Ho trentasei anni. Metto al
mondo una figlia, ma è una doppia nascita. E’ un desiderio di cicogna
cheutrivo anche per me stessa?
Me la sono vista davantitesta in giù sotto il rubinetto. Era fredda l'acqua?
La guardo: 55 centimetri, tre chili trecento grammi. Me la mettono sulla
pancia: capelli neri, occhi grigi, pelle rosa, mani rosse, gambe lunghe,
braccia strette, pancia tonda. Le dita della mano pelle ed ossa, mi fanno
paura. Ogni sera, quando spengo la luce e le do la buona notte, mi chiede
di raccontarle una storia e tiro fuori un fatto al giorno.
Ride quando le dico che non sono riuscita a saltare con un attrezzo nell’ora
di ginnastica e che, nelle macchine a scontro, sono rimbalzata fuori e
sono stata sorpresa dentro l’armadio dove mi ero nascosta per la vergogna
di aver visto mio padre in mutande e che mi sono spaccata la testa cadendo
dall’automobile sul cui cofano giocavo a fare l’equilibrista e che, tornata
casa, avevo un enorme cerotto tra i capelli , ma speravo che nessuno se
ne accorgesse. Altre seremi chiede di quando lei era piccola; allora,
prendo l’album delle fotografie e gliele mostro. - Piangevi quella notte,
era la tua prima vaccinazione: tre mesi? Ti avevo fatto iniettare il siero
e mi torcevo le mani, mi mordevo le labbra. Le tue grida mi gettarono
nella disperazione.
Ti calmasti solo all'alba
-.
Stai piangendo di nuovo, come allora, il primo mestruo. È ottobre.
Sei stata colta di sorpresa. Ti stringo e avrei voluto carezzarti, ma
da quella sera marcasti le distanze. Non sopportavi il mio alito, l'odore
della pelle, il tanfo dei vestiti. Avevamo dormito insieme sino ad allora.
In poche settimane ti trasferisti in un'altra stanza, cambiasti opinione
su tutto, i tuoi gusti mutarono e mi giudicavi ogni momento. Mettevi in
evidenza i miei difetti, mi prendevi in giro e mi guardavi senza indulgenza.
Sei grassa e hai il culo grosso – dicevi - . Ti facevano ridere i miei
vestiti. E i capelli? Meglio non guardarli. E quel difetto al piede? Mi
invitavi a correre sapendo che non avrei resistito neppure cinque minuti
e tutto ciò che mangiavo io a te non piaceva.
Poi tutto ciò che ti mettevo nel piatto cominciò a darti disgusto, ma
più di ogni cosa pane, pasta, latte, formaggi, panna, burro e ompresi
che era il cibo colorato di bianco che ti nauseava. Era come chiederti
di ingoiare direttamente il grasso che tu aborrivi sul tuo corpo. Bastava
uno strato di besciamella ad appannarti gli occhi di lacrime. E cominciò
il tuo viaggio a ritroso, meno uno, due, tre, quattro, meno undici, dodici,
tredici chili. Più il tuo corpo scompariva più gli occhi ti brillavano.
Cosa può spingere una ragazza ad amare
il suo corpo cadavere? Ha la morte come amica, la segue, la ascolta,
le parla, le racconta, le dice, la invita, la seduce, la inebria.
Cos’è nella testa di una bambina la morte:
è l’assenza, è il volo, è il viaggio? Quali immagini, quali idee si
è fatta del suo corpo ?Pelle bianca, abiti neri, trucco pesante. Occhi
sempre più grandi sulla faccia sempre più piccola, pantaloni stinti,
orecchiebucate, labbra contornate, palpebre annerite. Capelli prima
rossi, poi neri di pece e li sogna blu.
Ritaglia immagini di fotomodelle e le incolla sui quaderni, di nascosto,
per essere più magra di loro, ancora di più.
R esta vuota, nervi tesi come fruste sulle sue mani che afferrano cibo.
Cos’è il corpo per una ragazza che scopre di averlo? Desiderio di pioggia,
acqua che cade sulla pelle, desiderio di fuga e uscita dal mondo e dalle
mura della carne, desiderio di libertà, è questo che ho insegnato a
mia figlia, ma il corpo non è una prigione, il corpo è la tua casa,
questo voglio dirti. Credi tu che nel corpo non ci siano pensieri, credi
che il corpo sia nemico del volo. Non lo vuoi pesante, leggero per andare,
lontano. Ma dove vai senza ? - Voglio imparare a pensare - dici - perciò
non sai che fartene del corpo? .
Ti vedo davanti allo specchio quando tiri pizzichi alle tue natiche.
Tocco la tua carne, affondo le dita sul tuo corpo di piume e sobbalzo.
