Anna D'Elia
     
  Nascere e morire
 
Ho trentasei anni. Metto al mondo una figlia, ma è una doppia nascita. E’ un desiderio di cicogna cheutrivo anche per me stessa?
Me la sono vista davantitesta in giù sotto il rubinetto. Era fredda l'acqua? La guardo: 55 centimetri, tre chili trecento grammi. Me la mettono sulla pancia: capelli neri, occhi grigi, pelle rosa, mani rosse, gambe lunghe, braccia strette, pancia tonda. Le dita della mano pelle ed ossa, mi fanno paura. Ogni sera, quando spengo la luce e le do la buona notte, mi chiede di raccontarle una storia e tiro fuori un fatto al giorno.
Ride quando le dico che non sono riuscita a saltare con un attrezzo nell’ora di ginnastica e che, nelle macchine a scontro, sono rimbalzata fuori e sono stata sorpresa dentro l’armadio dove mi ero nascosta per la vergogna di aver visto mio padre in mutande e che mi sono spaccata la testa cadendo dall’automobile sul cui cofano giocavo a fare l’equilibrista e che, tornata casa, avevo un enorme cerotto tra i capelli , ma speravo che nessuno se ne accorgesse. Altre seremi chiede di quando lei era piccola; allora, prendo l’album delle fotografie e gliele mostro. - Piangevi quella notte, era la tua prima vaccinazione: tre mesi? Ti avevo fatto iniettare il siero e mi torcevo le mani, mi mordevo le labbra. Le tue grida mi gettarono nella disperazione. Ti calmasti solo all'alba -.
Stai piangendo di nuovo, come allora, il primo mestruo. È ottobre. Sei stata colta di sorpresa. Ti stringo e avrei voluto carezzarti, ma da quella sera marcasti le distanze. Non sopportavi il mio alito, l'odore della pelle, il tanfo dei vestiti. Avevamo dormito insieme sino ad allora. In poche settimane ti trasferisti in un'altra stanza, cambiasti opinione su tutto, i tuoi gusti mutarono e mi giudicavi ogni momento. Mettevi in evidenza i miei difetti, mi prendevi in giro e mi guardavi senza indulgenza. Sei grassa e hai il culo grosso – dicevi - . Ti facevano ridere i miei vestiti. E i capelli? Meglio non guardarli. E quel difetto al piede? Mi invitavi a correre sapendo che non avrei resistito neppure cinque minuti e tutto ciò che mangiavo io a te non piaceva.
Poi tutto ciò che ti mettevo nel piatto cominciò a darti disgusto, ma più di ogni cosa pane, pasta, latte, formaggi, panna, burro e ompresi che era il cibo colorato di bianco che ti nauseava. Era come chiederti di ingoiare direttamente il grasso che tu aborrivi sul tuo corpo. Bastava uno strato di besciamella ad appannarti gli occhi di lacrime. E cominciò il tuo viaggio a ritroso, meno uno, due, tre, quattro, meno undici, dodici, tredici chili. Più il tuo corpo scompariva più gli occhi ti brillavano.

Cosa può spingere una ragazza ad amare il suo corpo cadavere? Ha la morte come amica, la segue, la ascolta, le parla, le racconta, le dice, la invita, la seduce, la inebria.
Cos’è nella testa di una bambina la morte: è l’assenza, è il volo, è il viaggio? Quali immagini, quali idee si è fatta del suo corpo ?Pelle bianca, abiti neri, trucco pesante. Occhi sempre più grandi sulla faccia sempre più piccola, pantaloni stinti, orecchiebucate, labbra contornate, palpebre annerite. Capelli prima rossi, poi neri di pece e li sogna blu.
Ritaglia immagini di fotomodelle e le incolla sui quaderni, di nascosto, per essere più magra di loro, ancora di più.
R esta vuota, nervi tesi come fruste sulle sue mani che afferrano cibo. Cos’è il corpo per una ragazza che scopre di averlo? Desiderio di pioggia, acqua che cade sulla pelle, desiderio di fuga e uscita dal mondo e dalle mura della carne, desiderio di libertà, è questo che ho insegnato a mia figlia, ma il corpo non è una prigione, il corpo è la tua casa, questo voglio dirti. Credi tu che nel corpo non ci siano pensieri, credi che il corpo sia nemico del volo. Non lo vuoi pesante, leggero per andare, lontano. Ma dove vai senza ? - Voglio imparare a pensare - dici - perciò non sai che fartene del corpo? .
Ti vedo davanti allo specchio quando tiri pizzichi alle tue natiche. Tocco la tua carne, affondo le dita sul tuo corpo di piume e sobbalzo. Sfioro le tue mani ghiacciate e scoppio a piangere. Tu continui a tremare di freddo e a dire che stai bene, ti piaci così, sei felice così. Ma non ti piaci, lo vedo nell’ombra che ti oscura il viso, lo sento nel tremore che ti increspa la voce. Vorresti avere il controllo di tutto, ma senti che tutto ti sfugge e, invano, annoti, parola per parola, tutti i pensieri che ti passano in mente e stringi lacci intorno ai tuoi desideri: non vuoi essere donna, non vuoi essere bella, non vuoi essere grande ..

