e lei mi lascia andare a stento, non capisco: non mi ha mai abbracciato così, nemmeno quando mi hanno mandato a casa dalla colonia per la dissenteria. Quando mi vede, la nonna sorride appena. Ha molti tubi addosso, come nei film di fantascienza, e non sembra neanche la vera nonna: è molto più sbiadita e quieta. Come le sono vicino, alza appena un braccio e inizia a parlare con una voce che non è la sua, ma io la fermo subito perché devo dirle una cosa troppo importante: mi sono innamorato. Glielo dico piano in un’orecchia e le racconto tutto per bene. Quattro giorni fa sono andato dal dentista, io mi ero dimenticato che dovevo andarci, ma mio fratello ha quella brutta abitudine di ricordarsi sempre degli appuntamenti ed è venuto a prendermi nel bel mezzo di una finale di sputi, che per poco non veniva preso anche lui dal lancio del Verde. Abbiamo aspettato moltissimo in sala d’attesa. Guardavo le pareti della stanza pensando alla vittoria che mi avevano tolto. Quando, ad un tratto, vedo che davanti a me, sopra la testa di un signore calvo, c’è uno strano ritratto che non avevo mai notato prima, ma che improvvisamente mi prende e non riesco più a guardare altro. È l’immagine di una ragazza con la faccia da buona, tipo un’infermiera, che tiene in mano, da una parte, una tenaglia con cui si è strappata un dente e dall’altra un ramo di rosmarino. E mentre me ne sto lì incantato, a cercare di capire se l’odore che c’è sempre dal dentista è effettivamente odore di rosmarino, si apre la porta dell’ambulatorio ed esce una bambina stupenda, bellissima, proprio bella, strabella. Ma bella di un bello che non si può spiegare, che è così bella che alla fine puoi dire solo che è bella, o xxxbella, o xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxbella, o bella a livello 1 miliardo.
A questo punto la nonna scopre leggermente i denti e prova a sorridere, ma subito le sale una tosse che sembra abbia mangiato dei raudi (5), e allora penso che sia meglio concludere.
Be’, capisci nonna, le dico, sì insomma, una bambina bella super che mi passa davanti con sua mamma, si mette il cappotto e, prima di andarsene, si gira verso di me, mi punta gli occhi addosso e mi sorride. Proprio a me – ho anche controllato guardandomi intorno, per vedere se era per qualcun altro – ma no, proprio a me. E io resto lì come uno scemo rendendomi conto solo di due cose: la prima, che le manca una paletta davanti quando sorride, e la seconda, che mi sono innamorato. Ma il problema – e qui, per essere sicuro di farmi capire, mi ficco con tutta la testa nell’orecchia della nonna – il vero problema è che non l’ho più rivista! Non riesco più a rivederla, nonna. Ho cercato dappertutto, perfino in parrocchia dalle bambine, ho minacciato Guanciadipollo di metterla nello scatolone con Rollo, se non mi diceva dove abita, ma niente, eppure lo so che c’è… l’ho vista, era lì, dal dentista!
Mi stacco dall’orecchia della nonna e la guardo, sembra che dorma. Ma come?, per ottant’anni non ha mai dormito e adesso nel momento del bisogno… Faccio per alzarmi pensando che, nonostante tutto, forse è meglio che recuperi qualche anno di sonno, ma mentre mi stacco dal letto, la sua mano mi trattiene debolmente. Fa segno di avvicinarmi e mi biascica due parole ad occhi chiusi, ma io riesco a interpretare lo stesso, perché con la nonna ci capiamo anche a bocca chiusa. Vuole che le prenda la sua scatola dei santini. Gliela porgo e lei, con la mano che trema come una farfalla, ne sceglie uno e me lo dà. Mi sussurra che si chiama S. Apollonia, che è la protettrice dei dentisti e che devo tenerlo sempre con me, perché può fare dei miracoli. Io lo guardo e mi accorgo che c’è la tenaglia con il dente e c’è anche il rosmarino: è proprio il quadro del dentista, incredibile! Do un bacio esagerato alla nonna che si è riaddormentata, e corro nella mia camera per prenderle il Pokémon più raro e più invincibile di tutta la raccolta. Mentre esco di corsa mi scontro con un prete che sta entrando, anche lui mi accarezza la testa, forse ha dei santini da scambiare con la nonna. Ma quando torno la porta della stanza è chiusa e davanti c’è la mamma che mi abbraccia di nuovo e mi bacia. Cerco di divincolarmi e le dico che devo entrare per dare Mewtwo alla nonna, ma lei niente, dice che adesso non si può, che devo andare per un po’ dalla sua amica che abita al piano di sotto e che la figurina gliela darà lei, alla nonna. Io dico va bene, ma poi ci ripenso, mi chino sotto le gambe della mamma e infilo Mewtwo sotto la porta: non si può dare una figurina così rara in mano a uno che non ne sa niente.
Non ho voglia di andare dall’amica della mamma, è sempre unta come una fetta di mortadella e mi bacia continuamente. Voglio uscire, mi sembra di essere un po’ triste. Prendo la bici e giro per la strada. Non riesco a togliermi dalla testa il quadro del dentista e quando ci penso mi viene in mente la nonna, nella versione senza tubi. Chissà se i tubi le restano per sempre! Comunque anche coi tubi, la faccia le tornerà rossa, quando vince al lotto, e anche quando beve il lambrusco di nascosto, le tornerà rossa… e chi se la scorda la faccia rossa della nonna che ride.
Faccio un paio di impennate davanti alla chiesa, meno triste di prima, quando d’improvviso, come uscita da un game boy (6), chi mi attraversa la strada?… Incredibile… Guanciadipollo a braccetto con lei, lei proprio lei la xxxbella… che prende a fissarmi con la sua divisa bianca e blu di quelli del coro. Anch’io la fisso e, mentre sollevo la ruota davanti per farmi vedere in tutto il mio splendore, mi viene in mente il santino e infilo una mano in tasca per vedere se c’è. Ma il manubrio mi scivola e… stomppp.
Mi stampo ridendo contro una fermata dell’autobus.
Mentre mi portano via lei è lì, mi sorride di nuovo e finalmente mi parla, mi dice: “Come stai?” Io deglutisco e le dico: “Fto bene.” Ma capisco che manca qualcosa, mi tocco col dito sui denti davanti, sento un grosso buco e le sorrido estasiato. Poi guardo il santino e mi dico: “… il miracolo.”

 
 
 
(1) Grosso topo di città.
(2) Pesante sberlone mollato tra capo e collo, o, se si hanno due belle orecchie, dietro alle orecchie.
(3) Gioco di città: si lanciano le figurine per terra e chi la piazza più vicina al muretto si prende tutte le altre. In campagna si usa un muletto.
(4) Soprannome emiliano dell’organo femminile più amato nel mondo.
(5) Petardo grande come una sigaretta senza filtro. Fatto esplodere in una stanza chiusa è capace di rendere sordi gli udenti e udenti i sordi.
(6) Gioco elettronico: il protagonista, un allenatore di Pokémon, vaga per terre sconosciute in cerca di animaletti, per poi addestrarli e farne dei campioni di combattimento.