Sotto i tasti dell’ascensore c’è scritto che chi ha meno di dodici
anni deve essere accompagnato, ma io ne ho dieci, ed è già un anno
che ci vado da solo. E comunque adesso sono in regola, perché sono
con mio fratello che ne ha dieci più di me. Chissà perché, quando
mi viene a prendere lui, non si può aspettare nemmeno un secondo:
“Non ho mica tempo da perdere, io!” mi ripete sempre con quella faccia
da musone un po’ cammellato. Perché io invece il tempo lo fabbrico,
secondo lui! Sono due settimane che non riesco a trovare un minuto
per mettere lo scotch rosso sulla mia cerbottana. Quella di Rollo
è blu, quella di Gnacco nera, il Verde ce l’ha verde… persino Scalogna
ce l’ha colorata, e io? “Emiliano ce l’ha color ponga (1)” urlava
Rollo a tutti, e rideva, ieri. E io? cosa potevo ribattere: non ho
tempo? devo andare a inglese? devo fare la schedina a mia nonna? Chiaro
che no, ho dovuto piantargli una caracca (2)dietro a un’orecchia,
a Rollo, che poi è uno strazio perché si mette a frignare e non la
finisce più.
Ecco, ecco no! lo schiaccio io il tasto del sesto piano. Ma perché
se uno è due spanne più alto di te, deve fregarti sempre il gusto
di schiacciare i tasti più alti? Probabilmente è un destino: più si
diventa alti più si diventa rompiscatole. Il portinaio che ci caccia
sempre via dalle cantine, per dirne uno, sarà alto più di due metri.
Va be’, comunque mio fratello non è ancora così alto, lui ha un problema
diverso: che non si rende
conto. Adesso,per esempio, è venuto a prendermi con la scusa che la
nonna sta poco bene. Che ragione è, che urgenza c’è? Quando mai la
nonna è stata bene? Eravamo lì sdraiati sulla terrazza della lavanderia,
io, Rollo, il Verde, Gnacco e Scalogna, con le nostre cerbottane puntate
tutte quante contro il balcone di Guanciadipollo. Stavamo guardando,
riflessa sulla finestra, la telenovela che le due Guancedipollo, madre
e figlia, si fanno sempre dopo mangiato, e stavamo aspettando che
arrivasse il momento giusto per sferrare il nostro tuonattacco. È
troppo bello vedere le Guancedipollo che si girano di colpo verso
la strada cogli occhi sbarrati dopo che cinque proiettili di stucco
– o meglio quattro, perché Scalogna ha un occhio che tira a destra
– hanno fatto tremare la finestra restando attaccati al vetro, proprio
al momento del bacio. Tutto era pronto: la sigla della telenovela
partita, le cerbottane caricate e puntate, la strada senza scocciatori…
e non mi arriva mio fratello che urla “Emiliano!” ai quattro venti
rischiando di farci scoprire tutti quanti? Mio fratello è uno che
non si rende conto, cosa si può dire di più?
Siamo appena al secondo piano, speriamo sia una cosa veloce.
La nonna sta poco bene. Ma se stesse bene sarebbe la nonna di un altro.
Mia nonna quando va bene ha una cervicale che non riesce a stare in
piedi, la sciatica che non riesce a star seduta e i numeri del lotto
che non la fanno neanche dormire. Ma soprattutto ha un ballo di San
Vito a catena. Cioè: comincia che le trema una mano e quindi deve
fermarla con l’altra, ma poi trema anche quella e deve fermarle tutte
e due tenendole in mezzo alle gambe, ma poi cominciano a tremare i
piedi e così riga il pavimento con le scarpe, allora bisogna metterle
le pantofole di gomma, ma così non può camminare perché, non piegando
le ginocchia, riesce a muoversi solo strisciando i piedi e con la
gomma non scivola più, allora bisogna farle usare le pattine, ma con
le pattine va come un treno e, non riuscendo a fermarsi quando è lanciata,
bisogna lasciare le porte aperte per evitare che sbatta, ma se tutto
è aperto, va anche dove non deve andare e rischia di cadere e allora…
allora interviene mio padre che le dà una manciata di pillole.