Come quando eri bambina - ti dico- non è stato facile farti mangiare, vuoi che tra te e me ritorni come allora? Sguardo intenso, occhi grandi, spalancati, atterriti, appassionati. Corpo che ha inseguito, fantasticato lo scheletro, il teschio. Macilento. Ti strappo i vestiti di dosso. Piangi, piango io: braccia oppure ossa, dita oppure cartilagini, lacrime oppure sangue. Neppure quello, nessun mestruo per le ragazze che si sentono chiamare. Fagottino di cibo avvolto nel tovagliolo di carta, masticato lentamente, la lentezza della saliva che impregna il boccone, bolo sputato, avvolto, un attimo prima, questione di un attimo, mi avvento sulle sue mani prima della pattumiera. Bugie che cadono una ad una, bugie che scoppiano, crepano come il mio corpo. Prostrata, ai tuoi piedi, tu più forte di me, tu con la mia vita in pugno..
- Vogliti bene - . Un cucchiaio di zucchero, uno di latte, uno di miele, una fetta di pane ogni mattina e le lacrime di quella che ti parla dentro e vuole morire, ma è confusa, vuole anche vivere, un poco. Un giorno dopo l’altro, un grammo al giorno e poi le mani di nuovo calde e poi lei in cucina, che inventa piatti ed io, io che non piango, non rido, io che ingoio le parole, io che le butto giù nel ventre e sono preghiere e penitenze.
Fiducia, mia figlia chiede fiducia, non sa se può farcela, sì, ti do fiducia, tu ce la fai, ce la farai, il tuo valore, ti guardi allo specchio, non lo vedi?
E ti prendo per mano e ti porto fuori e la morsa che ti stringeva lo stomaco si allenta.
Siamo arrivate a 23, contiamo le ragazze vestita di lilla, il colore che va quest’anno. L’aria pizzica, c’è odore di pioggia e inspiri a pieni polmoni e godi dell’esperienza di avere un corpo. E mi chiedi di mettere le mie mani accanto alle tue e ti diverti a farmi notare le differenze: prima l’alluce, poi il mignolo e le altre dita e poi il dorso e il palmo. E hai una nuova luce sul volto, come se scoprissi, in quell’istante che il tuo corpo è diverso dal mio e da quello di tutti gli altri. Questa scoperta ti restituisce una felicità sconosciuta e una responsabilità. Se il tuo corpo è solo il tuo, vuoi conoscerlo, è questo che ti sembra urgente, ora, e patetica, la gara ingaggiata, fino a poco tempo prima, con te stessa. Chi volevi sconfiggere? Chi era il nemico? Scopri con orrore che eri tu stessa. Volevi punirti per quel disagio che sentivi appiccicato addosso e che non ti faceva mai stare bene nella tua pelle. Desideri di esistere , fingendo il contrario.
Da una stazione all’altra, da un aereo a una nave, da un vaporetto a un elicottero, da un autobus a una funivia: viaggiamo. Incontriamo gente, di tutte le misure, le età, di tutti i tipi: corpi obesi, magri, alti, tarchiati, pelosi, glabri, bianchi, neri, di tutte le specie, razze, nature. E mi parli, mi interroghi.
23. E. Schiele, Nudo di ragazza seduta con calze nere, 1910, matita, acquarello e pastello, cm.54x36,2