Sfioro le tue mani ghiacciate e scoppio a piangere. Tu continui a tremare
di freddo e a dire che stai bene, ti piaci così, sei felice così. Ma
non ti piaci, lo vedo nell’ombra che ti oscura il viso, lo sento nel
tremore che ti increspa la voce. Vorresti avere il controllo di tutto,
ma senti che tutto ti sfugge e, invano, annoti, parola per parola, tutti
i pensieri che ti passano in mente e stringi lacci intorno ai tuoi desideri:
non vuoi essere donna, non vuoi essere bella, non vuoi essere grande
..
Come quando eri bambina - ti dico- non è stato facile farti mangiare,
vuoi che tra te e me ritorni come allora? Sguardo intenso, occhi grandi,
spalancati, atterriti, appassionati. Corpo che ha inseguito, fantasticato
lo scheletro, il teschio. Macilento. Ti strappo i vestiti di dosso.
Piangi, piango io: braccia oppure ossa, dita oppure cartilagini, lacrime
oppure sangue. Neppure quello, nessun mestruo per le ragazze che si
sentono chiamare. Fagottino di cibo avvolto nel tovagliolo di carta,
masticato lentamente, la lentezza della saliva che impregna il boccone,
bolo sputato, avvolto, un attimo prima, questione di un attimo, mi avvento
sulle sue mani prima della pattumiera. Bugie che cadono una ad una,
bugie che scoppiano, crepano come il mio corpo. Prostrata, ai tuoi piedi,
tu più forte di me, tu con la mia vita in pugno..
- Vogliti bene - . Un cucchiaio di zucchero, uno di latte, uno di miele,
una fetta di pane ogni mattina e le lacrime di quella che ti parla dentro
e vuole morire, ma è confusa, vuole anche vivere, un poco. Un giorno
dopo l’altro, un grammo al giorno e poi le mani di nuovo calde e poi
lei in cucina, che inventa piatti ed io, io che non piango, non rido,
io che ingoio le parole, io che le butto giù nel ventre e sono preghiere
e penitenze.
Fiducia, mia figlia chiede fiducia, non sa se può farcela, sì, ti do
fiducia, tu ce la fai, ce la farai, il tuo valore, ti guardi allo specchio,
non lo vedi?
E ti prendo per mano e ti porto fuori e la morsa che ti stringeva lo
stomaco si allenta.
Siamo arrivate a 23, contiamo le ragazze vestita di lilla, il colore
che va quest’anno. L’aria pizzica, c’è odore di pioggia e inspiri a
pieni polmoni e godi dell’esperienza di avere un corpo. E mi chiedi
di mettere le mie mani accanto alle tue e ti diverti a farmi notare
le differenze: prima l’alluce, poi il mignolo e le altre dita e poi
il dorso e il palmo. E hai una nuova luce sul volto, come se scoprissi,
in quell’istante che il tuo corpo è diverso dal mio e da quello di tutti
gli altri. Questa scoperta ti restituisce una felicità sconosciuta e
una responsabilità. Se il tuo corpo è solo il tuo, vuoi conoscerlo,
è questo che ti sembra urgente, ora, e patetica, la gara ingaggiata,
fino a poco tempo prima, con te stessa. Chi volevi sconfiggere? Chi
era il nemico? Scopri con orrore che eri tu stessa. Volevi punirti per
quel disagio che sentivi appiccicato addosso e che non ti faceva mai
stare bene nella tua pelle. Desideri di esistere , fingendo il contrario.
Da una stazione all’altra, da un aereo a una nave, da un vaporetto a
un elicottero, da un autobus a una funivia: viaggiamo. Incontriamo gente,
di tutte le misure, le età, di tutti i tipi: corpi obesi, magri, alti,
tarchiati, pelosi, glabri, bianchi, neri, di tutte le specie, razze,
nature. E mi parli, mi interroghi.
23. E. Schiele, Nudo di ragazza seduta con calze nere, 1910, matita,
acquarello e pastello, cm.54x36,2
Adorate figure di pittore adorato, come vi ho odiato in quei giorni!
Calzamaglie nere su gambe spoglie, seni avvizziti di adolescenti. Il
petto appena sbocciato e già sfiorito e peli irti sull’inguine e ispidi,
spine nella mia mano. Ombelico che affonda nel ventre molle, sgonfio,
pelle avvizzita e bianca, di un bianco che spinge oltre, tra gli angeli
e i cadaveri, un bianco che non vuole più nascere.
L’avevi già conosciuta , l’avevi già dipinta tu, mia figlia, prima di
tutto, prima della fame e della sete, prima della vita e della morte,
tu, eri tu a tenere in pugno il suo destino. Svuotata, è questo che
sapevi di lei, tu maestro dei tuoi svuotamenti. Desiderio di vuoto vi
unisce .
E’ da qui che riparto. Un dono: la sua rinascita.
Credo che la vera resistenza cominci quando le persone affrontano il
dolore, non importa se il proprio o quello di qualcun altro, e desiderano
fare qualcosa per cambiare.
(Bellhooks 1991, pag.130)