Mia nonna, però, ha delle teorie intelligentissime, come quella che
il mondo si divide in due: santi e diavoli. Che, a pensarci bene,
le cose stanno davvero così. Rollo, per esempio, è un diavolo, e questo
si fa presto a dimostrarlo: basta dire che quando mangia la peperonata
e si fa chiudere in uno scatolone, dentro c’è tanto di quel gas che
se accendi un fiammifero si forma una fiammata gigante. Al contrario,
Scalogna, che si fa mettere dentro allo scatolone con Rollo e resiste,
ecco, lui è un santo, anche se quando esce tiene gli occhi e la bocca
chiusi e fa una faccia schifatissima. Poi un’altra cosa buona di mia
nonna è che anche lei, come me, fa collezione di figurine. Le sue
non sono adesive e belle come quelle dei Pokémon e non ha nemmeno
un album dove tenerle, ma sono comunque una collezione quasi completa
perché gliene mancano solo due difficilissime: S. Gildas il saggio,
e S. Vito, quello del ballo. Le tiene tutte dentro a una scatola di
legno insieme a delle cose inutili come delle lettere che ha già letto
duecento volte e dei fiori usati, e credo che non finirà mai la sua
collezione perché non trova da scambiare le doppie con nessuno. Le
avrò detto mille volte di portarsele dietro quando va agli incontri
con quelli della sua età: avrà dieci S. Antoni e venti S. Rite, ma
perché non se le gioca a muretto (3) con le sue amiche, dico io. No,
stanno lì tutto il pomeriggio a rincoglionirsi davanti a un mucchietto
di fagioli giocando a tombola…mah! Comunque lei è molto affezionata
alla sua raccolta, come me, e i suoi santi, con le loro armi e i loro
poteri, in fondo sono un po’ come i miei Pokémon. S. Saturnino, per
esempio, riesce a fermare un toro che ti sta inseguendo, un po’ come
potrebbe fare Vulpix col suo stordiraggio. Basta invocarlo – come
dice la nonna – cioè gridare forte il suo nome: la stessa cosa che
fa un Pokémon quando attacca. Se invece urli: “S. Lorenzo protettore
delle stiratrici!”, tutte quelle che fanno quel lavoro si sentono
meglio. E S. Clemente poi, per dirne un altro, porta sempre con sé
la sua ancora: un’arma micidiale che sulla testa fa male quanto il
perforbecco di Fearow o il calcio esplosivo di Ponyta in una gamba.
Certo, ci sono anche delle diversità, come per esempio Gloom che attira
i nemici con la saliva, a differenza di S. Giovanni che con la saliva
guarisce i calli; o come Chansey che cura e protegge tutti gli altri
Pokémon, a differenza di S. Rita che protegge solo i salumieri; o
ancora Dark Hypno che ti stordisce col suo psicopugno, a differenza
di S. Martino che libera gli storditi dall’alcool (come dice mio fratello).
Ma le cose in comune sono tante, a cominciare dalle debolezze. Se,
mettiamo, i Pokémon di fuoco hanno come debolezza l’acqua, così S.
Biagio ce l’ha per gli uncini di ferro; oppure S. Rita per le dita
negli occhi, eccetera, eccetera. E poi i santi possono evolversi come
i Pokémon. All’inizio infatti sono tutte persone normali, ma poi si
circondano di luce e salgono a livelli
superiori, trasformandosi in santi veri e propri con molti poteri
in più.
A volte con mia nonna ci prendiamo in giro e lei mi dice che i Pokémon
hanno dei nomi strani, come Nidoran e Venonat che sembrano le sue
medicine per il diabete, o Raticate che assomiglia al paese della
Brianza dove è nata lei. E allora io le chiedo cosa se ne fa delle
medicine, se i suoi santini fanno scomparire i calli e le vene grosse.