Adorate figure di pittore adorato, come vi ho odiato in quei giorni! Calzamaglie nere su gambe spoglie, seni avvizziti di adolescenti. Il petto appena sbocciato e già sfiorito e peli irti sull’inguine e ispidi, spine nella mia mano. Ombelico che affonda nel ventre molle, sgonfio, pelle avvizzita e bianca, di un bianco che spinge oltre, tra gli angeli e i cadaveri, un bianco che non vuole più nascere.
L’avevi già conosciuta , l’avevi già dipinta tu, mia figlia, prima di tutto, prima della fame e della sete, prima della vita e della morte, tu, eri tu a tenere in pugno il suo destino. Svuotata, è questo che sapevi di lei, tu maestro dei tuoi svuotamenti. Desiderio di vuoto vi unisce .
E’ da qui che riparto. Un dono: la sua rinascita.
Credo che la vera resistenza cominci quando le persone affrontano il dolore, non importa se il proprio o quello di qualcun altro, e desiderano fare qualcosa per cambiare.
(Bellhooks 1991, pag.130)

     
  Mio padre
 

Stupore.
Il dieci dicembre 1993 morì mio padre. Fu di notte. Il buio sopraggiunse prima quel giorno e fu per sempre. All'improvviso. Della sua morte mi colpì lo stupore con cui l'accolse. Morì incredulo e irritato.
Lo stupore con cui intuì la sua fine e con cui accolse il mio inizio. Arroganza o ignoranza, paura o incredulità.

Rifiutò la diagnosi fino all’ultimo. La pietosa bugia: "Papà hai un ematoma alla testa" fu l'unica verità che volle accettare.
Da allora, per me, ogni bacio è l'ultimo bacio, ogni sguardo l'ultimo sguardo, ogni parola l'ultima parola.
Mamma alla morte si era preparata, alla sua e all'altra, a quella di  nostro padre. L'aveva attesa ,covata, ascoltata. Restò in agguato tutta la notte. Sentì un respiro più forte degli altri, quasi un russare. Ai piedi del letto osservava, attimo per attimo la sua espressione. Paura, rancore, pietà, non saprò mai i suoi sentimenti.
Non si erano amati, o forse sì, per un giorno, un mese, un anno. Era finita subito e gli era rimasta accanto, per amore dei figli che erano venuti e se ne erano andati. Testimoni della sua infelicità, vivemmo l'imbarazzo di congratularci con lei, addolorarci, confusi dal nostro vero o falso dolore, per il nostro vero o falso padre.
Nei giorni successivi, forsennata gettò materassi, lenzuola, abiti, scassò il letto, gli armadi, i comodini. Voleva cancellare le prove,  convincersi che non fosse mai comparso nella sua vita.
Ma era nostra madre e non ci chiedeva che di odiarlo.
Quella notte, sentì la morte arrivare, l'attese col fiato sospeso. Non ebbe timore di guardarla in faccia, le si avvicinò e le strinse la mano.
Mamma non ci svegliò. Attese l'alba, a sveglia suonò alla solita ora. Non doveva essere un giorno diverso dagli altri. Socchiuse la porta. Ci lasciò uscire. Non disse una parola, era solo più pallida, silenziosa. Al rientro lo trovammo composto nella bara, con un cero in mano, gli occhi chiusi, la bocca chiusa, le scarpe, l'abito, i fiori.
Un lenzuolo bianco, vezzoso, abito da prima comunione penzolava dal letto, incorniciava il cuscino, ali di un angelo. Non lo chiamò mai per nome. Restava "lui". Convivemmo con un pronome.
Il giorno dopo, all'ora del funerale, si scatenò una tempesta, tuoni, fulmini, boati, voragini si aprirono nella terra e incendi nel cielo. Eravamo nella chiesa fredda, di un ignoto cimitero, in una città diversa, tra gente estranea. La sua anima se ne andò così, devastata dall'ira. Mi strinsi nel cappotto e pensai che mancavano pochi giorni a Natale.