Ma in generale abbiamo un grande rispetto per le nostre raccolte,
anche se lei è molto più ingenua di me, perché crede che i suoi santi
esistano davvero, mentre io lo so che i miei Pokémon sono finti.
Ecco, siamo arrivati al sesto piano. Mio fratello apre le porte, vicino
alle maniglie ci sono parecchie scritte incise nel legno. Una l’ha
fatta lui, lo so, ma è il solito semplicione: troppo facile scrivere
W la gnocca (4) bisogna anche specificare di chi: non sono mica tutte
uguali! Anzi, secondo me, ce ne sono di quelle che fan paura, come
quella della sarta di mia nonna, che già lei sembra un ghiro, figuriamoci
quella parte lì.
Entriamo in casa. In corridoio c’è pieno di gente, tutti mi passano
una mano sulla testa o sulla guancia, ma io non ricambio perché ho
fretta di parlare con la nonna: adesso che mi ricordo devo dirle una
cosa importantissima. Nella sua stanza c’è poca luce e un odore strano,
come se avessero spalmato pomata e mele cotte su tutti i mobili. Vicino
al suo letto c’è il dottore, la mamma mi viene incontro e mi abbraccia.
Le dico che devo parlare alla nonna e lei mi lascia andare a stento,
non capisco: non mi ha mai abbracciato così, nemmeno quando mi hanno
mandato a casa dalla colonia per la dissenteria. Quando mi vede, la
nonna sorride appena. Ha molti tubi addosso, come nei film di fantascienza,
e non sembra neanche la vera nonna: è molto più sbiadita e quieta.
Come le sono vicino, alza appena un braccio e inizia a parlare con
una voce che non è la sua, ma io la fermo subito perché devo dirle
una cosa troppo importante: mi sono innamorato. Glielo dico piano
in un’orecchia e le racconto tutto per bene. Quattro giorni fa sono
andato dal dentista, io mi ero dimenticato che dovevo andarci, ma
mio fratello ha quella brutta abitudine di ricordarsi sempre degli
appuntamenti ed è venuto a prendermi nel bel mezzo di una finale di
sputi, che per poco non veniva preso anche lui dal lancio del Verde.
Abbiamo aspettato moltissimo in sala d’attesa. Guardavo le pareti
della stanza pensando alla vittoria che mi avevano tolto. Quando,
ad un tratto, vedo che davanti a me, sopra la testa di un signore
calvo, c’è uno strano ritratto che non avevo mai notato prima, ma
che improvvisamente mi prende e non riesco più a guardare altro. È
l’immagine di una ragazza con la faccia da buona, tipo un’infermiera,
che tiene in mano, da una parte, una tenaglia con cui si è strappata
un dente e dall’altra un ramo di rosmarino. E mentre me ne sto lì
incantato, a cercare di capire se l’odore che c’è sempre dal dentista
è effettivamente odore di rosmarino, si apre la porta dell’ambulatorio
ed esce una bambina stupenda, bellissima, proprio bella, strabella.
Ma bella di un bello che non si può spiegare, che è così bella che
alla fine puoi dire solo che è bella, o xxxbella, o xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxbella,
o bella a livello 1 miliardo.
A questo punto la nonna scopre leggermente i denti e prova a sorridere,
ma subito le sale una tosse che sembra abbia mangiato dei raudi (5),
e allora penso che sia meglio concludere.
Be’, capisci nonna, le dico, sì insomma, una bambina bella super che
mi passa davanti con sua mamma, si mette il cappotto e, prima di andarsene,
si gira verso di me, mi punta gli occhi addosso e mi sorride. Proprio
a me – ho anche controllato guardandomi intorno, per vedere se era
per qualcun altro – ma no, proprio a me. E io resto lì come uno scemo
rendendomi conto solo di due cose: la prima, che le manca una paletta
davanti quando sorride, e la seconda, che mi sono innamorato. Ma il
problema – e qui, per essere sicuro di farmi capire, mi ficco con
tutta la testa nell’orecchia della nonna – il vero problema è che
non l’ho più rivista! Non riesco più a rivederla, nonna. Ho cercato
dappertutto, perfino in parrocchia dalle bambine, ho minacciato Guanciadipollo
di metterla nello scatolone con Rollo, se non mi diceva dove abita,
ma niente, eppure lo so che c’è… l’ho vista, era lì, dal dentista!
Mi stacco dall’orecchia della nonna e la guardo, sembra che dorma.
Ma come?, per ottant’anni non ha mai dormito e adesso nel momento
del bisogno… Faccio per alzarmi pensando che, nonostante tutto, forse
è meglio che recuperi qualche anno di sonno, ma mentre mi stacco dal
letto, la sua mano mi trattiene debolmente. Fa segno di avvicinarmi
e mi biascica due parole ad occhi chiusi, ma io riesco a interpretare
lo stesso, perché con la nonna ci capiamo anche a bocca chiusa. Vuole
che le prenda la sua scatola dei santini. Gliela porgo e lei, con
la mano che trema come una farfalla, ne sceglie uno e me lo dà. Mi
sussurra che si chiama S. Apollonia, che è la protettrice dei dentisti
e che devo tenerlo sempre con me, perché può fare dei miracoli. Io
lo guardo e mi accorgo che c’è la tenaglia con il dente e c’è anche
il rosmarino: è proprio il quadro del dentista, incredibile! Do un
bacio esagerato alla nonna che si è riaddormentata, e corro nella
mia camera per prenderle il Pokémon più raro e più invincibile di
tutta la raccolta. Mentre esco di corsa mi scontro con un prete che
sta entrando, anche lui mi accarezza la testa, forse ha dei santini
da scambiare con la nonna. Ma quando torno la porta della stanza è
chiusa e davanti c’è la mamma che mi abbraccia di nuovo e mi bacia.
Cerco di divincolarmi e le dico che devo entrare per dare Mewtwo alla
nonna, ma lei niente, dice che adesso non si può, che devo andare
per un po’ dalla sua amica che abita al piano di sotto e che la figurina
gliela darà lei, alla nonna. Io dico va bene, ma poi ci ripenso, mi
chino sotto le gambe della mamma e infilo Mewtwo sotto la porta: non
si può dare una figurina così rara in mano a uno che non ne sa niente.
Non ho voglia di andare dall’amica della mamma, è sempre unta come
una fetta di mortadella e mi bacia continuamente. Voglio uscire, mi
sembra di essere un po’ triste. Prendo la bici e giro per la strada.
Non riesco a togliermi dalla testa il quadro del dentista e quando
ci penso mi viene in mente la nonna, nella versione senza tubi. Chissà
se i tubi le restano per sempre! Comunque anche coi tubi, la faccia
le tornerà rossa, quando vince al lotto, e anche quando beve il lambrusco
di nascosto, le tornerà rossa… e chi se la scorda la faccia rossa
della nonna che ride.
Faccio un paio di impennate davanti alla chiesa, meno triste di prima,
quando d’improvviso, come uscita da un game boy (6), chi mi attraversa
la strada?… Incredibile… Guanciadipollo a braccetto con lei, lei proprio
lei la xxxbella… che prende a fissarmi con la sua divisa bianca e
blu di quelli del coro. Anch’io la fisso e, mentre sollevo la ruota
davanti per farmi vedere in tutto il mio splendore, mi viene in mente
il santino e infilo una mano in tasca per vedere se c’è. Ma il manubrio
mi scivola e… stomppp.
Mi stampo ridendo contro una fermata dell’autobus.
Mentre mi portano via lei è lì, mi sorride di nuovo e finalmente mi
parla, mi dice: “Come stai?” Io deglutisco e le dico: “Fto bene.”
Ma capisco che manca qualcosa, mi tocco col dito sui denti davanti,
sento un grosso buco e le sorrido estasiato. Poi guardo il santino
e mi dico: “… il miracolo.”